La Coda di Volpe a starza

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Il fresco dei vigneti irpini è il rimedio più efficace alla calura estiva. Da sempre amiamo girare in questo periodo tra Sannio, Irpinia e Vulture, per fare il pieno di sensazioni, scoperte, possedere il territorio quando è più rigoglioso mentre i contadini non sono sotto stress da vendemmia. Vi consiglianmo di fare altrettanto: non c’è traffico, si spende la metà, se non un terzo, della costa e soprattutto in questi due mesi non si fanno sgradevoli incontri estetici tipici della statale 18.Prima di partire vi consegnamo allora la mansueta Coda di Volpe Ilvania 2003 della cantina Cortecorbo a Montemarano, giusto pochi metri lontana da quel Salvatore Molettieri produttore del nostro Taurasi 2000 preferito. Per 50 anni il papà di Antonietta ha sgobbato su questi due ettari di terreno dove, com’è consuetudine in questa zona, la vite è coltivata a starza. Come accade ovunque nella docg taurasina qui bianco vuol dire Coda di Volpe, ossia quell’uva ritenuta in passato poco nobile e usata solo per tagliare l’acidità del Greco e del Fiano. Antonio Troisi e Mimmo Ocone la vinificarono per primi in purezza, la Cantina del Taburno la lanciò sul piano commerciale e da quattordici anni noi l’apprezziamo.Questo bianco ha lo sguardo dolce di Antonietta e dell’enologo Angelo Pizzi, autore delle migliori interpretazioni di questo vitigno per cui evidentemente ha la mano: pensiamo alla Coda di Volpe della Fattoria la Rivolta di Paolo Cotroneo. La vinificazione è in acciaio, il prezzo non supera i cinque euro, il risultato è un frutto caricato dalla siccità ma con una discreta spalla acida capace di regalare freschezza al palato. Va bene sul pesce, signori qui i rossi marmellata non ci azzeccano, ma soprattutto sulle zuppe estive di ciurilli, la pasta e piselli, le caciottine di Montella, la zuppa dei funghi delle prime piogge e va a nozze con la mitica genovese partenopea. Nauseati da rossi ruffiani e commerciali, trascorriamo l’estate girando per casali e bevendo qualche bianco contadino autentico, tipico, ingenuo.Così parlò Plinio il Vecchio.