Le famiglie del vino: gli Avallone e il Falerno

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Dalla piana circondata dal massiccio del Massico e sorvegliata dal vulcano spento di Roccamonfina, duemila anni fa il vino nelle botti viaggiava lungo l’Appia e la Domiziana per ubriacare Roma imperiale e le ville patrizie della Campania. I latini lo chiamavano Falernum, e fu decantato continuamente da Plinio, Orazio e da Virgilio nelle Georgiche. Lo amarono gli zar russi mentre Gustavo di Svezia, per non essere da meno, ne fece la bevanda ufficiale. Poi, dopo la terribile fillossera di fine Ottocento, sparì completamente lasciando traccia solo nei libri spulciati dai bibliofili. La fine di una civiltà. Fu un giovane avvocato napoletano di origine vietrese a riscoprirlo e a farlo rivivere. Francesco Paolo Avallone era negli anni Cinquanta assistente di Diritto Romano a Napoli con Arangio Ruiz, fine egittologo e appassionato del buon bere. Il raffinato barone universitario e il giovane di belle speranze, scartabellando tra norme, codici e procedure, si imbattevano in continue citazioni su questo grande vino del passato.

Fu così che maturò la decisione: vendere le proprietà vietresi e comprare una sessantina di ettari in quello che era stato l’Ager Falernus, una conca assolata a ridosso di Gaeta, proprio ai confini tra Campania e Lazio. Costruì la fattoria che dedicò alla moglie Matilde e iniziò a girare tra i contadini come un archeologo scoprendo una ventina di cloni originari. Vendemmia dopo vendemmia, prova su prova, riuscì a riportare sulle tavole il famoso Falerno di cui tutti, nella zona, continuavano a favoleggiare. Poi arrivò anche la Denominazione di Origine Controllata. Ma il salto commerciale è soprattutto merito dei suoi due figli: Tano e Maria Ida. Lei, laureata in Scienze Politiche e diplomatica mancata, vive a Napoli e ogni giorno fa sessanta chilometri per lavorare in azienda. Lui aveva iniziato a fare l’avvocato, ma poi è stato costretto a fare il salto di qualità trasferendo la residenza a Cellole.

Tani e Maria Ida sono una coppia affiatata, e come altri fratelli (Ercolino a Sorbo Serpico, De Concilis a Prignano, Di Meo a Salza Irpina, Caputo a Teverola, Martusciello a Quarto) sono i veri goleador dell’enologia campana, quella che scala le vette delle classifiche e che, pur restando un prodotto di nicchia, ha colmato il ritardo accumulato in questo secolo. L’azienda oggi ha novanta ettari, di cui 60 a vigneto e dieci a oliveto. Vicino alla cantina, completamente ristrutturata, è nato l’agriturismo con annesso ristorantino molto utile per accogliere gli ospiti e organizzare le degustazioni, un parco dove le scolaresche in visita possono scorazzare a piacimento tra una spremitura con i piedi e la raccolta dei grappoli in vigna.

Infine un punto vendita ben organizzato per chi passa e decide di fermarsi. L’ultima svolta è l’incontro con Riccardo Cotarella, una delle star tra i winemaker italiani, che da alcuni anni si è insediato in Campania imprimendo una svolta decisiva, prima con il Montevetrano di Silvia Imparato, poi con il Fontana Galardi di Sessa Aurunca e infine con i prodotti di Villa Maltilde. Cotarella arriva nel 1997 e trasforma il Falerno ammorbidendolo. Dopo appena due anni, arriva il risultato tanto ambito e inseguito con determinazione: la guida dei vini del 2000 dell’Arcigola e del Gambero Rosso assegna i tre bicchieri al Vigna Camarato, un cru di Aglianico i cui grappoli vengono scelti e selezionati manualmente. «Non tutte le annate – precisa Tani – finiscono in bottiglia, ma solo le migliori». È così diventato il prodotto di punta dell’azienda, il cui merito maggiore, però, è costituito dall’ottimo equilibrio che è riuscita ad ottenere tra la qualità e il prezzo.

Oltre 350.000 bottiglie accessibili a tutte le tasche nonostante le continue segnalazioni dei critici sulle guide. La gamma dei prodotti di Villa Matilde è molto varia. Il Falerno Rosso è fatto di Aglianico Piedirosso, mentre quello bianco di Falanghina. Ci sono poi il Cecubo (Piedirosso e Abbuoto), il Terre Cerase (uno dei pochi rosé campani), il Tenuta Pietre Bianche (Falanghina e Coda di Volpe), il Poggio delle More (Aglianico e Coda di Volpe rosso), e poi, naturalmente, Aglianico, Piedirosso e Falanghina. «Abbiamo fatto tanti sacrifici – dice Maria Ida – che oggi sono ripagati grazie ad una cresciuta maturità dei ristoratori di qualità e degli stessi clienti e con il contributo di quelle aziende che hanno puntato a migliorare costantemente senza fermarsi davanti al primo ostacolo». «Il tre bicchieri? Lo considero – osserva Tani – un punto di partenza, non di arrivo. Adesso abbiamo una responsabilità in più perché dobbiamo confermarci al massimo livello ogni anno. E se per ora siamo una sorpresa, dalla prossima annata dobbiamo diventare una conferma».


Il Mattino, dicembre 1999