L’Aglianico di Terra di Vento

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L’Aglianico venuto col vento

Sempre più interessante la campagna tappezzata di olivi vicino Salerno, quella, per intenderci, vicino Montevetrano: due aziende, entrambe seguite dal giovane enologo di Ariano Irpino Sebastiano Fortunato, sembrano avere premesse solide. La prima si chiama Casa di Baal, parte come azienda di olio extravergine e vanta complessivamente 30 ettari di cui quasi cinque in riconversione, fuori barbera, montepulciano, sangiovese e altre amenità, dentro aglianico e fiano. Avremo modo di parlarne appena i vini di questa vendemmia saranno pronti e dunque i numeri più consistenti. Almeno come quelli di Terra di Vento, il punto di approdo di Roberto Nicodemo, imprenditore edile a Faiano di Pontecagnano, siamo sempre in collina. Qui la dimensione è ancora più vasta, 70 ettari, e il progetto prevede un’azienda a ciclo biologico chiuso in cui, oltre al vino come fiore all’occhiello, ci sia adeguata attenzione alla zootecnica, capre per i formaggi e cavalli per il maneggio anzitutto, all’ortofrutta e all’olivicoltura. Il cerchio della vita ha insomma riportato Roberto proprio nella piazza in cui ha giocato da bambino, al centro di Faiano. Già, perché qui finiscono i prodotti aziendali, nell’osteria Scassaporta, suo vecchio scagnanome, insieme al vino e ad una selezione di etichette salernitane di livello a cominciare proprio dal Montevetrano. Un menù semplice, essenziale, solo baccalà per dire, benché siamo a diechi chilometri dal mare, per soddisfare i due vini. Da un lato il Fiano Faiano bene evoluto nella versione 2005, problematico nel 2006 e promettente per il 2007 e, il Petrale, un Aglianico di grande spessore, adatto alla pasta con i sughi forti e alle carni proposte da Scassaporta. Un rosso in buon rapporto fra qualità e prezzo, siamo molto sotto i dieci euro franco cantina, dai sentori fruttati impreziositi dalla speziatura dolce del legno, in bocca è equilibrato, armonico, i tannini sono ben risolti e in questo Fortunato è un piccolo folletto, la beva è dinamica, lunga, con una chiusura corroborante e pulita. Una buona espressione del territorio, insomma, che vede protagonisti, qui come nella vicina Piana del Sele, imprenditori a discreta capitalizzazione e con solide aziende rurali alle spalle, vogliosi di lasciare quella traccia che il vino è in grado di imprimere nella memoria. In attesa di quella profondità che solo l’esperienza sul terreno è in condizione di formare, lo beviamo sul mitico peperone imbottito di Mimì alla Ferrovia.