di Luigi Moio*
Caro Luciano,
ritorno su questo argomento perché secondo me è necessario chiarire meglio alcuni aspetti.
Concordo perfettamente sul fatto che non bisogna ricorrere a scorciatoie tra l’altro sleali. Ci conosciamo da tanti anni e sai benissimo come la penso su questo punto. Il problema però è un altro. Quando tu parli di uno stile omologante io non sono d’accordo se si considera che questo è il frutto di una evoluzione naturale di un sistema vitivinicolo.
Prima degli anni ’90 la viticoltura dei principali areali di coltivazione dell’Aglianico non era specializzata ed era improntata soprattutto all’ottenimento di alte rese, addirittura in alcune aree le coltivazione erano consociate. I vini erano prodotti da uve spesso non perfettamente mature e non perfettamente sane. In quegli anni non si dava molto peso alla qualità dell’uva e, commettendo un errore gravissimo si pensava che in cantina l’enologo avrebbe risolto ogni tipo di problema. Anche la formazione enologica era maggiormente incentrata sul processo di trasformazione trascurando gli aspetti viticoli. Il risultato, nel caso dell’Aglianico, era l’ottenimento di vini effettivamente non ricchi in colore e non eccessivamente “strutturati”.
Naturalmente, anche in questo caso è possibile parlare di omologazione.
Io ricordo benissimo che la maggior parte dei vini ottenuti dal nostro caro Aglianico rientravano tutti in un unico modello sensoriale caratterizzato da un colore evoluto, nonostante la struttura acida sostenuta, e da note odorose anch’esse evolute e tipiche di un invecchiamento, prevalentemente, di natura ossidativa. Anche in questo caso è possibile parlare di omologazione sensoriale. Tuttavia questo tipo di omologazione è frutto soprattutto di una carenza di sostanze odorose varietali e di una prevalenza di note odorose rientranti nella grande tematica dei difetti sensoriali.
Questi ultimi non sono molti, sono quasi sempre gli stessi e possono essere presenti nella stragrande maggioranza dei vini indipendentemente da cultivar di partenza, zona di produzione, suolo, annata, tecniche di vinificazione, ecc. Il risultato è che in questi vini diventa difficile individuare dei caratteri sensoriali che siano espressione di una vigna, di un suolo, di una annata; tutti aspetti fondamentali alla base della produzione dei grandi vini.
Dal ’90 ad oggi che cosa è accaduto? Si è finalmente capito che per ottenere vini di elevata qualità che siano anche in grado di trasmettere le peculiarità di un sito e di un areale di produzione, bisogna realizzare una corretta viticoltura portando in cantina uva sanissima e al giusto grado di maturazione. Questo punto è di estrema importanza soprattutto nella tecnologia di produzione del vino rosso perché, come è noto, si produce essenzialmente con la buccia.
Quindi, i vini ottenuti da Aglianico, oggi sono più colorati, più concentrati, più strutturati, più morbidi, più puliti, più integri sensorialmente e con tannini meno aggressivi, semplicemente perché è migliorata tantissimo la qualità dell’uva. Il che si traduce in una maggiore ricchezza ed integrità sensoriale del vino con un aumento enorme delle probabilità di individuare nel vino stesso un’identità sensoriale riconducibile alla vigna dalla quale è stato ottenuto. Questo risultato è il massimo auspicabile se si vuole tendere ad un modello vitivinicolo superiore. E’ chiaro che questi vini maggiormente integri e più “ricchi” hanno maggiore longevità e soprattutto in essi con maggiore lentezza appaiono quelle note sensoriali “evolutive” che molti erroneamente associano a caratteri di tipicità.
Tra l’altro questo fenomeno è accaduto anche nelle mitiche aree vitivinicole francesi di Bordeaux e della Borgogna. I grandi vini rossi di Bordeaux e della Borgogna degli ultimi venti anni non sono gli stessi del passato, c’è un’attenzione fortissima all’integrità sensoriale ed al prolungamento della longevità del vino.
Ritornando al nostro straordinario e fantastico Aglianico, i cosidetti “nuovi” Aglianici, dunque, se bevuti molto giovani e senza la necessaria competenza e consapevolezza possono, purtroppo erroneamente, sembrare “atipici”.
Infine è logico che tra Vulture, Taurasi e Taburno le differenze del potenziale enologico sono enormi. Sistemi di allevamento, rese, condizioni pedoclimatiche sono diverse, per cui è normale che, generalmente, i vini rossi del Vulture saranno sempre più colorati, strutturati e concentrati di quelli dell’areale del Taurasi e questi ultimi più colorati, strutturati e concentrati di quelli della zona del Taburno.
*Ordinario di Enologia, Università Federico II di Napoli
Caro Luigi
il tuo ragionamento voga coraggiosamente controcorrente quando affermi, sostanzialmente, che i veri rischi dell’omolgazione sono da iscrivere nel capitolo della antica viticoltura poco attenta alla sanità della frutta e, ancor di più, succube della quantità, quando cioé il ruolo dell’enologo, in Italia impegnato quasi esclusivamente con le grandi masse prodotte dalle cantine sociali, era sostanzialmente quello di correggere i difetti in cantina. In sintesi, l’enologo correggeva in cantina invece di progettare in vigna.
Sicuramente negli anni c’è stato un miglioramento complessivo della viticoltura meridionale e italiana, ma la mia sensazione è che, tutto sommato, il ruolo taumaturgico dell’enologo non sia venuto meno, anzi, il suo peso è cresciuto in maniera abnorme rispetto all’agronomo e, spesso, rispetto allo stesso commerciale. Anche con uva sana in tanti hanno continuato a correggere, salassare, seppellire nel legno, eccetera, eccetera per restare alle cose lecite.
Ora il punto qual è? Che vogliamo tutti vini migliori e più buoni, sicuramente. Ma anche e soprattutto diversi l’uno dall’altro e questa distanza varietale espressa dalla frutta coltivata in diverse condizioni deve in qualche modo venire fuori quando si stappa. Io non voglio un Piedirosso uguale all’Aglianico e non voglio un Aglianico del Taburno uguale a uno del Vulture e magari a un Merlot di Aprilia.
Siamo sicuri che questo sia successo? Negli ultimi tre anni con le selezioni Touring e nell’attività quotidiana (fiere, degustazioni, verticali, ristoranti) avrò provato non meno di cinquemila vini, tutti buoni e potabili per usare una tua simpatica espressione ma, ti assicuro, sono pochi quelli che ricordo con interesse caratterizzato.
Io penso che si sia passati dall’omologazione per difetto, come la individui tu, a quella per eccesso, perdonami la semplificazione giornalistica. Negli ultimi anni nelle bottiglie c’è stato troppo di troppo perché spesso si è pensato di recuperare il ritardo in modo affrettato e poco consono alle diverse tipologie dei vitigni e dei territori.
Questo è il motivo per cui da più parti si invoca un ritorno alla semplicità, alla finezza espressiva. Naturalmente nessuno con un po’ di sale in zucca può auspicare la rusticità balbuziente e polverosa del passato. Queste sono scorciatoie che possono avere l’ambizione di governare una fetta di mercato di nicchia, ma sicuramente non il mondo vitivinicolo nel suo complesso.
