Il Paese del vino che non conosce il vino

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’ultimo editoriale di Bibenda n.31

Franco Maria Ricci

di Franco Ricci

Siamo cresciuti a Nutella e figurine Panini. Poi la parrocchia, i boy scout, la politica, gli hobby, il lavoro. Mentre la scuola faceva la sua parte, imperante. Ma in nessuno di questi angoli di vita è mai apparso il vino. Eppure il Colosseo le aveva perse da tempo le vetrate…
Il vino: uno sconosciuto. Tanti anni dopo veniamo a sapere che Mario Soldati aveva detto che il vino è la Poesia della Terra.
Contraddizioni di un Paese che inspiegabilmente, masochisticamente oscura i frutti migliori della sua esistenza. L’arte, il turismo, il vino.
L’analfabetismo del vino ci preoccupa. Tanto. Nei primi anni Sessanta fu chiamato in televisione il Maestro Manzi per sottolineare e forse risolvere il grave problema del non saper leggere né scrivere di molti italiani. E per farne un caso così esplicito in televisione il problema ci doveva pur essere! Lo stesso problema c’è nel vino, eccome se c’è. Abbiamo la certezza che più di 50 milioni di italiani non sappiano cosa sia il vino. Una cultura ignorata da ogni fascia economica declinata tra la ricchezza e la povertà. L’atteggiamento che la gente ha nei confronti del vino è perverso: non esiste, fa male, ne abusa, nessun rispetto.
La negazione assoluta dell’arte del Vino è sintomatica e mortificante. Un comportamento/atteggiamento che è nostro dovere esaminare. Inutile sottolineare ai nostri lettori quanta importanza assuma oggi per il nostro Paese dal punto di vista economico, degli investimenti, del lavoro, l’attività vitivinicola. Malgrado i nostri accorati messaggi i poteri dello Stato, Regioni e Province continuano a preferire sostanziosi investimenti in eventi che siano redditizi un po’ per tutti. Mentre la cultura è a carico dei privati, pochissimi in verità, che si affannano a raccontare questo prodigio della natura Italia.
Gli altri, spesso proprio gli stessi beneficiari beneficiati da questi fruttuosi (per loro) investimenti, continuano a parlarne scimmiottando il linguaggio di altri, parole usate a pappagallo, spesso a sproposito, con uno standard linguistico ridicolo che sfiora a volte l’idiozia.
Quella stessa idiozia che conduce all’oscuramento delle etichette nelle trasmissioni tv. Che sarebbe come fare la pubblica recensione di un libro nascondendone la copertina. Però, da questa enorme povertà culturale il Paese potrebbe forse trarre un vantaggio: quando le buone intenzioni di chi ci governa cambieranno rotta a favore di una educazione capillare, a partire dalla scuola.
Un’educazione che favorirà l’incremento nel consumo del vino di qualità. Un’educazione che di contro porterà alla sensibile diminuzione dell’abuso di alcolici, perché chi conosce il vino sa quando smettere. Oppure questo Stato sarà felicemente condannato a sbagliare.

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