I grani antichi e le vere bufale pseudo scientifiche di Gianluca Dotti contro la libertà dei contadini di scegliere

13/2/2017 15.7 MILA
Giuseppe Orefice, presidente Slow Food Campania
Giuseppe Orefice, presidente Slow Food Campania

di Giuseppe Orefice*

Ci sono cose nella comunicazione che a volte mi fanno saltare dalla sedia, come ad esempio questa continua caccia alla bufala in tutto ciò che di nuovo avviene nel mondo delle produzioni e dei consumi agroalimentari.

Molti amici hanno condiviso, in assoluta buona fede, il recente articolo sui grani antichi apparso su WIRED a firma di Gianluca Dotti, fisico ed esperto di cyber bullismo (non mi fate domande, ma fatevene), che poi riprende quanto spesso ripetuto a mo’ di mantra da Dario Bressanini.

L’articolo si intitola “5 bufale pubblicitarie sui grani antichi” e già qui il buon Gianluca ci dovrebbe spiegare chi pubblicizza i grani antichi e con quali interessi, perché non mi pare cosa di poco conto.

Ma passi sul titolo, mi preme dimostrare che tale approccio è contro producente  ed in molti casi addirittura rischia di creare disinformazione.

Punto 1. I grani antichi non sono affatto antichi.
Vero. Ma che cosa vuol dire? Esiste una distinzione netta tra quelli che comunemente vengono detti grani antichi e gli altri: dovremmo definire, infatti, ante-creso i primi e post-creso i secondi. Il creso è il primo grano ottenuto negli anni ‘70 per modificazione genetica indotta attraverso radiazioni gamma, niente di particolarmente grave per carità, ma comunque una distinzione forte tra un “moderno” ed un “antico”. Io stesso per svariati motivi preferisco non utilizzare la dicitura “grani antichi” preferendo definirli “grani del futuro”, ma le parole corrono a prescindere dalla loro esattezza e mi sembra difficile attualmente tornare indietro.

Punto 2. I grani antichi hanno subito modificazioni genetiche.
Anche questo è vero, come è vero che tutto ciò che mangiamo ha subito modificazioni genetiche; non mangiamo certo le stesse cose che si mangiavano 1000 anni fa, ma qui l’articolo lascia quasi intendere che si tratta di OGM, la distinzione tra “selezione genica” (anche detto miglioramento) che gli agricoltori hanno sempre fatto e “introduzione di materiale genetico” eterologo è cosa ben diversa.  Per questo motivo la distinzione tra “antico” e “moderno” trova ancora un’altra valenza: organismi che seppure recenti esistono da 80-100 anni ci danno sufficiente sicurezza circa possibili ripercussioni sulla nostra salute rispetto a  organismi modificati geneticamente (modificazione eterologa) negli ultimi 20 anni.

Punto 3. I grani antichi non contegno meno glutine
Incredibile è vero anche questo… ma parzialmente. Il grande merito della “moda” dei grani antichi è quello di aver fatto capire a molti consumatori che non esiste il grano e il pane, ma “i grani” ed “i pani” e che alcuni presentano maggiore quantità di glutine e tutti presentano diversa qualità del glutine. Sulla qualità del glutine si scrive e si dice poco ma ormai numerosi studi dimostrano come il glutine presente nelle vecchie varietà presenti un minor numero di epitopi tossici. Inoltre il recupero di varietà tradizionali di grano ha aperto anche all’utilizzo di altre tipologie di cereali diverse dal frumento naturalmente senza glutine, come ad esempio riso, sorgo e miglio e di non cereali come grano saraceno e quinoa.

Punto 4. I grani moderni non sono la causa di intolleranze e celiache
E’ vero che non esistono prove, ma vero anche che esiste in campo sanitario un principio di precauzione; inoltre sta diventando notevole la bibliografia scientifica che mette in relazione fenomeni di intolleranze a sostanze che si riscontrano lungo tutta la filiera produttiva dei grani moderni. Di certo e di scientifico possiamo dire invece che le aflatossine che spesso sono state ritrovate in grandi quantità nei cereali “moderni” contenuti nelle stive delle navi non sono proprio un toccasana per la nostra salute.

Punto 5. I grani antichi hanno bisogno di diserbanti e concimi
Le varietà ad alto fusto (antiche) se correttamente condotte dal punto di vista agronomico sovrastano per altezza le infestanti, riducendo notevolmente la necessità di diserbo, ma qui ad essere sbagliata è proprio la premessa fatta da Dotti infatti si dice: “se si vuole aumentare le rese” ma questa logica è propria della grande industria, i piccoli agricoltori che producono grani antichi hanno le estensioni non hanno bisogno di aumentare le rese, piuttosto di aumentare la qualità. Ci sono colline intere delle nostre aree interne che potrebbero essere coltivate con grani antichi, se solo questo desse agli agricoltori una congrua remunerazione.