Sono quindici anni che mi occupo di vino e una sola cosa ho capito con certezza: siamo ancora alle prime battute di una storia che tutti speriamo sia scritta bene. Dobbiamo, anzi, dovete studiare sino in fondo il comportamento varietale dei diversi vitigni nelle diverse fasi del processo. Questa ricerca scientifica ci può portare a risultati straordinari come all’ammissione che si, in fondo non basta che un vitigno sia autoctono per avere tipicità e soprattutto piacevolezza e che i blend di una volta forse avevano qualche ragione in più della reciproca correzione dei diversi tempi di maturazione delle uve.
Mi auguro che le regioni meridionali invece di investire solo in triccabballacche e putipù riescando a destinare ingenti somme per la ricerca perché di questo oggi c’è bisogno se si vuole riconquistare un primato vantato spesso in etichetta ma che risale a duemila e passa anni fa.
Quello che io non voglio, però, è raccontare l’inseguimento a un presunto gusto internazionale, non si sa da chi decifrato e vivisezionato, con vini di territorio che non riescono più a riconoscere il cibo del territorio. Perché questo, per me, è il primo parametro ormai da prendere in considerazione.
E su questo, lo so, siamo più che d’accordo.
Insomma, pensavo fosse ora di ritirarsi. Invece è iniziata la vera battaglia:-)























Le parole del Professore Moio appaiono di buon senso, ma pongono, almeno al sottoscritto, alcuni punti interrogativi che spero possano essere chiariti.
Ad esempio, a cosa si riferisce di preciso, quando parla di una viticoltura non specializzata antecedente gli anni ’90, a rischio omologazione? All’epoca l’aglianico taurasino era inesistente da un punto di vista commerciale, fatta eccezione, sostanzialmente, per un unico produttore. Si riferisce a quello che i contadini producevano per autoconsumo e di cui, noi, non abbiamo traccia?
Ancora, si parla di vini evoluti. Eppure, quando ci si riferisce al prima, e sostanzialmente ad un produttore, ossia Mastroberardino, si prende il suo Taurasi 1968 come paradigma non tanto dell’autenticità (dopo quarant’anni e la ovvia terziarizzazione) ma della longevità dell’aglianico o no?
Infine, alcune pratiche moderne di viticoltura, fittezza degli impianti, potature corte, diradamenti spinti ecc ecc., e soprattutto nel taurasino vendemmiare “per tradizone” dopo i morti (2 novembre) non è altrettanto rischioso quanto a evoluzione dei profumi e omologazione…La prugna “sunsweet” insegna o sbaglio?
Ringraziandovi anticipatamente, saluto cordialmente.
Gustavo Vinaccia.
Non posso che condividere a pieno la tua risposta a Luigi Moio. Ricordo quando prima, durante e dopo il metanolo più della meta dei vini che si assaggiavano avevano evidentissimi difetti dovuti a pratiche agronomiche e di cantina sbagliate.Ha ragione Moio, i vini erano tutti omologati verso il basso. Oggi i vini sono tutti omologati verso l’alto: pulitini, perfetti, con tutte le loro cosine a posto, tanto da non poterli distinguere uno dall’altro, annullando le specificità territoriali e quello che si è costruito in vigna.
Non sostengono ovviamente che è meglio avere un vino un tantino “sporco” ma che sia rappresentativo anziché uno perfettamente integro , ma che non esprime nulla. Non possiamo tornare indietro. Per questo condivido la necessità che la ricerca vada indirizzata verso caratteristiche territoriali che possono esprimersi senza cadere nel “rustico” da una parte e senza omologare verso “l’alto” dall’altra. La strada non è per niente semplice.
Caro Luigi, Caro Luciano,
ho letto con molto attenzione i vostri interessantissimi punti di vista che in molte parti concordano delineando una strada comune: dall’ aglianico si possono ottenere grandi vini di qualità, serbevoli e complessi dal punto di vista aromatico. Tuttavia la paura di Luciano è anche la mia: molti aglianici sono ben fatti, ma molto simili, omologati. Secondo il mio modesto parere abbiamo le conoscenze biologiche giuste per ritornare al passato in quelle pratiche enologiche che rafforzano la componente territoriale legata all’annata. Con analisi microbiologiche e molecolari siamo in grado 3-4 giorni prima di una vendemmia di valutare la complessità microbiologica dell’uva e portare avanti una fermentazione naturale guidata che ci permette di ampliare e rafforzare il quadro aromatico che è anche frutto di una biodiversità microbica delle uve. Quando parlo di biodiversità microbica non intendo solo quella dei lieviti, ma anche quella relativa ad un consorzio di batteri lattici che in condizioni ottimali evita le note “burrose” che si sentono in molti vini prodotti con malolattici innestati. Per non parlare delle contaminazioni incrociate che derivano da questi innesti (es: ceppi di Sporolactobacillus nakayamae isolati solo in Giappone e in Australia contaminanti lieviti selezionati australiani e ritrovati in vini siciliani) Ovviamente questo è il mio punto di vista e fortunatamente anche la filosofia enologica di molti produttori (vedi “Parlano i Vignaioli”, Ercolano 2009) che con fermentazioni naturali producono vini molto interessanti, ma in particolare unici e riconoscilbili dagli altri.
Giancarlo Moschetti
Ordinario di Microbiologia enologica
Università di Palermo
Fortunatamente la viticoltura Campana e di conseguenza l’enologia ha fatto passi da gigante verso la qiualità del frutto e la sua sanità, elemento da cui partire per poter vinificare prodotti di qualità superiore. Secondo il mio modesto parere i vini “omologati ci saranno sempre”, ma fortunatamente insieme alla qualitò della viticoltura negli ultimi quindici anni è migliorata anche la capacità dei consumatori nel saper scegliere ciò che vogliono bere.
Di fronte ad un forum, sia pure improvvisato, di tale spessore non posso, da mero appassionato enoico, che sposare appieno il ragionamento di Luciano il quale, avendo anch’egli partecipato, ancorchè di sfuggita, alla manifestazione di Ercolano, avrà forse potuto notare quale caleidoscopico universo di colori, profumi e sapori nasce da fermentazioni naturali e dall’utilizzo di lieviti indigeni (che, a mio modestissimo avviso, rappresentano il vero marker dell’unicità e della tipicità di un vino).
Perciò quei prodotti sono sì interessanti ed emozionanti, altro che il più perfetto degli Chardonnay, che non sai se è prodotto in Sicilia o in Toscana!
Non credo di sbagliare ma penso, a ragion del vero, che proprio su questo argomento (lieviti indigeni ecc..) Luigi Moio ha tante cose da osservare.
Ieri sera abbiam bevuto Camartina 2001 (inutile presentarne profilo “eticologico”), un buon vino senz’altro, ma forse già troppo in là rispetto alle aspettative di lunga vita professate.
