L’Ispettore Michelin / Accidia

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Gaston Chiquet Special Club 2007
Gaston Chiquet Special Club 2007

di Fabrizio Scarpato

”Porca puttana, è una vita che non tocco una donna”.Ho sorriso come sollevato, quasi che aver certificato il mio stato di sfigato, in qualche modo già me ne facesse sentir fuori: la consapevolezza aiuta. Molto meno era d’aiuto quel freddo polare che mi sferzava la faccia, gelandomi il sudore fino a formare ghiaccioli inestricabili e infrangibili tra barba e baffi, rendendomi irriconoscibile persino a me stesso, anche se forse più affascinante a queste latitudini; e già questa considerazione cretina non deponeva favorevolmente circa gli effetti del gelo sulla mia psiche. Boh, ho accettato il piccolo soprassalto ormonale come prova inattesa di esistenza in vita. Una ulteriore conferma, dopo che ero riuscito ad inforcare un paio di sci da fondo per fare una sciata lungo il mare. Che in realtà è una distesa di ghiaccio, anzi a pensarci bene non saprei nemmeno dire se si tratta di mare o di lago. Acqua insomma, bianca. Non potrebbe essere altrimenti qui a Gammelstad, nel fottuto estremo nord della Svezia, anzi un po’ di più, nel senso di stramaledettamente fottuto.

Langläufer auf der Seiseralm im Hintergrund der Lang-und Plattkofel
Langläufer auf der Seiseralm im Hintergrund der Lang-und Plattkofel

«Ti devo parlare, Michelin…». Prima o poi doveva accadere: dopo i primi pallidi entusiasmi, il cosiddetto lavoro allo Chat qui Pêche si trascinava stancamente tra un tavolino e l’altro. Ormai mi vestivo come veniva e spesso capitava che, in uno slancio di professionalità, mi trovassi ad assaggiare personalmente ogni Calvados ordinato dai clienti, non foss’altro per essere scrupolosamente preparato. Ammetto che quando c’era gente, districarmi tra i tavoli diventava un vero spettacolo di equilibrismo: finché una sera inciampai, miscelando Calvados e sorbetto alla mela in una nuova forma di trou normand sulla camicetta di una attempata signora. Non me ne fregava più niente, insomma, ma non sapevo come dirlo a Babette, o più facilmente non sapevo come dire a me stesso che, oltre a osservare le barche che uscivano dal Vieux Port, non mi restava altro da fare: un pensionato che guardava i lavori in corso, aveva molti più motivi di me per alzarsi dal letto la mattina, diciamo.Così mi avvicinai a Babette come un cane bastonato, sapendo di muoverla a compassione, segno che nonostante tutto, la stronzaggine era parte di me, stampata con una precisa sequenza di nucleotidi nel mio codice genetico.

«Metti via quella faccia da culo che non è aria… ti voglio solo parlare, mica fucilare… per quanto… Insomma, ho bisogno del tuo aiuto» e lo disse come se si liberasse di un peso. «Ho un fratello in Svezia, fa il cuoco, un grande cuoco, e anche un grande pezzo di merda, se vogliamo dirla tutta. Ultimamente deve aver dato di testa e ha piantato ristoranti, libri, pubblicità, tv e soldi, tanti soldi. Mi ha scritto: dice che vuole rivedermi per restituirmi qualcosa. Ma io non lo voglio vedere, e non chiedermi perché. Gli ho scritto che mando te». Temo che la mia espressione non fosse affatto conciliante, così che riprese a dire: «Non ho altri che te, Michelin». Poi sorrise dicendo che lui le aveva chiesto se fossi il suo uomo: lì smise di ridere e mi guardò come mai mi aveva guardato prima. «No, non è il mio uomo» e quello sguardo mi trapassò il petto, con la stessa crudele ferocia della pugnalata di un sicario guatemalteco, per poi svuotarsi e sciogliersi in una specie di rimpianto, di disillusione acquisita, accertata, certificata dal tempo. «Ti aspetta lassù, lontano da tutti. Vi troverete, perché in fondo vi assomigliate: oltre a essere due bastardi, avete entrambi una certa familiarità con la solitudine». Rieccola, la signora solitudine. E Babette se ne era accorta: « E’ ora che smetti di guardare le barche» disse. «Ci chiamiamo Scrackalbott, lui Krippnick e io Birgitta. Babette è stato il primo nome che mi è venuto in mente quando sono arrivata in Francia, più per Karen Blixen che per il film». Beh, mi aveva preso d’incontro, gran bel placcaggio, non c’è che dire, dritto al plesso solare. A parte un’incomprensibile predilezione per gli Abba, non avrei mai pensato. Forse chissà, anche quella torta salata col Pavé d’Auge che faceva ogni tanto… Forse. Come al solito un tonfo nell’altra stanza mi fece capire che anche Chabal era stato colto di sorpresa.

