Ipsar Pagani, Antonio Esposito Ferraioli

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In memoria di uno chef ucciso dalla camorra

Antonio Esposito Ferraioli

Antonio Esposito Ferraioli era uno chef che lavorava nelle cucine della Fatme, un grande stabilimento gestito dalla multinazionale a Pagani, nel cuore dell’Agro Nocerino Sarnese, a dieci chilometri da Pompei. Era anche un sindacalista che denunciava la gestione di subforniture e organizzava l’attività politica in fabbrica: fu freddato a soli 27 anni il 30 agosto 1978 da un commando, ed è oggi, a trent’anni di distanza, uno dei tanti omicidi di camorra rimasti senza colpevole. Forse chi ha premuto il grilletto è stato a sua volta ucciso nella mattanza degli anni ’80, quella dopo il terremoto, o forse è finito in galera per altri motivi, o, più probabilmente, è rimasto a piede libero.

Ad Antonio il 26 marzo scorso l’Istituto Alberghiero della cittadina, adesso con la moda dell’acronimo di stile anglosassone si chiamano orribilmente Ipsar, ha intitolato una rassegna gastronomica fra diversi istituti della Campania (Ottaviano, Castelnuovo, Montoro, Montesarchio) chiamati a legare i piatti del loro territorio ad un itinerario turistico. Ospite l’Ipsar di Piacenza. Partecipare a questa iniziativa, c’era anche la signora Torre, vedova del sindaco di Pagani ammazzato nel 1980 pochi giorni dopo il terremoto, è stata una delle cose più belle degli ultimi anni perché mi ha palpabilmente restituito la ragione delle battaglie fatte da ragazzi, giovani giornalisti a bottega da Giò Marrazzo, sottolineato la vacuità dei tempi politici moderni, restituito una speranza, cancellato un luogo comune. Cioè quello che i nostri alberghieri sono un disastro: venite qui, sulla Nazionale che collega la Calabria a Napoli, in questo nuovo edificio dove ci sono professori entusiasti e un dirigente Mario Cirillo, di grande spessore culturale. Ascoltate gli argomenti, verificate la frequenza, oltre mille ragazzi che troveranno posto appena terminati gli studi e capirete allora perché questo paese, questa regione, ha speranze e possibilità da vendere. Invitato a tenere una lezione per aprire ufficialmente la tre giorni, ho esordito dicendo che per una comunità è più importante una scuola come questa che una caserma dei carabinieri perché, a differenza di quello che si dice a proposito dell’emergenza criminalità in alcune aree del Sud, sono convinto che sei hai studiato, se hai cultura e se hai un mestiere difficilmente ti può venire in mente di aggredire il prossimo e ucciderlo: le intemperanze verbali e fisiche sono proprie delle persone ignoranti, bestie erano quei commando che dopo aver mangiato la sera negli squallidi locali si sparavano senza un progetto. Bestie senza anima neanche degne dell’inferno cristiano, la loro vita valeva meno di un motorino e del loro sangue non si ricorda nessuno: la camorra, a differenza della ‘ndrangheta e della mafia, non ha un progetto di controllo del territorio, vive di risulta, fatta eccezione per lo scontro fra Cutolo e Alfieri negli anni’80, è solo espressione violenta del disagio sociale in cui vivono centinaia di migliaia di famiglie accampate nella periferia di Napoli. Una mafia di spessore non avrebbe consentito il traffico di rifiuti industriali sul proprio territorio, avrebbe avuto la forza di realizzare un traffico internazionale: invece sono stupidi ignoranti come le pecore che hanno fatto nascere a cinque zampe. Per questo il problema è meno serio ma più grave. E un alberghiero che funziona è un faro in questo buio, come un produttore serio, un ristoratore lungimirante.
Visitate il loro sito: www.ipsarpagani.it

Ciao Luciano,
non posso essere che d’accordo con te nelle considerazioni finali. Iniziative come quella che hai avuto l’onore ed il piacere di inaugurare fanno ben sperare per il futuro. Piccole fiammelle che si accendono nel mare di generale sconforto ed impotenza, generato da politicanti miopi quando non corrotti. Sono queste le cose per cui vale la pena lavorare è il modo giusto di “fare politica” quella che si fa tutto l’anno e non solo in occasione delle elezioni. E’ certo un lavoro duro, un lavoro di prospettiva ma l’unico che può dare un futuro alla tua terra ed anche alla mia.

Pasquale Porcelli