Inoltre, Nero d’avola Occhipinti, c’è chi ne difende la digeribilità, io stesso l’insolita autenticità, ma ahimè assolutamente impossibile da portare avanti oltre il secondo sorso.
Ecco, la diversità sì, ma chi paga?
Ma parliamo del Nero d’Avola Siccagno di Arianna Occhipinti?
Toc, toc! Si può intervenire ragazzi? Certo quando scendono i campo i pesi massimi, i “mammasantissima” è duro controbattere. Nel mio infintesimale ruolo che ricopro ho semptre citato vocalmente e scritturalmente sia Luciano che il prof. Moio, quali esempi e modelli di perfezione analitica e immensa competenza specifica. E qui lo confermo senz’altro e penso anche che questa diatriba sia utile e costruttiva, soprattutto per un ulteriore rilancio della viticoltura campana Nei miei piccoli interventi ho spesso accostato il prof. Moio ad altri insigni docenti ed enologi, quali Attilio Scienza, Mario Fregoni, Giacomo Tachis, Ferrini, Marco Pallanti e perfino a Pascal Chatonnet e Raymond Calvel . Questi ultimi due saranno certamente noti al prof., per le sue frequentazioni francesi. Ed a proposito della Francia, mi è permesso rivolgere una domanda allo stesso prof? Quando lei afferma che:” …negli ultimi venti anni i grandi rossi di Bordeaux e della Borgogna hanno avuto più attenzione all’integrità sensoriale e al prolungamento della longervità…” si riferisce ovviamente ai Premiers Crus della Gironda o Gran Crus Classés ed ai Premiers e Grands Crus AOC della Còte de Nuits, vero? Cosa vuol dire esattamente, visto che da sempre un Margaux, un Lafite, un Latour, un Haut-Brion, un Mouton-Rothschild, un Petrus, un Clos de Vougeot, un Gran Echézeaux, un Gevrey-Chambertin ed il grandissimo Romanée-Conti delle tre “P” ( Pinot noir, gris e liébault) sono sinonimi di longevità (anche oltre 35 anni, mi pare per l’ultimo vino citato) e certamente anche pieni ed appaganti dal punto di vista sensoriale. Se vuole rispondermi, la ringrazio anticipatamente. A proposito, per restare nel tema: io amo moltissimo l’Aglianico, in tutte le sue sfaccettature, tanto da considerarlo uno dei migliori vitigni al mondo. Saluti.
Condivido molto il pensiero di Pasquale. La semplicità con la quale, seguendo il ragionamento di Moio, esprime il semplice fatto che “prima i vini erano tutti omologati verso il basso e oggi sono tutti omologati verso l’alto, con tutte le loro cosine a posto …tanto da non poterli distinguere uno dall’altro”. Infatti fino a un certo punto condivido il pensiero del professore. Lo seguo sul discorso del cambio di passo che ha consentito di eliminare una serie di difetti. E mi piace molto l’attenzione che dichiara e dimostra per il lavoro in vigna. E’ quello, in pratica, dice, che ha cambiato la storia recente dei nostri Aglianico. Bene, benissimo. Poi esce fuori l’enologo, anzi, meglio direi un certo determinismo da enologo, anzi, dico meglio, da scienziato. E’ mosso da quest’ultimo, poi, che conclude il ragionamento. Tuttavia qualcosa non funziona: abbiamo migliorato l’uva, abbiamo eliminato i difetti, ma al vino, con dispiacere di tutti, evidentemente manca qualcosa se quello del casertano e del Vulture, non sono sufficientemente distinguibili. Era ed è solo questione di intervento umano? Si facevano in modo diverso per via di certa arretratezza che produceva effetti diversi qui o là? Gioca o non gioca un fattore fondamentale il territorio? E se, come credo tutti pensino, la risposta è si, allora tutti i grandi fatti dalla scienza non riescono a darci quello che cerchiamo nel bicchiere o certamente nelle proporzioni cui eravamo abituati. Dice bene Luciano: andiamo avanti con la ricerca. Siamo a buon punto, ma non siamo arrivati.
… se posso dico anche la mia.
sono d’accordo con tutti e con nessuno. Il mio ragionamento però tende a spostare la discussione su alcuni aspetti poco discussi sino ad ora. Li elenco sinteticamente:
1) si discute come se la nostra storia enologica sia secolare. Niente di più sbagliato: sono poche le aziende che conservano annate in numero superiore a 20 dei propri vini. E allora di che parliamo ? Ma tutto questo perchè? (vedi punto seguente)
2) la nostra tradizione non è di vinificazioni in purezza. Ricordo a tutti che i nostri vini, prima delle omologazioni volute dai disciplinari di produzione fatti non sempre con molta attenzione verso la storia e verso la tradizione, erano fatti da uvaggi dove talvolta alle uve uve rosse venivano aggiunte quantità variabili di uve bianche a seconda del gusto del vignaiolo. E’ fin troppo facile vinificare basi e poi assemblarle, viceversa è molto più difficile individuare uvaggi e poi vinificarli in un unica massa.
3) a causa di questa “politica” alcuni vitigni delle nostre zone si stanno estinguendo perché non più impiantati (come l’uva lacrima che nell’alto casertano è stata esclusa da tutte le doc e da tutte le igt), ma che nel passato e ancora oggi in alcuni vigneti storici sono presenti e rappresentano la base di alcuni vini “fatti in casa” che nonostante tutto sono molto interessanti.
4) lancio una proposta anche se non sono il primo a farlo: visto che il mercato del vino sta subendo una radicale evoluzione (DOC e DOP – IGT e IGP, ecc) perché non iniziare a lavorare, ANCHE, su vini derivati da uvaggi un pò più immersi nella tradizione che potrebbero veramente essere classificati come SuperCampani; in alcuni casi il rispetto dei disciplinari di produzione, come ad esempio il Galluccio DOC che stenta ad affermarsi per considerazioni che non sto qui ad elencare, rappresenta solo un vincolo alla crescita enologica del territorio la cui tradizione affonda invece su altre storie.
5) il discorso dei lieviti e delle biotecnologie lo ritengo un pò prematuro, la selezione di ceppi autoctoni è possibile solo in presenza di comparti molto estesi e specializzati dove non ci sia stata una “contaminazione” schizofrenica di vigneti prima fatti con vitigni autoctoni poi convertiti con varietà internazionali ed ora ancora riconvertiti con varietà che non è detto che siano quelle veramente inidigene. inoltre la selezione di ceppi autoctoni è possibile solo dopo decenni ininterrotti di coltivazione dello stesso vitigno. INSOMMA non è il caso della maggior parte della viticoltura campana.
BASTA ho finito
Non ho avuto modo di intervenire prima, l’influenza mi ha tenuto lontano dal web per qualche giorno.