Ole Einar Bjœrndalen sarebbe stato fiero di me. Non avevo dimenticato il sincronismo del passo alternato, e mi sono ritrovato a spingere come ai tempi dell’École Militaire de Haute Montagne a Chamonix: sciare e sparare era come scopare in silenzio, un esercizio difficile, una specie di controsenso. E non so come se la cavasse a letto il vecchio Ole, ma certamente a sciare e sparare era un vero fenomeno. Io, certo, nel biathlon non avevo tutta quella classe, e circa l’altra cosa, urlata o silenziosa che fosse, non ricordo, se così possiamo dire.E proprio nel bel mezzo di questi pensieri mi sfilano accanto quelle tre ragazze: mi superano e mi si mettono davanti. Ho fatto in tempo a sentire il loro ansimare ritmato e a percepire l’odore del loro sudore mentre allungavano il compasso nello slancio, strette nelle loro tute aderenti. Una volta davanti non riuscivo a distogliere lo sguardo dal loro fondoschiena, leggermente proteso e inarcato nell’atto della spinta. Mi avevano lasciato lì sul passo, ma mi godevo quell’inferiorità evidente, cosa che tra l’altro mi riesce sempre piuttosto bene. Quando poi su una dolce salitella hanno aperto le gambe e sono passate allo skating gemendo e assecondando la sciata con movimenti compulsivi della testa e delle braccia, ecco, mi sono lasciato andare a certi pensieri,stordito, per poi rincuorarmi subito dopo, finché il buio imminente del primo pomeriggio non le ha definitivamente inghiottite.

Aurora boreale a Gammelstad
Aurora boreale a Gammelstad

Il buio non aiuta a vivere, perché è come se fosse sempre ora di andare a dormire: quel momento in cui fai bilanci, oppure sogni ad occhi aperti. O più facilmente li chiudi, gli occhi,disperatamente, inutilmente: una giornata è finalmente finita e ti rintani in te stesso al pensiero che ti toccherà iniziarne un’altra. Solo che ora non riesco a dormire e nemmeno a sapere a che punto è la notte. Alla fine qui si vive un tempo sospeso, in cui è più facile piangere che sognare, questo sì, forse perché i sogni sono sempre così pieni di luce. Ma nell’oscurità ti sorge il dubbio che dormire o stare svegli non faccia poi tutta questa differenza: un ossimoro, una zona franca dell’anima, una sottile sensazione che ti induce a pensare che, in ogni caso, non sarà tempo sprecato. Ci sarà un motivo, allora, se me ne sto qui in un angolo in penombra, su una magnifica vecchia poltrona, ad ascoltare musica e bere qualcosa. Champagne, per la precisione. L’ho trovato al mio arrivo, ieri, ancora imbambolato di stupore per tutta quella neve che contornava le case rosse di Gammelstad. Qua e là, qualche piccola luce illuminava le finestre bianche: vite furtive, esistenze attutite, intimità ovattate. Sono un cretino e ho pensato a Mariana. Poi ho letto il biglietto che accompagnava il vino: «Ci vediamo martedi, cosa vuole… le donne. Kripp». E già mi stava sul cazzo: primo perché se fossi una donna lo avrei già preso a calci nelle palle, poi perché mi ha fatto aspettare e soprattutto perché usa troppi puntini di sospensione.

Gaston Chiquet Special Club 2007, l’ultima bottiglia di questo lunedì notte, in mezzo a libri di cucina e vecchi dischi in vinile, mucchi di candele, tappeti, cuscini e pelli d’orso profanate da pacchi ordinati di giornali e riviste: tutte con lui, Krippnick Scrackalbott, in prima pagina. Mi lascio andare all’eleganza di fondo dello Champagne: un po’ indolente nel perlage, eppure anche lui con qualche sussulto di vita, perso tra brioches, pasta di mandorle e frutti tropicali. Annaspo nel buio, spilucco västerbottensost, rutto in apnea corpose bolle di chardonnay. Sul piatto di un bellissimo Nordic Concept Reference gira Some Velvet Morning dei Vanilla Fudge e il falsetto fa il paio con la persistente dolcezza che mi ritrovo in bocca, spazzata via dai miei fantasmi e dal crescendo di un organo Hammond.Dai vetri filtrano verdi bagliori psichedelici: è l’aurora boreale. Bellissima, dicono. Perché io, ingollato l’ultimo sorso, in fin dei conti proprio non saprei che farmene.

Lunedì

Vanilla Fudge, Some Velvet Morning, 1969

Gaston Chiquet, Special Club, Premier Cru, 2007

Un commento

  • Marco 50e50

    (7 aprile 2016 - 20:56)

    “Bellissima, dicono”
    ;-)

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