Il Piedirosso della Rivolta

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Dopo tanti vini demenziali, muscolosi e vanigliati, costosi e piallati nel legno, costruiti nella seconda metà degli anni ’90, torna la semplicità arricchita dalla esperienza maturata nelle ultime vendemmie. Il mercato ora esige tipicità, costi contenuti, progetti messi a punto da enologi convinti delle proprie idee. Il Piedirosso 2004 di Fattoria La Rivolta è sintesi della svolta in atto, segnale di un disegno normativo ormai compiuto con la nascita di una igt capace di coprire tutto il territorio regionale e di sfruttare il nome Campania. Ma anche simbolo di un gusto evoluto, l’uva fermenta in acciaio, il vino si affina per quattro mesi in fustacchiotti di legno da 500 litri di secondo passaggio, ed ecco allora un prodotto capace di essere competitivo sul mercato. Così il territorio del Taburno rilancia questo rosso a cui pochi hanno dedicato attenzione snobbandolo a favore dell’aglianico, un po’ come è accaduto alla coda di volpe penalizzata dalla falanghina. Invece, come d’incanto, al Piedirosso di Ocone si sono affiancati quello della Cantina del Taburno e questo di Paolo Cotroneo. Il nostro farmacista vocato all’agricoltura completa così la linea dei prodotti base riposizionando la sua azienda familiare comprata dal nonno sui vini di buona tasca. Della Coda di Volpe abbiamo scritto anche troppo, è una delle conferme che ormai ci accompagnano da sempre. La Falanghina e l’Aglianico riflettono lo straordinario terroir di Torrecuso, sicuramente tra i migliori del Sud grazie alla esposizione delle vigne sdraiate sulle colline fertili sorvegliate dal centro abitato. Ora finalmente arriva il Piedirosso, bel colore rubino con riflessi violacei, sentori intensi e persistenti di frutta fresca, ingresso abbastanza morbido e fresco, in bocca è sapido, minerale. Così il tipico bicchiere campano riesce ad evolvere lasciandosi alle spalle la ruvidezza di quelle fermentazioni troppo veloci fatte in acciaio e, peggio ancora, spesso non controllate. Naturalmente non stiamo parlando di un vino di lungo invecchiamento, ma soprattutto di un bicchiere di grande possibilità negli abbinamenti passando per le sterminate offerte della vivace cucina vegetariana partenopea con il pomodoro come la parmigiana di melanzane, alla pizza, alle paste condite con ragù importanti, sino al pollo alla cacciatora servito dalla vicina Frangiosa di Ponte o al vitello della Locanda della Pacchiana a Telese. Un vino, insomma, da bere mangiando senza fare troppa filosofia, in compagnia di amici sinceri e non tramosi e lividi per l’invidia. Un vino vero, insomma, come lo hanno immaginato Paolo e l’enologo Angelo Pizzi. Due uomini veri, capaci di guardare sempre avanti.