La traffica di Gragnano

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Un racconto su Giovanni Ansaldo

Una traffica del 1951

La foto dice tutto: a sinistra Giovanni Russo titolare dell’omonima azienda, papà di Maurizio (Cantina del Vesuvio) controlla il vino appena acquistato. A destra il contadino riconta i soldi.

Una breve premessa per capire di cosa parliamo: fino alla crisi del metanolo i contadini vendevano il vino, non le uve come accade adesso. Ciascuno lo faceva alla buona, con fermentazioni oggi improponibili, mettendo insieme uva bianca e rossa, spesso senza la malolattica. Tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre, fino a Natale, arrivavano da Napoli i mediatori, spesso anche costruttori di botti, in Campania si usava soprattutto il castagno, per trattare l’affare e portarsi il vino in città dove veniva rivenduto al dettaglio. Era la traffica, «’a trafeca», del vino.
Gragnano era uno dei punti di incontro fra i mediatori e i contadini di tutta la Penisola Sorrentina. Spesso i paesi hanno dato il loro nome al vino non per essere specializzate nella viticoltura, ma per essere punto di incontro commerciale. In Campania è accaduto con Taurasi e Solopaca, un tempo importanti stazioni ferroviarie e per il Gragnano.
La trattativa era, ovviamente, lunga e laboriosa: per il contadino era un esame da cui spesso dipendeva la qualità dell’inverno perchè con il danaro del mediatore avrebbe potuto comprare altri generi di prima necessità. Alla fine, comunque, l’accordo si trovava e terminava con un lauto pranzo.

Giovanni Ansaldo

Giovanni Ansaldo, direttore del Mattino dal 1950 al 1965, grande mangiatore, fu invitato da un mediatore a partecipare a questo rito proprio sotto le feste di Natale. Ne scrive Alberto Consiglio, lasciando un breve racconto, «La traffica di Gragnano» che resta oggi l’unica traccia documentata di una tradizione completamente scomparsa. Il racconto, introvabile, è stato ripubblicato nella metà degli anni ’90 dai cugini Giugliano, proprietà di Mimì alla Ferrovia a Napoli, che hanno qualche ettaro a Gragnano.
Ansaldo confida al lettore e trasmette con efficacia anzitutto il terribile freddo di quella giornata dopo il lungo viaggio attraverso la «Nazionale» (non c’era ancora neanche la Napoli-Pompei), l’arrivo, le serrate trattative, l’accordo. Poi, quando pensava di far ritorno, ecco l’invito a restare «per mangiare qualcosa». L’antipasto di salumi e formaggi fatti dai contadini, forse il Provolone del Monaco chissà, poi la minestra maritata con le erbe dei Lattari e le parti meno nobili degli animali, una monumentale portata di ziti con il ragù, a seguire ovviamente le braciole del ragù. E poi, quando stava per alzarsi, ecco arrivare un piatto di salsicce e friarielli, la frutta e, per chiudere, i tradizionali dolci di Natale. Un crescendo simile a quello dei fuochi artificiali, ogni portata si pensava fosse l’ultima, mangiando senza togliersi il cappotto per il freddo sottolineato ancor di più dal vino rosso freddo, rasposo e tannico, oggi sicuramente non potabile, con cui venivano accompagnati i cibi.
Insomma, una mangiata indimenticabile. Tanto da spingere Consiglio a lasciarne traccia scritta, materia di elzeviro. Sicuramente senza immaginare che sarebbe rimasta l’unica di cui disponiamo dopo l’omologazione degli ultimi decenni e la fine della viticoltura tradizionale contadina.
Una consolazione? Ma sì: la tradizione gastronomica è rimasta intatta e il vino è migliorato, decisamente.

Pubblicato oggi sul Mattino nel supplemento Il pranzo di Natale, a cura di Titta Marrone: gli scrittori del Sud raccontano la tradizione