L’Aglianico di Cobellis

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Onorato Volzone, il giornalista del Mattino che scoprì per primo il Cilento negli anni ’80 facendolo conoscere al grande pubblico, era innamorato del vino di queste colline tappezzate di olivi alle falde del monte Gelbison dove si produce la mozzarella nella mortella: «Sai – mi ripeteva sempre – ho scoperto che lo esportavano addirittura in Francia». Oggi Onorato annuirebbe soddisfatto dopo aver provato il Vigna dei Russi, potente Aglianico, magari su un piatto di fusiddi al castrato, uno dei suoi preferiti a cui non rinunciava mai durante le sue escursioni. La grande tradizione produttiva torna in commercio grazie ai Cobellis, una famiglia da sempre insediata nel Cilento, dopo la decisione di Massimo di dedicare alla vite una dozzina dei trecento ettari dell’azienda comprata negli anni ’70 dal padre. Così, oltre l’olio d’oliva ben conosciuto dagli appassionati, l’allevamento di vacche, pecore, capre, bufale, la produzione di foraggio, è arrivato il momento del vino. L’annata 2004 è una piccola anteprima per pochi intimi, come quando i Rolling Stones apparivano improvvisamente nei piccoli pub di periferia per provare l’ultimo disco, ma pianta decisa una nuova bandiera della rivoluzione vitivinicola campana, quella più a Sud, nel comune di Vallo della Lucania. La pianta sul crinale di una collina argillosa a 300 metri di altezza da cui lo sguardo si perde verso la conca di Velia dove Parmenide e Zenone fondarono la scuola Eleatica. Essere e divenire, bianco e rosso, fiano e aglianico: questa la scelta dell’enologo toscano Lorenzo Scotto che ha visitato il terroir rimanendone entusiasta. Il Vigna dei Russi, il nome dal toponimo del posto, annuncia soprattutto la frutta, polposa, gustosa, profumata e rivela l’annata con un bicchiere potente ma elegante, dopo la fermentazione in acciaio ha avuto l’elevamento in barrique e l’ulteriore affinamento in vetro. Giovanni Positano, il patròn della Chioccia d’Oro, l’ha immediatamente adottato: sul capretto al forno con le patate, i fusilli e i cavatielli al ragù, il coniglio ‘mbuttunato, i tannini svolgono la loro funzione sgrassante nel palato e il vino, grazie alla vivace freschezza, ripulisce la bocca lasciandola asciutta e pronta a ricominciare come prescrive la regola numero uno degli abbinamenti perfetti. Sulla scia di Maffini, De Conciliis, Rotolo, Polito, I Vini del Cavaliere, Botti, Marino, Tibaldi, la collezione del Parco del Cilento si arricchisce ancora, stavolta con l’azienda agricola più grande della Campania impegnata nella produzione anche di vino. L’ennesimo segnale che l’entusiasmo e la voglia di fare al Sud non è affatto terminata. La crisi, una volta tanto, riguarda gli altri.