Il mito del Graticciaia a Lecce: emozionante verticale con Ais Puglia, 2006-1990

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Graticciaia 1990 (FotoPigna)

Che gioia, che emozione! Partecipare alla degustazione verticale di Graticciaia è stato la chiusura del cerchio, uno dei vino simbolo che ha rappresentato al tempo stesso il rinascimento enologico italiano, starei per dire il nascimento, e, soprattutto, meridionale. Una grande famiglia, i Vallone, due grandissimi personaggi quali sono Donato Lazzari e Severino Garofano, lo strepitoso vitigno negroamaro, una terra fino ad allora conosciuta per le cisterne di vino e di mosto rovesciate dai contadini francesi o finiti nei Barolo e negli Amaroni per molti decenni.

Severino Garofano (Foto Vognadelmar)

Fu Severino a dire: “facciamo un vino come lo facevano i contadini, facciamo l’essiccazione delle uve insieme ai fichi”. E Donato lo seguì in un progetto iniziato nel 1983 che ha visto la prima luce commercializzata nel 1986.
Un salto a Lecce, gratificato dalla bellezza del barocco salentino, una bevuta organizzata nella bella cornice di Torre del Parco dove anni fa proprio con Severino tenemmo una degustazione sull’Aglianico, il piacere di essere compagni di banco di due grandi amici ed esperti come Francesco Muci e Franco Ziliani. Atarassia.

Graziana Grassini, Donato Lazzari, Antonello Maietta e Giuseppe Baldassarre (FotoPigna)

L’importanza di questo vinone si inizia a percepire intorno al 1993 e fu la guida Veronelli la prima a premiarlo con Tre Sciapò. Fui folgorato proprio in quell’anno quando in una enoteca a Bari lo beccai la prima volta a quasi 40.000 lire e pensai: che bello, un vino pugliese riesce a raggiungere le stesse quotazioni di altre zone più abili commercialmente d’Italia.
Un rosso che rappresenta la svolta, insomma. Già non a caso a febbraio lo inserii tra i nove vini che hanno fatto conoscere il Sud fuori dal Sud negli anni ’90.

Graticciaia in fresco (Foto Pigna)

Nel racconto di Marina Alaimo della verticale che abbiamo organizzato questa estate in occasione di Radici troverete storia e notizie. In sintesi, si tratta di vecchi vigneti ad alberello, alcuni anche di 80 anni. Le uve vengono portate a maturazione piena, poi lasciate appassire sui graticci per poi essere vinificate ed elevate in legno per un anno circa prima dell’ulteriore affinamento in bottiglia. Sinora in 25 annate se ne sono saltate 6. Oggi costa 25 euro franco cantina, se ne fanno circa 15.000 bottiglie già tutte vendute, il residuo zuccherino è di circa 10 grammi per litro.

Il mitico Donato Lazzari (FotoPigna)

La degustazione è stata tenuta con molta passione e competenza da Giuseppe Baldassarre dell’Ais Puglia e conclusa dal presidente nazionale Antonello Maietta. Con loro Donato Lazzari che ha raccontato tanti aneddoti legati al vino e l’enologa Graziana Grassini che ha conosciuto il vino ad un Vinitaly, ne fece le lodi e fu per questo avvicinata da Donato che le propose di prendere il testimone di Severino.

Graziana Grassini (FotoPigna)

Ruolo che la brava enologa toscana ha interpretato sinora con eccezionale sobrietà, alla francese: ha cercato cioè di mantenere lo stile e i marker del Graticciaia senza inutile voglia di protagonismo, con grande professionalità e sicurezza. Protagonista resta il vino. Ed è giusto che sia così con uno dei Propilei della viticoltura italiana.