E vengo al punto di questo articolo che più mi fa “incazzare”: l’autore nella parte inziale del suo articolo dice che “i falsi miti” creati intorno ai grani antichi giustificano prezzi molto più alti, lasciando intendere che a questo prezzo non corrisponda un reale valore di questi prodotti.

Mi chiedo se Gianluca Dotti sa che oggi un quintale di grano vale tra i 13 e i 18 euro a quintale, il costo in pratica di 5-8 kg di pane.

Li conosce i costi di produzione di un piccolo agricoltore? Di che stiamo parlando? Ben vengano i grani antichi, antichissimi, anche preistorici se questo vuol dire restituire un minimo di futuro a chi produce il cibo di cui ci nutriamo.

L’articolo si conclude con “Il consumatore è libero di scegliere il tipo di grano che preferisce, così come ogni agricoltore può decidere quali colture adottare.” Falso, falso e ancora falso il consumatore non è affatto libero perché chi detiene i mezzi della comunicazione spesso “utilizza” un trend come quello dei grani antichi per speculare sul lavoro di chi quel trend l’ha determinato con sudore e sacrificio, non ci vorrà molto per vedere Banderas e la sua gallina impastare farine di grani antichi.

Ma la cosa che molti non sanno è che neppure gli agricoltori sono liberi, infatti, possono autoprodursi e scambiare semi solo a determinate e stringenti condizioni: modiche quantità, reciprocità, pubblico dominio questo per non disturbare gli interessi delle lobby sementiere.

*Presidente Slow Food Campania

11 commenti

    Enrico Zallot

    (13 febbraio 2017 - 12:29)

    Tutto bene se non fosse che…..
    Siamo circa 7,5 miliardi di persone
    I cosidetti grani “antichi” hanno bassissime rese, come del resto tutte le colture “antiche”
    La terra sta’ andando a rotoli
    Per cercare di salvare il salvabile si dovrebbero rendere metri quadrati alla natura.
    E questo non chiedendo ad altri…ma facendolo noi.
    Facile chiedere al sud est asiatico di non piantare palme da olio per salvare le foreste quando da noi, prendi la puglia, abbiamo gia’ levato tutto e piantato olivi! Facile chiedere al Brasile di salvare l’Amazzonia quando da noi non esiste piu’ un foresta planiziale!
    Quindi…..popolazione crescente..necessita’ di produrre in meno metri quadrati per rendere terra alla natura (ripeto…altrimenti il mondo va’ a p….ne)
    Se la matematica non e’ una opinione, si deve quindi aumentare la produttivita’ per metro quadro.
    Cio’ non si fa’ certo proponendo quella che io chiamo “archeologia agricola” come soluzione per il futuro! Proporre tecniche agricole e varieta’ che andavano bene quando sulla terra vi erano un miliardo di persone (grossomodo quando sono nato io, non mille anni fa’!) per dar da mangiare a 7,5 miliardi di bocche e’ ridicolo. Chi afferma cio’ possibile fa’ sul serio della pseudo scienza.
    PS…non sono responsabile dell’aumento della popolazione mondiale….ho due figlie.

    allan bay

    (13 febbraio 2017 - 12:33)

    Luciano, ma è un aricolo incommentabile…

    Giustino Catalano

    (13 febbraio 2017 - 20:29)

    Mi spiace ma dissento su moltissime cose concordando con l’articolo di Dotti.
    I cd. Grani antichi sono l’ennesima fascinosa trovata agronomica e non sono in grado di soddisfare esigenze primarie di miliardi di persone. Ne per resa ne per quantità.
    Da socio Slow Food dissento come ebbi a dissentire con la questione olio sollevata contro le dichiarazioni di Caricato anni fa.
    Rispetto per il presidente Orefice ma viaggiamo distanti dalla scienza.

    marco

    (14 febbraio 2017 - 00:10)

    per Enrico
    vorrei suggerire di aggiungere alla tua, pur giusta, equazione matematica altre variabili che non mi sembra siano state considerate :>
    La perdita della strabiliante quantità di 1,3 miliardi di tonnellate di cibo l’anno non
    FAO 2013
    http://www.fao.org/news/story/it/item/196458/icode/

    senza andare cosi lontano mi viene in mente un’altra variabile importante da considerare => la marea di “cibo superfluo e disponibile sempre , in ogni stagione” che serve al diletto “intellettuale della gola” ma non certo all’essere umano per la sua sopravvivenza

    Enrico Zallot

    (14 febbraio 2017 - 09:02)