Sinceramente ho l’impressione che si faccia una certa fatica a distinguere in che consiste realmente l’omologazione e la diversità. Non si possono confdondere limiti tecnici con l’omologiazione né una tecnica perfetta. Se alla base ci sono vitigni e terreni diversi, sia con difetti che senza difetti tecnici la differenza DEVE emergere. Se non emerge le cause sono altre, ovvero non la tecnica in sé ma l’uso che se ne può fare, ovvero la standardizzazione di un metodo, di un approccio soprattutto di cantina. Questo però è solo un aspetto, in realtà secondo me ci sono altri elementi che vanni chiariti. Ad esempio quante varietà sono così diverse da poter caratterizzare un vino in modo inequivocabile’ C’è una bella differenza fra un vitigno armoatico e uno neutro, c’è una bella differenza fra un vigneto di 50 anni posto in un terreno collinare, magari di origine vulcanica, esposto a sud-ovest e uno pianeggiante in prossimità del mare. Il fatto di vantare centinaia di varietà di vite diverse non deve farci credere in chissà quali potenziali differenze, se non nel nostro bisogno collettivo di trovare stimoli nuovi. Con tutta probabilità le effettive differenze varietali si riducono a poche decine e non a migliaia. Il resto lo fa il terreno e la mano dell’uomo. Quest’ultima è il vero problema, perché la conoscenza tecnica è solo un aspetto, ma esistono le diverse capacità personali, la propria visione di come fare il vino, le finalità economiche (importantissime e condizionanti checché se ne dica) . E poi esiste il gusto, anch’esso omologabile, tant’è che sentiamo ogni giorno persone di varia provenienza e cultura dire cose come “mi piace da impazzire la carbonara”, “oppure “adoro il Montepulciano d’Abruzzo”, che è come dire “mi piace la TV a colori”. Infine, anche se ho sicuramente messo troppa carne al fuoco (l’argomento non può essere affrontato in un contesto così relativo), va considerato il fatto che in passato si produceva molta uva ma poco vino imbottigliato e pochissimo di qualità elevata, ma anche il gusto degli uomini era adeguato a quel tempo. Oggi abbiamo cibi e vini fatti industrialemtne, additivi chimici, aromi aggiunti e mille altre diavolerie che consentono di far sembrare a molti buona la carne e le patate di MCDonald, cosa un tempo impensabile. E non è questa una contraddizione grossa come una casa? Una volta c’era meno tecnica ma i polli non avevano ormoni e anabolizzanti, le insalate avevano sapore, la frutta era quella di stagione ecc. oggi dobbiamo fare i conti con una smania di avere di tutto di più, dal lardo di colonnata al tonno rosso, senza alzare il culo dalla sedia. Questa è la vera omologazione.
Leggendo lo scambio di battute su questo blog mi tornano alla memoria storie che mi sembravano lontane e che provocano alcune riflessioni.
Durante interessanti visite fatte da studente e da giovane appassionato di vino 15-20 anni fa, in aziende molto suggestive della Borgogna, del Bordolese o anche della nostra langa piemontese, talvolta si riusciva a degustare preziosi vini frutto del territorio e del “savoir faire” di generazioni di viticultori scrupolosi ed attenti. In questi vini si potevano individuare chiaramente sentori più o meno evidenti di cuoio, stalla, sudore di cavallo, venduti come marcatori del terroir e marcatori di tipicità.
Oggi gli stessi sentori sono riconosciuti essere prodotti del metabolismo di microrganismi indesiderati ma naturali (tanto in Francia come in Italia o in altre parti del mondo) quali i Brettanomyces, combattuti dagli enologi e messi alla gogna da giornalisti ed opinionisti del vino con la stessa solerzia con cui erano annoverati tra i caratteri distintivi dei vini.
Accanto a questi microrganismi naturali del vino (brett) che producono sostanze sgradite ma facilmente rilevabili per via sensoriale mi risultano esserci altri microrganismi naturali dell’uva e del vino in grado di produrre per esempio OTA o ammine biogene, sostanze difficilmente rilevabili per via sensoriale dal consumatore, ma certamente dannose alla salute, anche se naturali.
Perché chi parla di vini naturali dimentica e tace questi aspetti e si accanisce contro microrganismi selezionati, che altro non fanno che sviluppare e valorizzare senza deviare il potenziale qualitativo e di tipicità di un territorio, in tutta onestà, evitando la produzione di metaboliti disgustosi o dannosi, opponendosi in una sorta di lotta biologica allo sviluppo dei microrganismi indesiderati.
Queste cose sono vere, eppure si preferisce fare inutile poesia non rendendoci conto che il vino, per poter sopravvivere, deve poter affrontare il mercato mondiale con tutte le carte in regola.
grande prof, primum vivere!
Io penso che quello che Dante Scaglione mi disse in un passaggio dell’intervista su Lavinium possa riassumere in parte (sul fatto che oggi ci sia più rispetto ho a volte dei dubbi) bene la questione (http://www.lavinium.com/personaggi/franceschini_dante_scaglione_2009.shtml)
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Che enologia era?
Oggi c’è un’enologia conservativa, un tempo curativa.
Cosa è meglio?
Non c’è risposta. Un tempo c’erano grandi vigne, soprattutto vecchie vigne, e questo era un patrimonio eccezionale. Poi, però, spesso il vino veniva lasciato a se stesso in cantina, c’erano poche analisi e controlli e quindi poi si interveniva con la logica della cura, che non mi è mai piaciuta, perché troppo invasiva. Oggi, se vogliamo, è il contrario. Non c’è più la grande materia prima di un tempo o, quanto meno, è sempre più difficile trovarla, ma in compenso si cerca di rispettare maggiormente quello che si porta in cantina.
Qui ci sarebbe da parlare per ore, e probabilmente ognuno finirebbe col restare della propria idea. Allora provo a mettere insieme un po di spunti per la discussione, dal punto di vista di uno che ha speso gli ultimi 10 anni ad occuparsi di ricerca scientifica in ambito enologico, prima in Italia e ora in Australia.
Mi pare incredibile che si parli ancora di tipicita’ in relazione ad aspetti (o meglio difetti) sensoriali quail ossidazione, Brettanomyces, riduzione, etc. Questi non sono caratteri tipici, e chiunque lo sostiene semplicemente si nasconde dietro un dito. Faccio un semplice ragionamento a titolo di esempio: due vini prodotti agli estremi del pianeta, per esempio un Malbec argentino e un Cabernet del Collio, una volta contaminati da Brettanomyces, avranno esattamente lo stesso profilo sensoriale, ossia odore di stalla e poco altro. Ora, se un singolo fattore (Brett in questo caso) puo’ annullare tipicita’ varietale, territoriale, continentale, ecc, come si puo’ definirlo un marcatore di tipicita’?
