Il giornalismo del vino tra etica e pubblicità

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Su Facebook ho ricevuto una lettera di un’amica produttrice. Uno sfogo, certo, ma anche una riflessione più profonda. Le ho chiesto il permesso di pubblicarla e lei me lo ha concesso chiedendo inizialmente di mantenere l’anonimato. Poi la discussione si è sviluppata su Facebook al momento con circa 100 interventi e questa esigenza è venuta meno. La lettera, emendata dai riferimenti specifici alle persone e alla rivista in questione, è uno spaccato interessante per capire in quali condizioni si trovino a lavorare tante piccole aziende. E di come sia difficile, per non dire impossibile, distinguere in Italia tra giornalismo, critica e pubblicità. Ritengo giusto dunque pubblicarla per rifletterci. Su Facebook c’è la nota con la discussione.

Caro Luciano,
Riflessioni da una novizia del mondo del vino dall’interno. Ricevo on line una rivista di settore, e nel numero che mi è arrivato ieri leggo un articolo che esalta la moralità del proprio agire in confronto ad episodi di pubblicità occulta operata da altri.
L’ho trovato divertente. Noi riceviamo periodicamente e con continuità telefonate da quella rivista che ci propone un redazionale a prezzi promozionali, l’inserimento nelle rubriche, etc. Naturalmente ogni volta aggiungono: «Certo prima i vostri vini vanno assaggiati e bisognerà vedere come vengono valutati».
Ma non erano quelli integerrimi delle polemiche con Ricci e delle stroncature senza peli sulla lingua?
Qualche sedicente giornalista e blogger, tuo amico tra i mille e più su Fb, uno in polemica aspra con Ziliani, ci ha scritto via e-mail qual è il prezzo per una recensione dei nostri vini. Non so se sia storia comune ad altri, ma ci ha contattati dopo aver letto la recensione su un nostro vino nel tuo sito.
Ti confesso che mi è stata necessaria una riflessione per capire che eticamente c’è qualcosa che non va quando ricevi telefonate con offerte di editoriali a pagamento. A volte sono così spudorate che sembrano una prassi talmente comune che non ti chiedi se siano richieste «lecite».
Se volessi fare comunicazione sul marchio in maniera tradizionale, attraverso riviste di settore o quotidiani, o guide, dovrei cedere alle lusinghe? O la scelta dell’integralismo morale paga?
Il problema non è tanto di piccole aziende come la mia che comunque non hanno grandi budget da spendere in comunicazione. La media e grande azienda cosa deve fare? scegliere di stare fuori e lontani dal mondo dell’editoria che parla del tuo vino solo se riesce a fare business con te?
In scala più grande non è dissimile dalla situazione in cui si trova l’impresa edile che vuole lavorare con il pubblico: accettare il sistema delle mazzette o dei favori, pena l’esclusione. Concussi e concussori, corrotti e corruttori, di chi è la responsabilità maggiore?
Certo in questo caso i soldi sono pubblici, nel caso dell’editoria parliamo di privati e cifre più contenute, ma l’origine del malcostume non è la stessa?
In ambedue i casi comunque il vero potere è nelle mani degli utenti. Ma nè gli elettori nè i lettori sembra che siano sensibili a temi della moralità.
Mi consola il fatto che guardando al mondo del vino dal basso, incontro tanta gente che lavora con passione, che crede in quello che fa, che vive il vino ed il suo mondo in maniera schietta e semplice.
E l’idea di regalare ai tanti veri appassionati di vino un momento di piacere, una storia, profumi e immagini di un luogo, rende il mio lavoro bello e gratificante. In quanti possono dire lo stesso?
Un saluto

Sara Carbone