La Tintilia molisana delle Cantine Cipressi

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A volte il destino arcigno decide di darti uno schiaffo per farti un favore. Spesso proprio da una sconfitta si riescono a trovare nuove motivazioni, capire le giuste chiavi da usare per raggiungere il successo lasciando così gli avversari spiazzati. Prendete ad esempio i produttori molisani: avevano fatto di tutto per inserire la dicitura Montepulciano affianco alla doc Molise senza rendersi conto che così nel mercato globale avrebbero giocato sempre in serie cadetta. I vicini abbruzzesi si opposero e vinsero la battaglia giudiziaria. Da questo schiaffo nasce la vera e robusta identità vitivinicola molisana, piccola regione sempre in bilico tra Campania, Puglia e Abruzzo nel piatto e nel bicchiere oltre che nella vita quotidiana: parliamo dell’avventura commerciale moderna della tintilia, uva rossa di antichissime origini di cui le campagne erano piene sino all’avvento della fillossera: con il boom recente dei vitigni autoctoni e alcuni produttori riscoprono il gusto della tradizione godendo il successo regalato loro da un giudizio legale vissuto in vigna inizialmente come un dramma irreversibile. Anche l’enologo Goffredo Agostini si è aperto a nuova vita dopo aver lasciato la Tollo dove aveva lavorato a lungo, ritrovando l’entusiasmo dei giorni migliori e incontrando sulla propria strada, tra gli altri, l’azienda fondata nel 2003 da Claudio Cipressi ed Ernesto Travaglini a San Felice del Molise, 25 ettari vicino l’Abruzzo. Tintilia e Goffredo, vite parallele che si incrociano nella difficile annata siccitosa capace di regalare un rosso fresco, moderno, fruttato, di nerbo, minerale, abbastanza morbido, da spendere sulla tavola di Natale dove conviene sempre un vino buono ma non difficile, di beva pronta ma capace anche di regalare qualche soddisfazione olfattiva, tipico ma non eccentrico. La Tintilia Macchiarossa risponde a questa esigenza e racconta la rinascita del Molise capace di ridisegnare finalmente la sua identità precisa dopo l’inondazione di scialbi vitigni nazionali, il volto rosso della viticoltura che per il bianco si è ormai affidata alla Falanghina. Macchiarossa, il nome è un omaggio ai potenti antociani dell’uva, usata per colorare nel passato i pallidi rossi del Nord quando serviva, va bene allora sul pranzo di Natale, dagli ziti nel ragù al capretto con le patate, sino ai formaggi pecorini di media stagionatura. Un equilibrio perfetto tra la spinta acida, l’alcol e la maturazione dei tannini a cui la tasca guarda soddisfatta, visto che difficilmente la troverete in enoteca sopra i 15 euro. Buon Natale, carissimi lettori, con la Tintilia di Goffredo.