Il Pigato e i suoi segreti

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Pigato

di Fabrizio Scarpato

Siamo liguri di levante, addirittura di quel lembo estremo che ci ha abituato a muoverci a raggiera, tracciando traiettorie prevalentemente verso est, a solcare la pancia grossa del continente. Arrivare dall’altra parte dell’arco è un’impresa, un allontanamento lungo un sentiero stretto, quasi come tirare un elastico, che poi ti riporta al punto di partenza: d’altra parte la Liguria è un boomerang, in tutti i sensi. Siamo anche un po’ pigri, ma curiosi: se poi dal ponente arrivano fin qui al confine con la Toscana, sul cucuzzolo di Castelnuovo Magra, sotto le antiche volte dell’Enoteca Regionale, qualcosa come un centinaio di bottiglie di Pigato, noi le accogliamo sollevati a braccia aperte, sollecitati da quella parola “segreti” che un po’ puzza di sfida, ma tanto attizza la nostra curiosità, intimamente venata di sana ignoranza.

l’attesa

Il primo indizio, quello lì, a portata di mano, porta a considerare un viaggio salgariano, e sottolineo salgariano, lungo il corso del torrente Arroscia: non è una passeggiata, perché pur nella sua brevità in termini assoluti, passa attraverso due province, collegando le Alpi al mare e tagliando come una chaise longue (meglio sarebbe dire una sdraio), per una quarantina di chilometri, quel tratto di Liguria compreso tra il profondo entroterra di Imperia e la costa in prossimità di Albenga. Buona parte dei ventiquattro Pigato che si avvicendano nei miei bicchieri proviene da quella valle, nel tratto in cui il torrente scorre profondo tra le colline, parallelamente al mare: scendendo da Pieve di Teco verso Ranzo, guardando al versante sud, la destra orografica, si godrebbe della vista di magnifici boschi, alzando invece lo sguardo sulla sinistra, lungo il versante nord esposto al sole, si vedrebbero spiccare, qua e là in alto, i filari di pigato. Terreni calcarei, boschi, una certa altitudine, il mare ancora lontano.

Nel bicchiere

La deduzione logica di trovarsi di fronte a vini silvestri trova conferma nel succedersi, attraverso millesimi che vanno dallo zerododici allo zerodieci, di un comune colore che definire giallo paglierino è forse un eccesso cromatico: in realtà quasi tutti i vini sono di una tonalità di giallo lievissimo, tendente al grigio metallico, qua e là venati di verde salvia o lievi riflessi dorati come delicati oggetti di alabastro. Al naso prevale la frutta bianca, di pesca e di pera, molto raramente una nota d’agrume dolce, cui mano a mano che si scende verso il mare si aggiungono precisi profumi di erbe aromatiche, di salvia e rosmarino, a donare maggior complessità e una agognata punta di amaro. Son vini eleganti ma spesso esili, dolci e diritti, veloci sul palato. Sembrano vini finemente femminili, in attesa di un frutto giallo, in continua, vitale ricerca di note acide e soprattutto sapide, che solo alcuni rettangoli di terreno o la progressiva influenza del mare sembrano riuscire a soddisfare.

Ecco, l’indizio della complessità dovrebbe aiutarci a svelare il segreto. Sembra che il pigato mal sopporti pratiche di cantina, ma leggere macerazioni sulle bucce e brevi passaggi in legno aiutano a fare muscoli, e quando alla maggiorana e all’eucalipto si aggiungono la pesca gialla e una mineralità affumigata che richiede ancora il sorso, il vino finalmente risplende di vitalità. L’equilibrio necessiterà in prevalenza della collina e dell’altitudine, perché non appena si scende negli orti della piana di Albenga forse il bicchiere mostra qualche cedimento, e anche questo è un indizio.

Sul taccuino spiccano alcuni asterischi, segnali di un personalissimo itinerario di piacevolezza e stupore. Contrassegnano prima il Pigato 2011 di Maria Donata Bianchi cui finalmente giova l’acidità del pompelmo e di una mela che sarà vermentineggiante, ma che dona equilibrio a un sorso pieno e gentilmente diffuso sul palato. Segnano poi un’attesa, spinta mineralità nel Pigato 2011 Le Russeghine dell’Agricola Bruna, che pur nel suo etereo paglierino mostra corpo e lunghezza, col pizzicore dell’eucalipto e l’intrigante femminilità di un tratto di cipria. Apprezzano ancora la struttura che un’isola argillosa, depositata sul calcare, regala al Pigato Apogeo 2010 della Cascina Terre Rosse: apogeo perché in alto, a sfiorare i seicento metri, forse a prendersi tutto il vento del mare, tutto il suo sale, mescolato al balsamico di note canforate, nate dalla macchia. Abbracciano infine un giallo talmente contromano da non meritare neppure la denominazione d’origine: eppure lo Spigau Crociata 2006 di Rocche del Gatto è esso stesso un indizio, quasi definitivo, un equilibrio stabile tra la morbidezza della caramella mou, dell’orzo e dei fiori di ginestra, e una sana ferrosità pietrosa, in una beva appagante e altra. L’ultimo segno è accanto a un regalo inatteso, un Pigato Vignamare 1997 di Lupi: vino fuori categoria, da masticare, frutto di macerazione e batonnage manuale, elegante e avvolgente, dolcemente sieroso eppure di una sapidità pimpante, irresistibile richiamo alla beva che sa di crema, di panettone, di frutta candita, di chiacchiere e sorrisi, bellissimi.

Arroscia a Mendatica

Ed ecco svelato il segreto: gli asterischi disegnano un percorso allargato che parte da Diano Arentino, a pochi chilometri dal mare vicino a Imperia, si porta nell’entroterra d’Arroscia nei pressi di Ranzo, oltrepassa una vecchia vigna a Ortovero, sulla piana, per raggiungere Bastia d’Albenga, e infine spingersi lontano fino alle colline sopra Finale Ligure, poco prima di Savona. Io non so se sia vero il detto per cui un Pigato meno vede il mare meglio è: non ci giurerei, ma gli asterischi tracciano un elogio della diversità, della peculiarità che distingue. Il segreto forse è esser consapevoli dell’esistenza di diverse possibilità per diversi terreni, è saper intraprendere scelte coraggiose e autonome, fuggendo l’omologazione lungo un territorio vasto e multiforme. Tanto multiforme da costituire esso stesso garanzia e salvaguardia di un’ identità.

appunti di vino

Castelnuovo Magra (La Spezia)

Enoteca Regionale della Liguria e A.I.S. Liguria, Delegazioni di La Spezia
e Imperia

Il Pigato e i suoi segreti

Degustazione condotta da Augusto Manfredi e Marco Rezzano

Un commento

  • Andrea

    (6 aprile 2013 - 22:20)

    Bravo!
    C’ero anch’io , in una sala attigua alla tua… e ti faccio i miei complimenti… perchè sei riuscito a sintetizzare con belle parole ciò che è venuto fuori anche al nostro tavolo nella dialettica della serata, durante la degustazione.
    Andrea

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