Le uve del Vesuvio e il Lacryma Christi da Pompei alla speculazione edilizia

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Il Vesuvio visto da Sylva Mala

Le foto di questo servizio sono di Marina Alaimo

Prima dello tsunami edilizio il Vesuvio è stato per secoli la grande dispensa della città: frutta, ortaggi, pane, carne, baccalà, semi e legumi e, naturalmente, il vino. Un vino famoso, ricordiamo Bacco sul cono vulcanico per non parlare del nome, le cui origini risalgono ai greci che qui portarono le loro viticoltura sfruttando la fertilità del suolo vulcanico. Una produzione sempre abbondante, di cui restano tracce innumerevoli nelle rovine antiche risparmiate alla rabbia del vulcano. Una coltura promiscua, come ancora oggi si usa nella Penisola Sorrentina, con cereali, legumi, gli ortaggi, la frutta e l’uva. Proseguita anche dopo la caduta dell’Impero e ripresa alla grande a partire dal ‘600, quando i nobili ripresero a costruire ville e masserie alle falde del Vesuvio. Sino all’epoca d’oro, l’Ottocento e parte del Novecento quando la zona a Sud di Napoli vide nascere imprese giganti, fondate da imprenditori che compravano vino in tutto il Mezzogiorno per dissetare una delle città, all’epoca, tra le più popolose al mondo, di gran lunga la prima in Italia.

Brevetto partenopeo per proteggere le uve da grandine e peronospera:-))

La quantità produttiva, punto di forza delle imprese vesuviane prima del calo dei consumi iniziato negli anni ’70 è lentamente diventata però un fardello sempre più pesante e nel giro di una trentina d’anni sono stati inferti duri colpi all’agricoltura vesuviana. Primo fra tutti l’aggressione edilizia senza controllo che ha sottratto terreni fertili per millenni. Poi la competizione di altri territori vinicoli capaci di stare sul mercato a prezzi sempre più competitivi, sino ai problemi della globalizzazione che ha fatto del mondo intero un mercato unico in cui l’offerta di uva, e di vino, è costantemente superiore alla domanda, da quando cioè Australia, Cile, Argentina e California si sono affacciate con impianti nuovi e gestiti senza regole, a differenza di quelli italiani e francesi. In questo quadro la viticoltura del Lacryma Christi ha cominciato a perdere prestigio.

Un grappolo di piedirosso

Nel Dopoguerra, e sino agli anni ’60, era il vino italiano più famoso dopo il Chianti, grazie anche alla passione con cui gli emigranti se lo portavano dietro negli Stati Uniti e in Sud America. Poi, soprattutto dopo la crisi del metanolo del 1986, il declino apparentemente irreversibile. Come tutti i territori di successo del passato, Solopaca, Cirò, Locorotondo, Vulture, anche il Lacryma Christi, il riconoscimento doc è arrivato solo nel 1993, ha faticato non poco a cambiare passo volgendo gli sforzi produttivi dalla quantità alla qualità con l’abbassamento delle rese per ettaro e l’investimento in nuovi macchinari per controllare bene il processo di vinificazione.

Un grappolo di catalanesca e uno di caprettone: bianco Vesuvio

Grappolo di catalanesca
Grappolo di caprettone

Negli ultimi dieci anni notevoli sforzi sono andati in questa direzione, alcuni vinificatori hanno acquisito vigneti producendo in proprio, altri imprenditori hanno investito sui terreni chiamando enologi di fama. Lo scontro in corso sul prezzo dell’uva, ormai in calo costante dal 2001, è dunque una battaglia del passato, come quella combattuta a colpi di spada mentre altrove si usano da tempo le armi da fuoco. Due realtà che convivono ancora fianco a fianco, quello della viticoltura di quantità e quella di qualità, ma ormai sempre più impegnati in direzioni opposte. Così come è avvenuto ovunque nei territori di successo negli anni ’90.

Un vigneto di piedirosso

Da Il Mattino di domenica 27 settembre, pagina 12