Si parla spesso di lieviti indigeni quali veicolo di espressione di caratteri varitali e di tipicita’ regionale. Penso si possa dire che lieviti diversi danno vini diversi, e questo vale anche per gli indigeni. Poi, se da un punto di vista commerciale, riteniamo che un vino ottenuto con un lievito isolato dietro l’angolo possa attrarre un numero maggiore di consumatori, allora benvengano i lieviti autoctoni, che tengono noi ricercatori impegnati. Quello che pero’ non capisco e’ per quale motivo un lievito isolato da un vigneto di Taurasi dovrebbe dare vini che esrpimono ‘meglio’ i caratteri del Taurasi. I lieviti non sono stati creati per fare il vino, tantomeno il Taurasi. Stanno li da milioni di anni a farsi i fatti loro, ossia trovare qualcosa da mangiare e propagarsi. Se capita che si tratti di un grappolo di Aglianico di Taurasi, tanto meglio…
Concordo con Ettore Galasso, i vini omologati ci saranno sempre. Perche’ seguire le tendenze del mercato equivale, nella maggior part dei casi, a vendere piu’ bottiglie. Fare vini ‘potabili’, per usare un termine caro a Luigi Moio, non costa poco, e ben pochi produttori possono permettersi il lusso di avere bottiglie invendute e accumulare debiti. Ma esiste davvero un mercato per vini che mantengono la loro originalita’ pur restando all’interno di canoni di tipicita’ regionale? E tali vini esitono, se stabiliamo che i difetti di cui sopra non sono caratteri di originalita’?
Per quel che riguarda il discorso microbiologia, non mi trovo del tutto daccordo con Giancarlo Moschetti, e spero che non me voglia; ricordo ancora le sue lezioni di microbiologia a Portici, quando ancora ero studente di Tecnologie Alimentari. Certo alcuni produttori ottengono vini con forti caratteri di unicita’ mediante l’impiego di fermentazioni spontanee. Ma in molti altri casi le cose non vanno cosi’ bene, semplicemente perche’ ci si ritorova con concentrazioni elevatissime di acetato di etile, di acido acetico o di acetaldeide. E quindi spunto, acescenza, o forti caratteri ossidativi in vini giovani. E se e’ vero che le tecniche di biologia molecolare possono dirci quali specie microbiche sono presenti sulla superfice dell’acino d’uva, non e’ cosi’ semplice prevedere quali di queste andranno avanti durante la fermentazione, e quale profilo aromatico si otterra’ da una fermentazione spontanea, anche se ‘guidata’. La vera unicita’ delle fermentazioni spontanee sta piu’ che altro nell’interazione tra caratteri genetici dei lieviti e composizione del mosto. Visto che quest’ultima e’ infuenzata praticamente da tutto (varieta’ di uva, vigneto di origine, pratiche viticole e di cantina, etc), mi sa che ci vorra’ un bel po prima di arrivare a capire cosa realmente accade in una fermentazione sponatnea.
Chiudo con una considerazione tecnica. Quanti Aglianico riescono ad invecchiare bene (niente Brett, ossidazione normale, riduzione che va via con un po di ossigenazione) oltre i 5 anni? Fino a quando ho vissuto in Campania (4 anni fa) non tantissimi. Quanta tipicita’ possiamo allora aspettarci seun vino destinato ad esprimersi tra 8- 10 anni e’ gia’ andato dopo 4 anni?
Nessuno si è soffermato sulla questione economica. C’è un potere economico trasversale che fattura miliardi di euro all’anno. Vi allego un piccolo elenco di prodotti per l’enologia:
Lieviti secchi attivi
Batteri malolattici
Attivante di fermentazione
Alimento per lieviti bilanciato a base di fosfato ammonico e tiamina
ATTIVANTE E BIOREGOLATORE DELLA FERMENTAZIONE COMPLETO,
Attivante specifico per l’adsorbimento di elementi indesiderati presenti nel mosto
Attivante e bioregolatore della fermentazione malolattica
Preparato enzimatico per il controllo della fermentazione malolattica
Preparato enzimatico di betaglucanasi con attività lisogena per la chiarifica e la filtrazione dei vini
Preparato enzimatico ad attività pectolitica per la chiarifica dei mosti bianchi e dei vini giovani
Pool enzimatico per la produzione di vini rossi
Preparato enzimatico per la chiarifica dei mosti aromatici
Preparato enzimatico liquido per vinificazioni di uve bianche mediante macerazione
Prodotto a base di tannini condensati di vinacciolo
Pool di tannini ottenuti da rovere pregiato
Tannino per uso enologico estratto da materiali vegetali selezionati, granulato ad alta solubilità..
Pool di tannini ellagici, gallici, catechinici ad azione sinergica per la stabilizzazione del colore e per la strutturazione dei vini rossi
selezione di chips per affinamento
Sol di biossido di silicio al 30%.
Ovoalbumina liquida pastorizzata e refrigerata a elevata azione detannizzante,
Caseinato di potassio purissimo
Chiarificante di origine vegetale ad azione illimpidente specifica –
Carbone vegetale, attivo, specifico per flottazione
Adsorbente specifico dell’ocratossina A
Gelatina animale di pesce, pura –
Gelatina alimentare a bassa carica elettrica superficiale ed alto potere detannizzante.
Polivinilpolipirrolidone – Adsorbente sintetico ad elevata azione stabilizzante
Diossido di silicio sotto forma di idrogel attivato.
Bentonite attivata, in polvere, purissima
Gomma arabica sterile, in polvere, per la stabilizzazione colloidale dei vini.
Gomma arabica a catena lunga, in soluzione, per la stabilizzazione colloidale dei vini
Disacidificante complesso con azione migliorativa dei vini acidi
Prodotto a base di Mannoproteine ad azione stabilizzante
Acido metatartarico con indice di esterificazione non inferiore a 40.
Solfato di rame in soluzione per l’eliminazione di odori anomali
Formulato polifunzionale in grado di fornire stabilità chimica e biologica al vino
Carbossi Metil Cellulosa ad azione stabilizzante sulla componente tartarica dei vini.
Meditate gente meditate.
Ma qua non si finisce più! Vedi che polverone ha sollevato e che interesse spasmodico ha suscitato l’articolo di Luciano sull’aglianico! Quante personalità di spicco del mondo enologico sono giustamente intervenute. Va bene così, comunque. Anzi faccio una proposta a Luciano: mantieni aperta questa finestra sul blog almeno per un’altra settimana e poi vediamo cosa succede. Ti va l’idea? Oltretutto io sono in credito di una risposta da parte del professor Moio e non vorrei perdermela assolutamente. Quindi aspetto pazientemente il mio turno, almeno fino alla prossima settimana… Ciao.
Sarebbe interessante leggere anche le repliche dell’ill.mo Prof. Moio, di carne al fuoco mi pare ne sia stata messa abbastanza.
Pur con tutto il rispetto per il cattedratico e studioso Moio, ma non sono assolutamente d’accordo quando sostiene “Tra l’altro questo fenomeno è accaduto anche nelle mitiche aree vitivinicole francesi di Bordeaux e della Borgogna. I grandi vini rossi di Bordeaux e della Borgogna degli ultimi venti anni non sono gli stessi del passato, c’è un’attenzione fortissima all’integrità sensoriale ed al prolungamento della longevità del vino”. Purtroppo mi sembra che anche in Francia, anche nelle due grandi regioni classiche da lui citate, si producano sempre più vini a corta gittata, che piacciano subito, soprattutto a certa stampa specializzata, e non più, ahimé, vini che possano durare negli anni….