Graticciaia nei bicchieri (FotoPigna)

Graticciaia 2006. Un’annata tutto sommato buona, la vendemia si è chiusa il 15 settembre e la produzione alla fine è stata del 15% in meno di quella dello scorso anno. In questa edizione c’è esclusivamente la mano di Graziana. Grande esplosione di frutta matura in bocca. Ciliegia, mela cotogna, prugna, il legno emerge dal corredo speziato. Un naso pulito, non sofferto. Bella freschezza che allunga il vino in bocca e poi si ritrae perché è un po’ corto. Sostanzialmente piacevole. La corsa è lunga, rapida. Il tannino deve ancora evolvere. Con la temperatura mette in risalto le note dolci e morbide. 89


Graticciaia, il colore del negroamaro (Foto Marina Alaimo)

Graticciaia 2004. Millesimo tra buono e ottimo, con una produzione superiore del 20%. Grandissima annata insieme alla 1998, la conferma che il 2004 è stato davvero generoso con il rossi italiani e delSud. Buona brillantezza, meno prorompente, il naso va inseguito, non esplode come nel 2006. Buon corredo di spezie. Buon rapporto il frutto con l’acidità, lungo. Qui il vino è addirittura snello, elegante, fine, piacevole, lungo. In bocca è molto intenso, lungo, è il primo che abbiamo tolto dal bicchiere. 94

Graticciaia 2000. Forse la prima vera annata calda, le piante hanno sofferto lo stress idrico, il riequilibrio appena prima la vendemmia. Bellissimo colore trasparente rosso rubino con sfumature granato. La cotognata, un po’ di liquirizia. Emergono origano, spezie dolce, rosmarino seccato dal sole. Note terrose. Direi l’idealtipo del Graticciaia. Fresco, lungo, davvero piacevole. 93


Francesco Muci, coordinatore Slow Wine Puglia (FotoPigna)

Graticciaia 1998. Piogge finali, ma ottima uva in cantina. Davero un bel naso, inizialmente un po’timido, ma lungo, persistente, ciliegia sotto spirito, note terziarie, conserva di amarena, un po’ di carrubo.  Con il tempo tutto fa spazio alla macchia mediterraneo. Tannini non risolti, vino materiale, in bocca prevale rispetto ai precedenti per essere meno veloce. Un classico vino del Sud secondo i luoghi comuni. 95

Graticciaia 1997. Ottima annata da tutti osannata per l’equilibrio climatico. Valutazioni iniziali che in molte aree sono state un po’ riviste  ma che qui si confermano in pieno. Si sente di più l’appassimento, la frutta è ormai cotognata, rimandi di caramellato, lungo, piacevole. Note balsamiche, note di cuoio, piacevoli. Tannini ben presente, c’è bella freschezza, lungo. Il vino appare più equilibrato, in bocca si sente anche carrubo, cenere. 93


Gigi Brozzoni

Graticciaia 1995. Frutta cotta matura, risultato di un andamento climatico equilibrato. N ota di tabacco, cuoi, note animali. Un filo di ossidazione inizia a farsi largo tra la materia e disegna un progetto di decadenza serena e consapevole. Qui la freschezza si è ritratta, ma il frutto che è ancora molto vivo e capace di raccontare il futuro. 91


Leonardo Palumbo e Donato Lazzari (FotoPigna)

Graticciaia 1994. Grande integrità di colore, piacevole, si sente ancora la frutta. Un vino lungo al naso, di bella piacevolezza. La frutta è sconvolgente, il corredo dolce è portato sopra in alto da una freschezza vibrante, infinita, lungo. Un passo in più rispetto a quello del 2004 per la maggiore compostezza del vino regalata dall oscorre del tempo. Tempo che però ha ancora da spendere abbondante vista la freschezza. Piacevole, lungo, pieno, di corpo.95


Con Antonello Maietta e Franco Ziliani (FotoPIgna)

Graticciaia 1990. Davvero una annata memorabile, il vino è evoluto con decisione. Si avvertono al naso il fungo secco, tartufo neo, sottobosco, note di terra autunnale, rabarbaro, china. Quasi nulla la frutta. L’insieme è complesso e lungo, piacevole. In bocca c’è uno sconro con il tempo, incredibile tannini e freschezza. 94


Graticciaia, Castel Serranova (Foto Marina Alaimo)


Considerazioni finali
Vino di grande trama espressiva, dove la tecnica, ovviamente, detta i temi sull’andamento climatico. Sempre in grande forma, pimpante e fresco. Destinato a invecchiamenti decennali. La sensazione del 1994 e del 1995 era quella di bere vini che avevano appena fatto il loro ingresso in società.

