Il Coda di Volpe di Ciabrelli

Letture: 82

Quindici chilometri quadrati. A parte le case, ci sono solo i vigneti sparsi tra il centro e le quattro contrade: Foresta, Marraioli, Tore e Petrara. Parliamo di Castelvenere, il bel paese vicino Guardia Sanframondi che tra una settimana esatta celebra la sua Festa del Vino nell’ambito del progetto InNatura promosso da ArtSannio (info su www.prolocastelvenere.it). Nel comune più vitato della Campania ci sono i due precursori dell’enoturismo, Nicola Venditti di cui abbiamo presentato due settimane fa l’Aglianico Marraioli e Tonino Ciabrelli, contadino vero che con grandi sacrifici e l’aiuto della sua famiglia ha avuto la determinazione di creare la cantina, imbottigliare, organizzare il punto degustazione e il ristorante aziendale quando di queste cose nessuno ancora parlava. Siamo infatti nel 1993, agli albori del Movimento Turismo del Vino, l’anno in cui Corrado D’Ambra decise di fondare l’associazione seguendo l’esempio di Donatella Cinelli Colombini. Per questo il suo bicchiere, semplice e classico, è rispettato e amato da chi conosce la straordinaria avventura del vino meridionale. Prendiamo il Coda di Volpe 2005, straordinario, semplice, efficace nell’abbinamento sia con i piatti vegetariani di Nunzia a Benevento che con le ricette marinare dei ristoranti della Penisola Sorrentina: dalla pasta con i piselli al gamberetto di Crapolla, questa uva operaia svolge il suo lavoro con discrezione, rinfrescando e ripulendo il palato, senza pretendere nulla di più. Una beva estiva tipica, economica, da appassionati intenditori che completa la gamma aziendale tra cui spiccano la Falanghina 2005, l’Aglianico e soprattutto il, classico dei classici, Vigna di Castelvenere Solopaca rosso doc. Il Coda di Volpe è un po’ come la genovese, sconosciuta fuori regione ma familiare a tutti i campani. Del resto sono bicchieri come il Coda di Volpe di Ciabrelli che hanno aiutato le comunità contadine a resistere nel corso della grande trasformazione dalla quantità alla qualità, dal conferimento delle uve coltivate a tendone alla produzione di vini pensate da enologi e curati in campagna. Il loro successo e la nascita di un reddito decente anche nei piccoli paesi hanno convinto molti giovani a restare invece di emigrare in città e adesso, finalmente e lentamente, stanno creando i presupposti per la nascita del turismo in zone da sempre ai margini dello sviluppo. Il vino operaio snobbato dai ciucci presuntuosi ha costruito le fondamenta del solido edificio vitivinicolo campano, la risposta alle sfide del mercato studiato dal professore Eugenio Pomarici: tipico, riconoscibile, economico, unico. Viva i produttori di Coda di Volpe.