La Luce, un Moscato sul babà

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Ci sono abitudini davvero difficili a svaporare, per certi segmenti del bere sembra di essere ancora negli anni ’80, come se la rivoluzione vitivinicola post-metanolo non fosse mai esistita. Per una curiosa serie di coincidenze, questo fermo immagine antropologico riguarda l’inizio e la fine del pranzo nel quale ci si affida, rispettivamente, al Prosecco spesso di infima qualità o ai passiti siciliani mentre l’abdicazione culturale è totale quando al panettone si abbina l’Asti spumante. Eppure basta solo un po’ di curiosità, un pizzico di intelligenza, per adeguare l’aperitivo e il bere dolce all’altezza dei bianchi e dei rossi prodotti nel Sud e in particolar modo in Campania in questi anni. Curiosità e intelligenza piallata dalla fretta commerciale nella maggior parte dei ristoranti che per le carte dei vini preferiscono il franchising e delle stesse enoteche dove spesso le bottiglie non vengono scoperte, ma vi arrivano solo dopo aver raggiunto il successo. Ecco perché, Natale in fondo è dietro l’angolo, invito tutti a considerare una tradizione molto economica e appassionante quasi del tutto persa in Campania ma conservata con cocciutaggine nel vicino Vulture in maniera certamente più diffusa. Parlo dello spumante dolce da uve moscato. Ci sono alcune versioni molto buone, come quelle di Martino e Paternoster, oppure della Cantina di Venosa e Basilium, ma stavolta ci concentriamo sulla vigna contadina di Michele La Luce, faccia barbuta da brigante e cuore buono, la cui vigna circonda la cantina appena terminata lungo la strada che da Barile, passando per Ginestra, porta poi a Venosa oraziana tra saliscendi vulcanici. Michele ha iniziato ad imbottigliare nel 2001 dopo aver sempre lavorato le uve, produce due buoni rossi con il S’Adatt e lo Zimberno, e poi ha conservato la tradizione vulturina di spumantizzare l’Aglianico e il Moscato Morbino. Questo avveniva in maniera naturale nelle bottiglie, i più anziani ricorderanno infatti le bottiglie con i tappi di plastica che, aperte senza precauzione, perdevano un buon quarto del vino. Oggi si usa il metodo charmat, ossia la rifermentazione in autoclave. Il Moscato di Michele è il giusto modo di terminare il pranzo, l’alcol è appena a quota 7 e questo non fa mai male, sicuramente preferibile a superalcolici e liquorini sempre sconsigliabili quando si è già bevuto vino. Con meno di cinque euro avrete un bicchiere dolce ma non zuccherino, di buona struttura come sempre è il Moscato, fresco come sempre sono i vini campani e vulturini nati su suoli vulcanici: il 2006 è in perfette condizioni. Sulla pasticceria napoletana, in primiis il babà, oppure su quella tradizionale, secca o a base di castagne, dell’appennino meridionale.