10 commenti

  • Franco Ziliani

    (10 ottobre 2011 - 15:21)

    ottimo articolo Luciano, complimenti! E davvero una grandissima verticale, di cui conto di scrivere presto anch’io sul sito Internet dell’A.I.S.

  • Adolfo

    (10 ottobre 2011 - 15:31)

    come mai un vino straordinario praticamente in tutte le annate prodotte, non ha quasi mai il riscontro che si merita da parte delle varie guide ?

    • luciano pignataro

      (10 ottobre 2011 - 18:14)

      Slow Wine 2012 ha assegnato il Grande Vino al Graticciaia. Cmq è un vino con un lungo palmares, come attesta il foglio di menzioni e riconoscimenti assegnati in questi 25 anni a questo grande rosso pugliese

  • Franco Ziliani

    (10 ottobre 2011 - 15:41)

    una risposta potrebbe essere che alle guide piacciono altri modelli di vini pugliesi, vini più massicci e concentrati e meno eleganti e raffinati di questo.
    Discorso che vale anche per un altro vino di sicuro valore, il Duca d’Aragona di Candido, uno di quelli che le varie guide non filano più di tanto…

    • Francesco Muci

      (11 ottobre 2011 - 19:34)

      vorrei essere più ‘cattivo’, caro Franco, e dare un’altra risposta all’amico Adolfo.
      potrebbe essere che….i riconoscimenti dati dalle guide, da alcune e non da tutte fortunatamente, sono assegnati da degustatori che conoscono superficialmente la realtà enologica pugliese, e perciò ‘limitano’ il loro giudizio al comparare i vini senza tenere conto di parametri essenziali, quali luogo, vitigno e tradizioni.

      luciano…grazie per la bella foto!!

  • Diodato Buonora

    (10 ottobre 2011 - 17:36)

    Concordo tutto. La prima volta l’ho bevuto in un ristorante di Bari. Un vino emozionante ed entusiasmante. Guide o non guide è sicuramente tra le grandi “eccellenze” nazionali. Anche il prezzo, se pensiamo al rapporto qualità, è giusto. Complimenti all’autore dell’organizzazione della degustazione e dell’articolo.

  • Paride

    (10 ottobre 2011 - 22:10)

    A leggere i punteggi meglio di una verticale di Monfortino. Interessante, da provare.

  • Andrea Pepe Carvalho Pignataro

    (11 ottobre 2011 - 18:06)

    Che emozione leggere l’omonimo Pigna sul mio amato Graticciaia, il vino della mia terra che quasi 20 anni fa mi face innamorare… Grazie Luciano!

  • Claudio

    (11 ottobre 2011 - 21:04)

    articolo scritto con la solita perizia e passione su uno dei miei vini del cuore. quoto quanto detto a proposito del Duca d’Aragona,le cui vecchie annate hanno un’eleganza che stento a ritrovare attualmente in buona parte dei vini della mia regione (Puglia appunto) .un altro vino spesso sottovalutato (che importa se le guide ignorano determinate storie e realtà alla fine?) è il Falcone (Rivera)

  • Adolfo

    (12 ottobre 2011 - 00:27)

    concordo su tutta la linea con Ziliani…bevuto poco tempo fa Duca d’ Aragona 94 nonchè Patriglione sia 93 e 94. Da lacrime entrami come diceva la buonanima di Veronelli seduto al tavolo del “Fornello” a Ceglie M. insieme al compianti Angelo Ricci e al dott. Cosimo Taurino.

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