L'Aglianico di Piero

Letture: 90

A futura memoria non esisterà mai un Radici Taurasi 2002, sigillo di una annata francamente difficile di cui Piero Mastroberardino ha deciso di prendere atto senza astuzie commerciali. Proprio come ha fatto Biondi Santi con il Brunello di Montalcino e, per rimanere in zona, il bravo Mario Struzziero in quel di Venticano. Ecco allora uno dei vantaggi per un produttore di essere alla decima generazione in cantina: poter valutare le cose con più calma, sui tempi lunghi. Quello dei consumatori invece è l’affare alle porte, è appena arrivato nelle enoteche e nei ristoranti uno splendido Aglianico Irpinia igt in cui sono finite anche le uve pregiate destinate nelle precedenti vendemmie alla docg. Così, finalmente, abbiamo un Aglianico igt di ottimo livello e a prezzo da affare: 5,65 euro in cantina.Il colore è un rosso rubino intenso, al naso è intenso e persistente con spiccati sentori floreali, di frutta rossa, tabacco e spezie. In bocca il bicchiere è abbastanza morbido, abbastanza fresco. Questo è il risultato di una fermentazione tradizionale prolungata in vasche di acciaio e poi di un elevamento in barrique di primo e di secondo passaggio prima del blend finale curato dal giovane enologo Enzo Mercurio.Il Naturalis Historia 2000 igt e il Radici 2000 Taurasi docg completa una trilogia di rossi che confermano la vocazione di Mastroberardino al bicchiere elegante pur facendo concessioni alle moderne esigenze di concentrazione e di grado alcolico un po’ più alto. La sorpresa resta però l’Aglianico igt, capace di far mangiare la polvere ad almeno una quindicina di Taurasi 2000 che abbiamo appena finito di provare e che riporta nella giusta misura il rapporto tra la qualità e il prezzo. L’invenduto intasa le cantine, molti preferiscono non imbottigliare ancora l’ultima annata in attesa di smaltire le scorte proposte a prezzi troppo alti e la via d’uscita alla crisi resta la capacità di produrre vini quotidiani a prezzi accessibili, come l’ultimo Diomede 2000 Aglianico del Taburno doc di Ocone o l’ormai famoso Clanius di Caputo in quel di Teverola.