Grecomusc 2007 Campania igt

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Grecomusc 2007
Grecomusc 2007

CONTRADE DI TAURASI

Uva: roviello di Taurasi
Fascia di prezzo: da 5 a 10 euro
Fermentazione e maturazione: acciaio e legno

Non sono un grande appassionato della annata 2007, ma devo riconoscere che ogni regola ha le sue eccezioni e forse possiamo dire che nel caso del Grecomusc siamo in presenza della migliore esecuzione di sempre.
Nella verticale completa fatta da Rosiello a Posillipo nel 2011 emerse una bottiglia molto ricca ed esuberante di toni sulfurei con rimandi agli idrocarburi. Si tratta dell’ultima edizione passata in legno, all’epoca l’enologo era Maurizio De Simone.
Ritrovo la bottiglia in riva al mare da Gennaro Esposito dove Gianni Piezzo mi aspetta sempre per stappare vecchi bianchi fuori carta perché pezzi unici. La prima cosa che mi impressiona è la grande complessità olfattiva, che vira ancora dai toni di pesca alle note mentolate, poi a quelle sulfuree, fumé e di nuovo idrocarburi.
Un naso carico, ricco, fresco, senza cedimenti di ossidazione, in grande forma. Al palato il vino è coerente con queste promesse, sostenuto dal buon corpo e dalla notevole acidità che è ancora leggermente avanti rispetto a tutto il resto del sorso, ossia si percepisce ben distinta e in anticipo rispetto a tutte le altre note.
La chiusura amarognola e precisa ne fanno un vino pulito, molto adatto agli abbinamento, cosa da noi verificata sulle ulttime ricette di Gennaro Esposito.
Peccato la ventata talebana antilegno perché la sperimentazione in questo caso è stata molto felice, probabilmente supportata da una annata generosa e ricca soprattutto nelle zone più fresche dove comunque si vendemmia per ultimi e si riesce a godere delle prime refole fresche dell’autunno.
Il Grecomusc resta un grande miracolo, una chicca per appassionati, in grado di reggere il confronto con qualsiasi bianco del territorio.
Ah, rileggo le parole di questa scheda delc2009 e in concusione posso dire che ero ottimista rispetto alla realtà che abbiamo sotto gli occhi.

 

Scheda del 10 marzo 2009. Ove si parla di produzione specialistica e commercio arronzato
Da quando ho iniziato ad occuparmi sistematicamente di vino, cioé dal 1994, le delusioni maggiori sono venute quando alcune piccole cantine hanno tradito la loro missione cedendo ala lusinga del guadagno immediato, ma perdendo sicuramente quello lungo. Intendo cioè cantine che si erano affermate grazie alla loro specializzazione avendo una importante funzione di traino del territorio e che, divenute famose, hanno iniziato ad ampliare inopinatamente la loro gamma sino ad avere un catalogo dimensionato quanto, se non più, quello delle aziende grandi.
Sicché hanno spesso fatto la fine della rana di Esopo in quanto la cura maniacale su una particolare uva del proprio vigneto non può essere bilanciata da analoghi risultati con altre uve, spesso acquistate, per non parlare poi del fiato corto di presentarsi su più fronti offrendo necessariamente il fianco alle critiche provocate dall’abbassamento della qualità in relazione alle aspettative generate dal marchio. Insomma, se un produttore di Taurasi si mette a fare Falanghina, Greco e Fiano, inevitabilmente credo sia l’inizio della fine, almeno nei confronti della fascia alta del consumatore perché da aziende specialistiche ci si aspettano cru zonali, annate antiche, riserve e quant’altro. Insomma, la specializzazione nella specializzazione sino a scavarsi una nicchia nella quale nessun altro produttore potrebbe entrare e presentandosi così unici desideri sul mercato.
Purtroppo uno dei limiti più forti della mentalità meridionale è confondere il cliente con la vittima e preferire il bottino al reddito. L’immaturità commerciale resta oggi il baratro sul quale stanno camminando molti produttori, piccole astuzie dovute all’insicurezza e all’insipienza, come quella di entrare in un grande ristorante e poi portarlo non come carta di credito esclusiva, bensì come chiave di volta per entrare nelle salumerie, oppure spuntare prezzi differenti non tanto ai privati quanto ai professionisti del settore che fra loro si scambiano informazioni e decretano così la fine. La mentalità del predone è alla fine l’aspetto più nero dell’animo meridionale, il bagaglio culturale dal quale è più difficile uscire perché per superarlo si deve avere fiducia in se stessi e sul futuro costruito con gli altri, mentre il contadino vive nell’incertezza dell’andamento stagionale quanto il sottoproletariato napoletano in quella dell’arrangiare: ecco perché, come gli arabi, si cura la propria casa ma ci si disinteressa non dico della strada dove si abita, ma persino del portone condominiale o perché, ancora oggi, si trovano gomme e rifiuti abbandonati girando nel cuore dell’areale del Taurasi. Come possiamo pensare di vendere bene una bottiglia se il territorio è trattato una merda? E come possiamo pensare di acquisire credibilità se ci si presenta con sei, sette vini avendo alle spalle uno o due ettari?
In questi anni abbiamo fatto aperture di credito indistintamente perché era giusto così: di fronte al rischio di abbandono della terra, di fronte all’invecchiamento di chi ci viveva, ogni segnale, anche contraddittorio, di ripresa e di interesse, andava sostenuto a spada tratta. Ma adesso siamo ad un bivio di fronte al quale continuare a tollerare stupidità e ignoranza diventa pericoloso e controproducente perché non si può pensare in eterno che l’interlocutore sia più scemo di noi. Anzi, nella mia vita professionale ho sempre pensato il contrario e mi sono trovato bene anche quando alla fine ho sopravvalutato coglioni creando qualche mostro, perché tanto poi basta interrompere il rapporto e aspettare la loro autodistruzione in automatico. Così avverrà pure con le aziende che imboccano la scorciatoia della iperproduzione invece di perseguire la specializzazione varietale.