No mi dispiace gent.mo professor Moio non posso condividere la sua opinione. Vengo da poco da una degustazione di Chambolle Musigny Les Amoreuses 1928 che mi ha fatto pensare esattamente il contrario. Purtroppo negli ultimi anni la Borgogna ci da vini fin troppo pronti, difficili da immaginare a lunga distanza.
Cordiali Saluti
Giampaolo Giacobbo
Gentile Dottor Moio;
concordo pienamente in ciò che dice, infatti da 10 anni a questa parte è possibile aprire e BERE ottime versioni d’Aglianico, siano esse Vulturine o Campane.
Mi permetto però di evidenziare un piccolo elemento di probabile discussione; a questo punto occorre premetterle che sono un suo giovane collega, opero nel Vulture ma non ho mai avuto la possibilità di lavorare con uve d’Aglianico provenienti dalla zona del Taurasi.
A mio parere, in funzione del boom del vino e dell’Aglianico sono sorte tante aziende nuove le quali hanno presentato al mercato una versione distorta dell’Aglianico, infatti questi vini sono ancora oggi “spremute di legno” coloratissime e tanniche, senza dimenticarci di versioni d’Aglianico “dolcioni e morbidoni”.
L’Aglianico ha origini antiche e per questo bisogna guardare nell’antico per trovare la strada del moderno; perfetto e giusto l’attuazione della viticoltura di qualità alla quale si sarebbe dovuto affiancare il rispetto delle vinificazioni e l’attenzione all’uso del legno!
In parole povere bisogna ricordare ad alcuni nostri colleghi che la barrique è uno strumento di cantina da utilizzare a scopo MIGLIORATIVO e non d’omologazione.
Buon Lavoro;
Fabio Mecca
347 600 33 48
Mi permetto di suggerire, appena sarà in commercio tra qualche settimana, di bere il Terra d’Eclano 2007 di Luigi Moio, a conferma delle perplessità di quanto sopra espresso dal sig. Mecca e di quanto sia verosimile l’approccio all’aglianico di Quitodecimo.
http://www.lucianopignataro.it/a/quintodecimo-il-2007-nel-bicchiere/6856/
Mi permetto di segnalare questo link (giusto per non essere autoreferenziali e non piacersi o commentarsi da solo) a proposito di quanto espresso dal Dott. Mecca, dal degustatore Fabio Cimmino, dopo anteprima Taurasi. Ah, ovviamente in questo caso, i campioni sono stati degustati alla cieca. Visto che qui si è bravi a pontificare, ma non a rispondere….
http://euthimya.spazioblog.it/154735/Taurasi+2005+(reportage).html
:-)
Ci preme una precisazione.
Probabilmente a Fabio Cimmino non è stato detto che il JQN 104 06. é coraggiosamente una provocazione all’interno di Anteprima Taurasi, dello scorso anno, infatti è quello che restava in appena 5 barrique, dalla lavorazione di questo Vino:
http://euthimya.spazioblog.it/158922/I+VIAGGI+%28Aglianico+Taurasi+in+Bianco%29+2006+JOAQUIN.html
:-(
Mentre leggevo i dettagliati e rigorosi interventi, che ho stampato per poterli comprendere più approfonditamente, mi sono ricordato di Mura in Confesso che ho bevuto…
non faccio il sommelier, non faccio il ristoratore, non collaboro a nessuna guida, posso permettermi il lusso supremo dell’ignoranza, della tabula rasa. Questo mi renderà socialmente poco gradito perché starò ai margini delle diatribe sul cuoio di Russia e la ginestra vesuviana, e pazienza. Nemmeno nel più scassato bar di Beaune ammetterò sentori di merde de poule. Dirò solo nome, cognome e numero di matricola se catturato dai nemici e invitato a identificare la rosa canina in un Rouché, o Ruchét. Non dirò più perlage, prise d’écume, bidule, liqueur d’expédition, pupitre, cru, cuvée. Non sarà una grande rinuncia. Continuerò a bere, sarò più impregnato che impegnato, più libero che libro, più d’istinto che distinto, più corto che colto, piú nudo che nodo, piú aperto che esperto, più formato che informato (penso) e deformato (spero), più carnale che canale, più fanale che banale, più bocca che bacca, più sostanza che costanza, più tralcio che stralcio, piú piuma che puma, più ramo che remo, più palato che pelato, più grumo che gramo, più uomo che duomo, piú voglia che doglia, più ballo che bollo, più bello che bullo, più buono che suono, più felce che falce, più campagna che campana, più acino che acido, più mite che mito, più passito che passato, più storia che scoria, più riso che reso, più naso che raso, più luce che duce, più commosso che commesso, più caldo che saldo, più carezza che cavezza, più festa che testa, più gola che gaia, più fisarmonica che filarmonica, più colore che dolore, più tanto che tonto, più avvinto che avvento, più rose che pose.
Datemi quel che volete: Pallagrello o Dolcetto di Dogliani, Condrieu o Vermentino. Potrei stupirvi con parole nuove, ma non siamo a teatro, non datemi niente che mi arrangio da solo. Dimenticavo: gradi Babo, aborto floreale, cloni, nuances, tartrati. Affanculo anche loro.
Ok, ma il senso di quello che vuoi dire qual è? Siamo tutti una manica di s.?
Mi spiego meglio;
mentre leggevo con molta attenzione i commenti non ci ho capito più nulla.
Sì egregio Luciano siete tutti una manica di s.uper eroi, per combattere battaglie non certo semplici, però l’idiosincrasia nasce non nei confronti di chi con rigore scientifico ricerca (che Dio illumini sempre la mente del Professore) e di chi con amorevole professionalità divulga (dottor Pignataro sempre troppo poco lodato), ma alla sottomissione che la ricerca e la dottrina “devono” al mercato.
Oggi la qualità è in alcuni termini che il marketing ci ha imposto:
“prodotto da lievito naturale”, meglio sarebbe “lievito indigeno o selvaggio”, ma perché il cerevisiae è innaturale?;
“prodotto naturale da agricoltura biologica”, ma non è la natura che ha creato i veleni più potenti?.
“OGM-free”, ma l’uomo non modifica la natura da qualche milione di anni?
E poi, tutta questa specializzazione ha cambiato la fisiologia di tanti di noi, se al ristorante ti versano il vino deve partire il nervo simpatico che ti fa roteare il bicchiere, altrimenti sei un disgraziato, e poi naso nel bicchiere per sentire se il vendemmiatore aveva le mani sudate, se dici due cose ovvie sul piatto appena mangiato “sei uno del settore”, no, solo uno che mangia e beve, e tutto questo deve che non capisco.
La conoscenza solo vorrei, come mia nonna, vorrei conoscere personalmente la bestia e la scarola che mangiava.
Vorrei chef-cuochi, in cucina a cucinare, non vorrei chef-p.r. che girano per la sala a raccogliere plauso, vorrei parlare con i loro piatti, non dei loro piatti, non so cosa dirgli.
E poi, non se la prenda con me quelle cose mica sono mie.
