La Barbera del Sannio. Il vitigno misterioso di Castelvenere con note degustative di 13 campioni

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Le barbera in degustazione a Castelvenere

di Marina Alaimo

Ma che cos’è questa barbera del Sannio se barbera non è? L’ho chiesto più volte in giro, ma nessuno mi ha mai saputo spiegare in modo esauriente l’origine del nome di questo vitigno tutto sannita, ma che non ha nulla a che vedere con l’omonimo e più famoso grappolo piemontese.

L’unico a risolvere i miei quesiti è stato Nicola Venditti, enologo e produttorei,  grande sostenitore di questo vitigno, ritenendolo l’unico a rappresentare in modo significativo la tradizione vitivinicola di Castelvenere. Praticamente nel corso della storia locale, quest’uva è rimasta del tutto anonima, cioè la poveretta non aveva un nome proprio, veniva vendemmiata ed utilizzata in vinificazione insieme ad altri vitigni, non essendo d’uso nel passato produrre vini da monovitigno, ma si assemblavano insieme più varietà d’uva, stabilendo i vari quantitativi a seconda delle caratteristiche peculiari di ognuna di esse.

grappolo di barbera del Sannio

Quella che oggi si chiama barbera del Sannio, serviva a dare colore al vino, in quanto molto ricca di antociani, ma anche profumo, è piacevolmente fruttato, con note dolciastre di pasticceria e floreale di rosa o viola.

grappolo di barbera piemontese

Nel passato, ed ancora oggi in forma minore, a Castelvenere si veniva per acquistare l’uva, il territorio è altamente coltivato a vigneto, tanto da ritenerlo il comune più vitato della Campania. La barbera non si prestava al trasporto, presentando un grappolo delicato, che una volta raggiunta la maturità, perde facilmente gli acini.
Pertanto rimaneva in loco, dove i contadini la vinificavano esclusivamente per uso proprio. Per consuetudine gli abitanti del paese quando parlavano del vino di Castelvenere, facendo le diverse valutazioni sull’annata, si riferivano esclusivamente a vino da barbera. Negli anni settanta c’è stata una certa invasione di vitigni provenienti da altri territori, un po’ per colmare i vuoti lasciati dal flagello della fillossera, un po’ per seguire le tendenze di mercato.

Ciò creò inevitabilmente una grande confusione delle uve, delle classificazioni e  dei nomi delle singole varietà. Siccome la barbera piemontese all’epoca era già molto conosciuta sull’intero mercato italiano, si pensò bene di darne il nome all’anonimo vitigno di Castelvenere, cercando in questo modo di piazzarlo meglio sul mercato.  La barbera diventa quindi Barbera del Beneventano igt e poi nel 1997  conquista la doc Sannio. Deve la sua sopravvivenza sul territorio alle Cattedre Ambulanti, ente oggi paragonabile all’Ispettorato Agrario, nate dall’ispirazione ad una valida iniziativa di Camillo Benso di Cavour risalente al secolo precedente.

La degustazione di barbera del Sannio a Castelvenere

Le Cattedre Ambulanti, tra gli anni 20 e 30,  per risolvere i gravi danni apportati dalla fillossera, organizzarono nel Sannio dei campi sperimentali, innestando le varietà coltivate in zona, su barbatelle selvatiche. In questo modo, insieme a quella che poi fu chiamata barbera, si salvarono: mangiaguerra, grieco nero e bianco, uva cerreto, olivella, falanghina, piedirosso, coda di volpe, bombino, uva lunga, aglianico, insomma una ventina di varietà autoctone. L’ uva barbera del Sannio presenta un grappolo con acini piccoli, spargoli, dalla buccia delicata, sopratutto a maturità raggiunta. Si vendemmia in genere nella prima decade di settembre, produce un vino dal colore carico, con buona intensità di profumi, buona acidità, che però non ne detta i tempi della degustazione,  tannini levigati, corpo medio, quindi un vino dalla beva agile, di facile approccio, che resta semplice e piacevole dal primo all’ultimo sorso, ma anche dalle molteplici possibilità di abbinamento con il cibo, momento in cui da sicuramente il meglio di se.

La fiduciaria della Condotta Telesina Gianna de Lucia e il presidente della commissione Alberto Capasso del gruppo vini Slow Food

Difficile da vinificare, pare che sia più facile avere dei risultati positivi e costanti nel tempo per i contadini che la trattano in maniera spontanea, forti di anni ed anni di esperienza, utilizzando tini aperti e senza il controllo delle temperature di fermentazione, mentre nelle cantine dei produttori che la commercializzano, fa un po’ di capricci temendo la mancanza di ossigeno e le basse temperature.