Tutto questo paraustiello per dire che ogni regola ha la sua eccezione e va bene quando la diversificazione ha una ragione storica profonda e viene presentata come un gioco, una leggerezza, un approfondimento, una temporanea diversificazione dal tema principale. Come nel caso del Grecomusc di Contrade di Taurasi, uno dei rossi più spettacolari del territorio, in costante miglioramento, molto ricco di carattere, al quale lavorano persone che stimiamo da sempre come Maurizio De Simone e il professore Giancarlo Moschetti. Qui siamo in quell’equilibrio bucolico che amo molto: l’aglianico ha diverse declinazioni, dal base al riserva mentre l’unico bianco, spero sia sempre così, è appunto il Grecomusc, una varietà di Greco acclimatato sul territorio dai tempi di maturazione molto rapidi nella fase finale e dunque difficile da seguire. Nel corso delle annata, la prima è del 2004, la qualità di questo bianco è migliorata notevolmente, inizialmente l’acidità contenuta faceva pensare ad una beva immediata ma le bottiglie conservate non smentiscono la vocazione territoriale ad allungare i tempi anche quando non si parla di rosso. La versione 2007 l’abbiamo goduta per caso durante la verticale di Gmg organizzata fra amici a Vino&Caffé di Taurasi per chiudere in modo rilassato la tre giorni del vino svoltasi in Irpinia la settimana scorso: come spesso mi capita, ho voluto spezzare il rosso con il bianco nonostante il menu della tavolata fosse taurasino fondamentalista e ci siamo trovati di fronte ad un bianco di grande carattere, ricco di frutta, segno dell’annata chiatta chiatta, ma anche sostenuto da una buona acidità e mineralità. Un vino di semplice approccio, non concettuale o sofferto, ma profondamente vero ed immediato, sia per la sua gradevolezza che per la sua franchezza minerale, da presentare allora a chi beve di rado come a chi è esperto e cerca nuove piste da battere Questo secondo me è il modo serio di lavorare nel territorio irpino: sono convinto che i fatti daranno ragione a chi sfrutta il marchio, brend aziendale come dicevano i chiattilli prima del crollo delle borse, per specializzare i propri clienti e non per accontentare incolti ristoratori o enotecari che dalla stessa piccola azienda vogliono falanghina, greco, fiano, aglianico, piedirosso e cedrata. Non le comprate, non le comprate.

Sede a Taurasi, via Municipio 41
Tel 081.5442457. Tel e fax 0827.74704
Email: lonardos@libero.it
Enologo: Vincenzo Mercurio
Bottiglie prodotte: 30.000
Ettari: 5 di proprietà
Vitigni: aglianico, roviello