Il vino serve anche a rendere più leggeri argomenti complicati.
Mi è rimasto l’ultimo dito di rosso (sangiovese grosso) di Canalicchio (sfuso) lo finisco e vado a dormire.
Prosit
alberto
… Ho letto entrambi i link suggeriti…
spero di poter bere presto una bottiglia di Terre d’Eclano per poter essere maggiormente convinito di quello che ho detto… !!!
mi è molto piaciuto leggere la “graduatoria” di Fabio Cimmino; ancora di più a conferma che se in un progetto “vino” c’ è passione e professionalità e rispetto e interpretazione del Terroir il progetto stesso risulta vincente !!
.. per molti tecnici o produttori è necessario “mettere il vino in barriques nuove” per far si che il prodotto possa diventare magicamente STAR !!!
Il vero risultato è ben altro….. OMOLOGAZIONE E APPIATTIMENTO DI OGNI COSA!!
il mondo del vino è espresso i tempi lunghi, lenti, da stagioni e maturazioni, bisogna saper interpretare l’annata, ricordarsi se è piovuto o meno, quale andamento di temperatura abbiamo avuto dalla fioritura in avanti, assaggiare le uve e immaginarsi quale vino alla fine si può ottenere con quel vigneto; e ammettere alcune volte che il nostro vino, con legno o senza, non potrà essere STAR !
Invece si ragiona al contrario, si pianifica il venduto dell’annata precedente per aumentare del 20% in più il numero di bottiglie da vendere, e quel vigneto, magicamente pur continuando a produrre 1 kg per pianta è capace di far commercializzare 4.000 bt in più !!
Al signor Alberto ricordo che… ” non è tutto oro quello che luccica “; quindi non tutte le persone che utilizzano dati linguaggi hanno padronanza specifica di quello che dicono… molti altri invece; essendo onesti, credendo nel loro lavoro e loro passione, fanno di quel linguaggio il mezzo per arrivare al “pane quotidiano”; per poter raccontare una semplice o immensa emozione…
Affanculo, alcune volte, occorre mandare non i termini ma le persone che le utilizzano in maniera usurpatrice !!!
Buon Lavoro
Fabio Mecca
347 600 33 48
Gentile dottor Fabio sottoscrivo il Suo pensiero!
cordialità
alberto
Intanto, da campano sono estremamente soddisfatto dell’interesse “ultraregionale” suscitato dall’originario intervento del Prof. Moio (Ziliani, Giuliani ed altri).
Da umile appassionato vorrei però sottolineare sommessamente che, oltre al punto di vista scientifico – espresso in molteplici interventi – ed a quello “emozionale”, che pure ha guidato svariate osservazioni, non può essere trascurato l’aspetto delle logiche commerciali, aspetto dal quale non si può prescindere, parlandosi, in fin dei conti, di un “prodotto” che deve essere “consumato”.
E da questo aspetto sicuramente il Prof. Moio, nei panni, sia pur recenti, di produttore, non ha prescisso, laddove, mi pare, ha fatto una scelta precisa e decisa: vini assolutamente riconoscibli per “fattura” e per prezzo, nati in una realtà assimilabile ad uno “chateau” e fortemente caratterizzata dalla figura del “vigneron”, il quale “firma” le proprie etichette, assumendosi la piena responsabilità di quanto contenuto nelle bottiglie.
Mi pare di ricordare che, durante un incontro di presentazione dell’azienda, egli riconobbe, quasi paradossalmente, la più immediata fruibilità dei propri rossi rispetto ai bianchi, ma anche questo, forse, fa parte di un ineccepibile ragionamento di collocazione commerciale: fatto è che quei vini, tipici o non, “francesizzanti” o non, hanno riscosso un enorme successo, a riprova del fatto che, alla fine, è il mercato a decidere.
Salve a tutti, siamo rientrati ieri dalla Francia, abbiamo partecipato alla Remise http://www.laremise.info evento che secondo noi guarda il mondo vitivinicolo con prospettive future, nella stessa settimana c’era Lion Passion e Millesime Bio a Montpellier… una concentrazione davvero interessante, sarebbe bello affiancare a Parlano i Vignaioli in Campania una serie di eventi con queste vedute.
Come d’abitudine faccio sempre un giretto nel sito di Luciano e mi è saltato agli occhi questo bel confronto che leggo da ieri visti gli innumerevoli interventi. Due o tre cose lette mi hanno stimolata nel dire la mia.
Vorrei portare all’attenzione un discorso molto semplice; mio marito prima di essere un professionista del mondo del vino è un grande appassionato e bevitore e questo ha fatto sì che nella nostra casa e nel cerchio delle nostre amicizie siano entrate un numero abbastanza elevato di bottiglie di Taurasi Mastroberardino 1968 appartenenti a tre cru diversi: Montemarano – Castelfranci – Piano dell’Angelo (Taurasi)… queste le entrate e non vi dico le uscite economiche!!! Tre cru prima dei fatidici anni 90 ora in Irpinia non si sa neppure che cosa è un cru! (Sto scherzando che nessuno se la prenda!)
Questi Mastroberardino 1968 sono stati confrontati in varie occasioni e con personaggi di varie provenienze, con vini di quegli anni francesi (Bordeaux e Borgogna – Chateau Petrus, Chateau Haut-Brion, Leroy) e italiani (Brunello e Barolo – Biondi Santi, Montefortino) e per dirla tutta anche con vini spagnoli della zona della Rioja (Lopez). L’Aglianico è sempre uscito fuori a testa alta e in molti casi è risultato il vino meno evoluto di fronte agli altri, nel senso che trasmetteva ancora una cera giovinezza, qualche altro era nettamente in dirittura di arrivo. Questo ci insegna qualcosa e cioè che quell’aglianico prodotto da una viticoltura non specializzata e per riprendere le parole del Professor Morio: “improntata soprattutto all’ottenimento di alte rese, addirittura in alcune aree le coltivazioni erano consociate. I vini erano prodotti da uve spesso non perfettamente mature e non perfettamente sane. In quegli anni non si dava molto peso alla qualità dell’uva…” ha superato i quaranta anni di vita in splendida forma. Forse una viticoltura sana anche se non specializzata come oggi e quindi senza l’utilizzo di prodotti di sintesi, concimazioni e quant’altro associata ad un’enologia sicuramente di maggior rispetto nei confronti di tutti ha preservato l’annata 1968 e poche altre successive ad una fine certa! (visto il numero estremamente limitato di produttori nell’epoca e la difficoltà a reperire altre vecchie annate non posso testimoniare su altre).
Noi a casa non abbiamo una palla di vetro che ci possa dire come saranno dopo quaranta anni gli aglianici prodotti dopo gli anni ’90, oggi si punta a prodotti di pronta beva e non posso neanche sostenere che sia una cosa sbagliata perché altrimenti nessuna cantina potrebbe avere una vita commerciale ma mi permetto di dubitare che gli aglianici prodotti da culture intensive, basse rese e stressati in cantina dall’enologia possano darci tanta soddisfazione nel futuro.