Le note degustative
di Luciano Pignataro

Confesso che in questi ultimi tre mesi mi sto appassionando a vitigni minori a bacca rossa come il Piedirosso, lo Sciascinoso e questa Barbera. Di quest’ultima apprezzo l’allegria, la bevibilità rustica, l’abbinabilità. Così mi sono trascritto un po’ di note di quelle presentate al concorso di Castelvenere per completare il pezzo di Marina. Ecco allora le mie impressioni.

Barbera Sannio 2008 doc, Di Santo Ugo
Le note vegetali verdi non mi dispiacciono per via della loro freschezza, poi subissate dalla dolcezza. Il naso è lungo e fresco con la conferma di quanto annunciato dall’olfatto.
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Grotta di Futa Barbera Beneventano 2009 igt, ‘A Cance’llera
Al naso prevale il dolce, quasi cotognata, in bocca si controbilancia con buona acidità, lunghezza e una certa ampiezza. Decisamente piacevole.
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La Selva 2007 Barbera Beneventano igt 2007, Colle Palladino
Ok, si può anche aspettare qualche anno per bere la barbera, soprattutto se parliamo di millesimi ciccioni e zuccherini come il 2007. Ma non è necessario. Tanta prugna matura, freschezza in lieve ritirata ma ancora più che sufficiente.
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Raphael 2008 Barbera Sannio doc, Fattoria Ciabrelli
Note verdi e geranio, sembra quasi un piedirosso, poi però in bocca è nettamente dolce e fresco. Intenso e ben strutturato.
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Thelemaco 2007 Sannio doc, Fontana delle Selve
Inutile aspettare. Già: in questo caso la Barbera, che qui marca anche un difetto di pulizia iniziale, diventa troppo scura, In bocca però si riconosce
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Barbera Sannio Beneventano igt, Pengue
Note burrose di pasticceria e pasta di mandorla. In bocca secco e preciso, quasi sottile.
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Armonico 2008 Barbera Sannio doc, Anna Bosco
Ho degustato scoperto, ma resto convinto che questa è la migliore Barbera dove l’equilibrio tra freschezza e dolcezza è centrato in maniera incredibile. La beva è scattante, anche in questo caso dolce, piacevole.Lunga e strutturata.
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Barbetta 2008 Barbera Sannio doc, Venditti
Naso pimpante, note verdi ma piacevoli, in bocca è ricco, elegante con un piacevole finale dolce da frutta. Forse la più enologica di tutte, molto pensata, ma il risultato è un bel bicchiere beverino.
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Barbera 2009 Sannio doc, Pacelli
Nuova azienda, ma lettura varietale. Dolcezza di frutta matura al naso, bevibile con una chiusura rotonda. Forse manca una spinta in più ma è un bicchiere sincero e ci piace.
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Don Bosco 2008 Beneventano igt, Anna Bosco
La vendemmia ritardata amaroneggia e ci allontana. Non amiamo molto le deviazioni verso il dolce. Non è questione di gusto perché la freschezza dopo due anni soccombe a nostro modo di vedere in maniera troppo rapida.
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Barbera 2008 Sannio Doc, Vigne sannite
Qui c’è un naso troppo acerbo, la freschezza rinfranca ma si perde molto la piacevolezza. se cerco acidità mi basta un aglianico.
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Prime Vigne Barbera 2009 Sannio doc, Cantina di Solopaca
Secco e asciutto. Non capiamo il senso di questa vinificazione, corretta ma senza idee.
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Barbera 2009 Sannio doc, Grillo
Barbera efficace e varietale. Ci è piaciuta la semplicità
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5 commenti

  • Marina

    (31 agosto 2010 - 09:29)

    A me, oltre alla Barbetta impeccabile, è piaciuta moltissimo ‘A Cancellera.

  • gp

    (31 agosto 2010 - 11:59)

    questo vitigno alla fin fine pecca solo in finezza gustativa, io, perciò, lo taglierei con un un sangiovese, così, tanto per capirci. ne potrebbe uscire fuori anche qualcosa di grosso.

    • Lello Tornatore

      (1 settembre 2010 - 09:24)

      Io, piuttosto gli cambierei …il nome!!!

  • vincenzo busiello

    (31 agosto 2010 - 21:56)

    scrivo una sciocchezza: la barbera del sannio di anna bosco , da un punto di vista olfattivo (e in parte anche al gusto) ,sembra la sorella gemella del lacrima di morro di mancinelli.

    • Mauro Erro

      (1 settembre 2010 - 11:57)

      Che i due vitigni abbiano alcuni tratti in comune non è affatto una sciochezza.

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