José Sasportes: Giorni contati / Champagne per Anton Cechov

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France Champagne

di Fabrizio Scarpato

Immagino che tutti voi siate appassionati ed esperti conoscitori della vita e delle opere di Anton Pavlovic Cechov (non arrendetevi così presto, continuate a leggere..). Ecco, confesso che ho qualche lacuna in proposito: conosco il nome, una piccola parte dell’opera, sicuramente ho visto a teatro il Giardino dei Ciliegi per la regia di Strehler, forse anche il Gabbiano, mentre risuona senza collocazione sicura il grido gàrrulo “A Mosca , a Mosca” di una delle Tre Sorelle. Poi più nulla. Inevitabile quindi affrontare un libricino che parla di Cechov, con una qualche forma di annaspante smarrimento. Tuttavia l’espediente narrativo dell’autore consente di avvicinarsi con fiduciosa curiosità, facendo leva sul comune senso dell’imprevisto, sul frequente gioco di immaginare la prosecuzione di un racconto, di individuare una possibilità oltre i titoli di coda di un film, forse anche di azzardare nuove emozioni dopo la fine di una vita.

Anton Cechov morì di tisi il 2 luglio del 1904, ma queste pagine gli regalano circa sette mesi di vita, immaginandone la fine solo negli ultimi giorni di gennaio del 1905, il 25 gennaio, per la precisione. Quasi un film nel film, una licenza teatrale, laddove poi il teatro stesso coincide con l’immaginazione, persino con l’assurdità di una resurrezione, a creare nello spettatore una sorta di shock percettivo: d’altra parte, come riportato nell’introduzione, Peter Brook afferma che “nella vita di tutti i giorni ‘se‘ è un’evasione, in teatro, ‘se’ è la verità”.

Non si tratta quindi di una scelta, delle famose sliding doors, ma di una possibilità che la nostra immaginazione e la nostra memoria vogliono spesso concedersi, domandandosi se… Del tipo quali nuove cascate di accordi avrebbe inventato Jimi Hendrix, dove sarebbe andato Chatwin, quali sviluppi si sarebbero innescati se Mastroianni avesse seguito il sorriso di Valeria Ciangottini sull’ultima spiaggia della Dolce Vita. Ma soprattutto cosa avremmo potuto provare, vivere, sentire noi, nel nostro cuore: una musica, un’emozione, una poesia? Niente?

Anton Cechov muore a quarantaquattro anni, ricco e famoso: muore in Germania a Badenweiler dove era in cura, spesso solo, spesso lontano dalla moglie e dalla sorella, troppo distante da Mosca, dalla guerra, dalle sofferenze del popolo russo in disperato affanno in quell’inizio di Novecento così tumultuoso. A questo punto subentra l’ignoranza e l’approssimazione dell’umile scriba, una nebbia tuttavia non abbastanza fitta per non poter capire che in quei sette mesi regalati dalla fantasia, il grande drammaturgo si presenta secondo tratti inconsueti e diversi rispetto all’iconografia ufficiale, concedendosi libertà sessuali e narcisistiche, annusando, nell’euforia, nuove forme d’arte nella pittura e nella fotografia, mostrandosi esuberante nella messa a punto di nuove idee letterarie, insolitamente accomodante con la moglie famosa attrice, tenero con l’amata sorella. Echi di cambiamenti: in quell’anno Satie avrebbe incontrato Cocteau a Parigi, due anni dopo Picasso avrebbe dipinto le Demoiselles d’Avignon, il 22 gennaio 1905 il progressivo sfaldarsi dell’aristocrazia zarista sarebbe culminato con la Domenica di Sangue a San Pietroburgo. Un uomo diverso, sette mesi per intravedere più senso, chiudere qualche cerchio.

Pur nell’interesse per siffatte vicissitudini, difficilmente mi sarei avvicinato all’esile libretto se, inopinatamente, il deus ex machina della vicenda, la chiave di volta dell’invenzione narrativa, non fosse stato, pensa te, lo Champagne: a coppe, a bottiglie, a vagonate. Miracolose bollicine. Cechov era medico: pare che nell’assistere agli ultimi istanti di vita di un collega, i medici russi e tedeschi avessero la consuetudine irrituale e sfrontata di bere col moribondo una coppa di Champagne. Così avvenne anche al capezzale dello scrittore. Che non muore, anzi riprende forze e colore, prolungando la sua vita con la singolare terapia di una bottiglia al dì.

Dita Von Teese

Non ricordo se Woody Allen comprese lo Champagne tra le dieci cose per cui vale la pena vivere: io non faticherei a considerarlo tale, certo è che spesso di fronte alle cose buone affermiamo, esagerando, che potrebbero far resuscitare i morti, o più semplicemente far guadagnare qualche giorno di vita. Succede, secondo quel sano, laico esorcismo che accomuna gli stoici gaudenti, depressi e senza dio. Poi sono certo che qualcuno ammetterebbe nella lista un Selosse, altri Krug, altri ancora un Clos des Goisses attempato, e così via bollicinando, ma sì, anche sorridendo dopo uno sciagurato ruttino. Tutta salute.

José Sasportes - Giorni Contati

Più difficile, e meno fascinoso, che le varie proprietà taumaturgiche possano ricondursi a un pur nobile Sekt tedesco: sì perché Cechov e i colleghi bevvero uno Schloss Entenstein, splendide bolle renane della Foresta Nera, sicuramente migliori dello spumantaccio di Crimea cui lo scrittore era abituato, ma probabilmente lontane da Champagne franzosi che all’epoca stavano abbandonando l’eccesso di residuo zuccherino per trasformarsi negli splendidi brut che ancora oggi conosciamo. A tutto c’è un limite, persino a Natale.

La cronaca riporta che effettivamente ad Anton Pavlovic Cechov in punto di morte venne offerta una coppa di champagne… tedesco: le sue ultime parole furono “snova, snova” (ancora, ancora). E, ovviamente, morì.

José Sasportes – Giorni contati – Ed. Voland (100 pp)