Noi quando sosteniamo di produrre vini naturali e veniamo banalmente attaccati con frasi del tipo che “i vini naturali non possono esistere” intendiamo che con filosofie come la nostra l’industria enologica e quella chimica non avrebbero gli aumenti di fatturato che di converso hanno distrutto la nostra agricoltura e il sapore di cibo e vini.
Ho bevuto il vostro le fole e ne sono rimasto entusiasta.
…. e non solo, ma anche l’Adam (un vero Greco!) e l’incredibile Sophia, emozione allo stato puro!
Daniela, con tutta la simpatia e la stima che mi legano a te e ad Antonio, vi dico: andate avanti, avanti, avanti sulla strada della ricerca, nei vostri vini, della suggestione e del coinvolgimento emotivo; tanti altri sono sulla vostra lunghezza d’onda e “Parlano i vignaioli” è stato un happening non solo di vini dell’anima, ma soprattutto di vignaioli autentici, e chi ha snobbato la manifestazione non sa quello che si è perso.
Lasciamo ad altri l’erudizione, e teniamoci la vera cultura della terra!!
Voglio riservarmi un ultimo intervento. prima di mettere la parola “fine!” a questo corollario di pareri e suggerimenti vari. Abbbiamo discusso ampiamente dell’Aglianico in terra irpina e magari non tutti sono d’accordo sulla sua enorme potenzialità. Affermo ciò, anche perché ho letto su questo stesso blog le schede di presentazione a proposito delle “verticali” sui vini di Caggiano e Molettieri, non propriamente lusinghiere . Ebbene, fermo restando che io sono del parere che l’Aglianico campano resta sempre uno dei migliori vitigni del mondo, rivolgo un’ultima domanda al prof. Moio (il quale mi è debitore ancora di una risposta ): non si potrebbe sperimentare in zona il “Pinot noir?” Non sembri un’eresia quest’ ultima ipotesi, perché se le mie riminiscenze agronomiche non mi ingannano , unite ad un prolungato soggiorno dalle parti di Macon (oltre a quello fatto nel Libournais) questo vitigno (molto difficile da coltivare senz’altro) predilige escursioni termiche, zone ventilate e non molto calde (questo perché lo indurrebbe a maturare in fretta a scapito dell’acidità), altezze consistenti, niente piogge ( anche perchè i suoi piccoli acini hanno una buccia sottile e soggetti all’attacco dell’umidità e delle muffe) e terreni mineralli. Ora,a parte il problema delle piogge, il “terroir” irpino, e specialmente quello dalle parti di Tufo, non le sembra l’ideale? D’altra parte in Italia lo si coltiva dappertutto, anche in Sicilia con quel caldo, anche se ha trovato la sua terra di elezione soprattuto nell’IOltrepo pavese (secondo territorio al mondo ,dopo la Borgogna, per estensione e coltivazione) ed in parte nel vicino versante piemontese, nell’Alto adige (qui chiamato “Blauburgunder), nel Trentino e nel Veneto. Se pensa di delucidarmi, le sarò grato. Grazie.
… tra qualche anno verranno commercializzate le prime bottiglie di Pinot Nero prodotto a 850 metri sul Vulture… A PIEDE FRANCO !!
ma… questa è un’altra storia !
Buon Lavoro
Fabio Mecca
347 600 33 48
Gentile Sig. Malgi,
le chiedo scusa se non rispondo ai suoi quesiti su questo blog, richiederebbero tempo ed approfondimenti tecnici complessi. Sarò lieto, invece, di approfondirli e discuterli presso la mia sede universitaria dove, tra l’altro, se lei vorrà potrò fornirle anche lavori scientifici specifici.
Il mio indirizzo di posta elettronica è il seguente: moio@unina.it.
Leggere gli interventi che si sono susseguiti su questo sito è stato estremamente utile ed interessante, un momento di confronto che io ritengo molto importante per tutti gli appassionati di vino e per tutti gli operatori della filiera.
Ovviamente l’invito per un eventuale incontro di approfondimento e di discussione è rivolto a tutti coloro che ne hanno voglia. Sono a loro completa disposizione per sviscerare ed approfondire ogni argomento presso il mio studio all’Università.
Grazie e cordiali saluti a tutti.
Luigi Moio
Ringrazio di cuore il professor Luigi Moio di avermi onorato di una sua risposta e prendo atto del suo squisito invito che mi è stato rivolto. Ringrazio, altresì, anche l’amico Luciano per averci dato questa grande possibilità di interloquire con tante personalità del mondo ampelografico. E’ stato veramente un successo. Ora, se tutti gli intervenuti sono d’accordo e naturalmente lo stesso Luciano, penso che possa calare il sipario su questo argomento. Come si dice: le jeux sont faits, riien ne va plus!
Ad majora! E grazie ancora.
ottimo lo scambio tecnico/giornalistico sull’argomento perchè si dimostra che attraverso un network si possa ragionare e approfondire tematiche tecniche non facilmente presenti in sedi istituzionali competenti che a mio avviso hanno abdicato la discussione ad una più comoda interpretazione burocratica delle scelte del comparto vitivinicolo campano. Chi vi parla fa parte di una di queste istituzioni.
ho letto le diverse opinioni e credo si possa annunciare un link dedicato aperto ad addetti ai lavori – tecnici, ricercatori,agronomi , curiosi – su tutte le problematiche tecnico-scientifiche che sono tante in una materia affascinante come la vitivinicoltura che passa per la biologia, l’agronomia, la fisiologia,la meteorologia, la pedologia, la chimica., la tecnologia,….
si potrebbe aprire un forum di discussione permanente e perchè no attivare seminari all’uopo predisposti anche ricorrendo ad una forma di autofinanziamento visto i tempi di crisi che ci attraversano.
mi riservo di fornire un contributo tecnico sull’aglianico nei prossimi giorni, comunque complimenti per la trasmissione!!!!!
giovanni pirozzi
Concordo pienamente con quanto detto da Luciano.
Secondo me, oggi sono molte le lacune che affligono il sistema produttivo viticolo-enologico, dall’impianto dl vigneto alla commercializzazione dei vini.
Per esempio, anno dopo anno si assiste all’aumento delle uve raccolte meccanicamente con conseguenze deleterie per la qualità dei vini (in particolar modo i vini bianchi); tecniche di vinificazione non adatte a determinate cultivar; per non parlare dell’utilizzo indiscriminato di lieviti commerciali che provocano un appiatiimento delle caratteristiche sensoriali dei vini, ottenendo profumi non tipici, che non rispecchiano ciò che può conferire un territorio vocato.
Le università dovrebbero impegnarsi maggiormente nell’apportare al settore conoscenze utili al miglioramento di tutta la filiera ed evitare lavori di ricerca che restano fine a se stesse, non portanti a risultati concreti perchè non applicabili “nella pratica”.
Quindi, sarebbe bene, una maggiore sinergia tra enti di ricerca e aziende vitivinicole, in modo tale da sfruttare al meglio le risorse umane ed economiche che abbiamo a disposizione.
Dott. Vito Mezzapelle