    Marco
    il cibo, cone l’acqua e qualsiasi altro bene, ha valore (comunque inteso) se e solo se si trova al posto giusto al tempo giusto.
    Pensa solo a quanto cibo in piu’ andrebbe sprecato se non vi fossero tutte le moderne tecniche di trasformazione, conservazione e di logistica (e chi mi dice che il vino od il formaggio del contadino di una volta era piu’ buono lo uccido).
    ..il problema e’ semplice…… sino a 20 anni fa’ c’erano circa 500 milioni di persone che avevano o volevano avere uno standard di vita, chiamamolo “occidentale” (alta disponibilita’ energetica pro-capite, a cominciare, ovviamente, dal cibo). a questi 500 si sono via via aggiunti un paio di miliardi di persone (sud est asiatico + Cina + India). Ecco che i conti non tornano piu’.
    La soluzione, piaccia o meno, include…
    eliminazione pressoche’ totale dei ruminanti (vacche, capre ed affini) per consumo di carne.
    produzione di frutta e verdura in ambiente protetto (serre tecnologiche…) dove la produzione per metro quadro e’ di circa 10 volte superiore a quella in piena campo, tra l’altro, con un utilizzo limitatissimo di funghicidi ed insetticidi. Per inciso, queste serre possono tranquillamente essere in ambiente urbano, sul tetto di una fabbrica ad esempio, aumentando la produttivita’ totale del metro quadro di suolo utilizzato.
    tienti bene a qualcosa….OGM ad alta produttivita’ per i carboidrati (frumento, riso, patate, etc…)
    tienti ancora piu’ forte…. gli insetti come fonte proteica.
    Io, i grani antichi, in questo quadro non li vedo proprio. Beninteso, io sono assolutamente a favore della conservazione e trasmissione alle generazioni future di techiche agronomiche e varieta’ tradizionali. Infatti, sono a favore dell’archeologia, comunque intesa. Bisogna pero’ non cercare di vendermi il passato come soluzione per il futuro….son troppo vecchio ed un pelino esperto in materia per poterci credere.
    Un’ultima osservazione: Il contadino e’ per definizione un inquinatore ed il peggior utilizzatore di metri quadrati che vi sia. Addirittura, meno inquina piu’ metri quadrati adopera per unita’ di prodotto! Niente contro i contadini ed agricoltori, pero’ non ne posso piu’ della favola del buon contadino (modernamente definito come ‘piccolo agricoltore’ anche nell’articolo che qui commentiamo). Sarebbe proprio ora di finirla con questa favola.

    luca

    (14 febbraio 2017 - 10:41)

    Condivido le opinioni di Enrico Zallot, Giustino Catalano e Marco.

    Mi piacerebbe che Allan Bay chiarisse il suo pensiero. Incommentabile perché?

    Su Slow Food: penso che si debba aprire un grande dibattito pubblico su questa associazione. Per il suo rinnovamento.

    Ma purtroppo, in Italia, scarseggiano uomini, intellettuali con le palle.

    marco

    (14 febbraio 2017 - 12:12)

    volevo solo aggiungere variabili mancanti ad una equazione che a mio parere è piuttosto complessa…….senza fare un trattato…..in quanto il discorso è molto più ampio.
    Concordo col fatto che i semi antichi o i piccoli contadini da soli non possono sfamare il mondo
    ma sono in completo disaccordo sulla promozione di alcune “tecnologie” che tendono verso **IL CONTROLLO** e si spacciano come risolutori della fame nel mondo

    marco contursi

    (14 febbraio 2017 - 13:08)

    ” Il contadino e’ per definizione un inquinatore”……questa mi mancava.
    “tienti bene a qualcosa….OGM ad alta produttivita’ per i carboidrati (frumento, riso, patate, etc…)
    tienti ancora piu’ forte…. gli insetti come fonte proteica. Serre sul tetto di una fabbrica”……. piuttosto distribuiscono un miliardo di preservativi in Africa.Ma una lattuga cresciuta sul tetto della Pirelli o proprio non me la mangio.

    Gianmaria Cunial

    (15 febbraio 2017 - 09:59)

    sono un contadino bio che coltiva grani antichi (ben 26..), frutti antichi (60) e partecipo alle ricerche scientifiche in questo ambito che indicano chiaramente come siano tollerati meglio dal nostro organismo … la discussione anche in questo caso vede una netta contrapposizione, bianco o nero, o di qua o di la … ma non è così. Pensate a quante suolo abbandonato si può recuperare con la coltivazione di questa agricoltura “arcaica”? Le colture moderne industriali non vengono proprio bene sul nostro territorio collinare e montano (la maggior parte dell’Italia) … Per la fame del mondo è determinante lo spreco di cibo e la sua distribuzione e soprattutto i terreni sottratti all’agricoltura per altri usi o per la desertificazione in quanto la produttività negli ultimi decenni non è affatto aumentata! Cerchiamo di parlare di quello che si conosce in maniera costruttiva …

    allan bay

    (20 febbraio 2017 - 12:52)

    Luca, le risponderei volentieri, l’argomento è interessante. Ma purtroppo non rispondo agli anonimi ma solo a chi ci mette il suo nome.

    luca

    (20 febbraio 2017 - 18:25)

    Bruttissima risposta ma non brucerò i 2 libri di cucina da lei scritti :-)
    Mi dispiace perché non le rivolgerò più una domanda,
    Saluti.

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