Il fenomeno Sicilia

Letture: 29

di Angelo Di Costanzo

Ci hanno voluto confezionare un “easy to drink” troppo corroborante per non stancare nel tempo, troppo monotematico per non farci nauseare e come sempre avviene in questi casi dopo neppure un decennio già stiamo guardando oltre (Puglia, Molise e Maremma, con una Toscana di ritorno meno snob e Super…).
Dopo un tale periodo di tumultuoso fermento (e confusione) sembrano quindi ritrovarsi alcuni riferimenti. L’imponente e prorompente monovarietale tradizionale (nero d’Avola su tutti) sembrava non bastare più a questa Sicilia tanto da incalzare forzatamente la veste di nuova patria dei vitigni intenazionali, dapprima chardonnay poi cabernet sauvignon e poi ancora merlot via via rinnovando le vigne vecchie con nuovi impianti e nuove metodologie di coltivazione abbandonando sistematicamente vitigni come per esempio il nerello mascalese, il frappato, l’insolia, il catarratto non proprio ideali per affrontare le nuove richiete del mercato globale. Gli ingenti capitali freschi scesi dal Nord hanno iniziato a “razziare” ettari ed ettari di vigna proponendosi di rilanciare la viticoltura siciliana nel mondo, talvolta guardando proprio più all’opportunità trainante del fenomeno sicilia per altri marchi “statici” piuttosto che ad altro.
Nulla da dire però se si guarda ad alcuni ottimi risultati maturati da grandi marchi come Gruppo Italiano Vini, Zonin, Santa Margherita,Villa Sandi solo per citarne alcuni; uomini, tecnologie, marketing, brand e quant’altro sintetizzabile nel termine “know-how” divenuto oramai imprenscindibile per ricondurre a nuovo splendore aziende date per disperse e/o in difficoltà e confezionare imprese di successo che conquistino il mercato italiano ed estero. I numeri qui (in bottiglie) ci sono e come ma il valore aggiunto è stato  rappresentato proprio da quegli investimenti mirati a rimanere sull’isola (e non come hanno abbozzato alcuni a joint-ventures o partnerariati vari poco costruttivi) valorizzando strutture già esistenti ridando nuova linfa a tutto il comparto. Ecco perchè alcuni marchi storici isolani più autarchici sembravano depressi di fronte a queste nuove opportunità venutesi a creare, in difficoltà,mancando della stabilità necessaria in un momento di mercato complesso,che richiedeva ingenti investimenti,ma con esperienza e caparbietà hanno saputo superare lo stallo e riaffermare quel fattore di territorialità che molto spesso in tempo di gran confusione resta l’unico elemento tangibile su cui gettare le basi,una origine certa e non presunta,non confondibile nella globalizzazione che tutti sponsorizzavano.
Superato (forse non del tutto, ma quantomai assopito) il nero d’Avola a 1,80 euro “polposo” di marasca…e basta, superato la grandeur del goudron tout court, ecco che aziende che nel tempo e nella storia hanno segnato la viticoltura siciliana sono ritornati riaffermando quel principio secondo il quale certi valori quali Origine e Territorio non possono essere confusi anche in momenti di gran confusione e che le Radici antiche di certi vini non vanno estirpate ma semmai alleggerite e ricondotte a rese più affidabili.
Ecco allora rispuntare alcuni fuoriclasse fuori dal tempo e fuori dalle mode del momento ma che di questo cavalcare l’onda hanno saputo intravedere un nuovo spiraglio per rilanciarsi alla grande sul mercato non solo nazionale.
 
Tasca d’Almerìta pur affermandosi con Chardonnay e Cabernet Sauvignon (quest’ultimo in assoluto tra i migliori prodotti in Italia) rispolvera uno straordinario Rosso del Conte, primo grande rosso del Sud da nero d’Avola (1970), riproposto con una veste brillante, pulita,fine ed elegante; il 2001 è un vino che colpisce il cuore, concentrato, opulento e complesso, elegante ed equilibrato.Un’altro marchio centenario come Corvo-Duca di Salaparuta, passato nel frattempo alla Holding ILVA di Saronno (2003) decide finalmente che il Duca Enrico debba tornare a vestire i panni da protagonista, e se è vero come è vero che l’annata 2002 è stata difficile riesce ad esprimere un vino eccellente per estratto,concentrazione ed armonia,a conferma che la terra,l’uva se rispettati e lavorati per bene si donano completamente, chapeau…
La famiglia De Gatinais si gode la rinascita del loro gioiello di famiglia Tenute Rapitalà che da quando è entrato nell’orbita del Gruppo Italiano Vini stà davvero riconquistandosi un posto di primordine, e non solo per i riconoscimenti a molti crù aziendali come il syrah Solinero, l’Hugonis (nero d’Avola e cabernet) o il Grand Crù Hugues (Chardonnay) ma anche per una eccellente costante qualità nei vini base; segnalo a tal proposito il Piano Maltese rosso ’04, nero d’Avola 100%, molto piacevole nei profumi, delicati, fini ed al gusto asciutto,di buon corpo ma serbevole e delicatamente tannico; € 5,50 in enoteca. Più esoso il Nuhar ’03 (€ 11,00) da nero d’Avola e pinot nero, abbastanza atipico questo matrimonio in sicilia; vino da aprire un paio d’ore prima di berlo, scaraffare perchè non filtrato. Rosso rubino netto, consistente dal naso ampio e complesso su sentori vinosi,ribes,mirtillo e lieve speziato. Salvatore Geraci con la sua Palari continua un’ardua ascesa verso la qualità assoluta con il suo Faro 2003 da uve Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Calabrese (nero d’Avola) e Nocera è sintesi di estratto consistenza e potenza al naso ed in bocca ma è un vino che lascia il segno, assolutamente positivo. E’ vero che vent’anni non possono segnare la storicità di un marchio ,ma è un gran tempo trascorso a valorizzare esclusivamente il vitigno autoctono isolano.
Poco più in là in provincia di Catania la famiglia Benanti rappresenta anch’essa da un ventennio il riferimento assoluto da questa parte della sicilia. Il Pietramarina è un bianco straordinario, prodotto con uve Carricante in purezza che promette una evoluzione nel tempo pari a pochissimi altri vitigni bianchi italiani.Forse nessuno degli autoctoni nostrani puà comprovare una tale durata evolutiva nel tempo,con una complessità al naso così ampia e profonda da ricordare alcuni Borgogna di alto livello. Il ’99 tempo addietro mi è rimasto nel cuore, il 2001 con la sua eleganza e lunghezza ha confermato che vale tutti i 25 euro pagati….