L’ispettore Michelin e la nascita di una nuova stella

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Bandierina

di Fabrizio Scarpato

Certe volte scopro di essere una merda: a pensarci bene non sarebbe poi questa grande novità.

Il fatto è che sono restìo a dare soddisfazione e certi salamelecchi mi urtano i camemberts. Non è invidia, più facilmente è pigrizia, sicuramente smania di protagonismo, ossessione della perfezione, paura dello scontato. Il risultato, appunto, è che sono una merda. D’altra parte spesso gli altri sono un lusso che non posso permettermi, una rincorsa affannosa e illusoria, un contentino ipocrita. Temo che il senso delle cose, il mio senso, il mio straccio di felicità debba strapparlo a me stesso, in apnea: un briciolo di sicurezza rubato alla confusione e all’indulgenza. Sono sempre a passare il dito sulla mia esistenza per vedere se c’è polvere. E stai pure tranquillo che c’è.

Insomma stamattina non mi sono precipitato a comprare il giornale. Avevo programmato di preparare le talee dai crisantemi sfioriti e così è stato, anche se sembravo uno di quei calciatori che sul finire della partita vanno verso la bandierina del calcio d’angolo per perdere tempo. Magari prendono anche delle botte, poche, ma in fondo anche quello è il loro modo meschino per raggiungere una certa soddisfazione. Nel rugby invece le botte si prendono sempre, a prescindere.

Journaux

Serenità è anche un’abitudine, un rituale: tavolino allo Chat qui Peche, la domenica mattina, un caffè, crostata di mele, un sidro e il giornale. Stavolta lo spazio non bastava, perché prima m’è venuto uno stranguglione sfogliando le pagine centrali, poi, con la flemma che contraddistingue la mia bastardaggine, ho steso ben bene i fogli sul tavolo, li ho fissati con un paio di posacenere e sono rimasto lì come un cretino, un mozzico di torta, il sidro a metà e il caffè, inesorabilmente raffreddato. “ Chef Mariana Burruchaga, la nouvelle étoile”: titolo a tutta pagina, ritratti di Mariana che cucina, primo piano di Mariana, foto di Mariana che balla il tango, con Carlos, in un allungo plastico enfatizzato da uno spacco vertiginoso, quasi quanto quel tacco dodici che mi s’era come conficcato nel petto. Deve aver fatto strage anche tra esperti, colleghi e mangiatori a sbafo: li chiamano meeting e si parla di lei come di una nuova étoile, giocando sul termine che accompagna una ballerina e uno chef di successo. Per la verità anch’io, a volte, scherzando, l’ho chiamata estrella, ma posso giurare che, nelle circostanze, avevo altro per la testa.

Etoile

“Come sono belli…”: Annette vede troppa televisione e ha la lacrima facile. Non le rispondo, anche se mi trovo per un attimo a considerare che sì, è vero, sono belli. E’ bella. Ma non mentre balla, mentre cucina piuttosto. E nemmeno per il fatto oggettivo dei suoi lineamenti, ma per una luce, un calore, che passa attraverso i suoi occhi. E’ un dono. Mi viene in mente una frase del mio filosofo di riferimento, un tennista spelacchiato “Certe persone sono termometri, altre termostati. Queste ultime non registrano la temperatura in una stanza, la cambiano”. Mariana è sicuramente un termostato, morbido, ma un termostato.

Anche Babette non aveva altro da fare che venire a curiosare e si lascia scappare la frase che non avrei voluto sentire, accompagnata da un sospiro di rimembranza e svenevole nostalgia: “Ah… il tango…” Il tango un cazzo: ma non lo dico, mi limito a fulminarla con lo sguardo. Forse capisce, perché se ne va per servire un cliente inesistente. Il tango fa sempre andar via qualcuno, è vero quel che dice un cantante che non sembra italiano, con la voce cartavetrata da quarantamila sigarette: è una musica che sa di destino e di addio. Invece leggo che a Mariana ricorda le proprie origini, il senso della memoria, la passione che cerca di esprimere anche nella sua cucina. Frasi fatte, forse il giornalista ha frainteso, forse non conosce il tango, sicuramente non conosce lei: perché non ha capito che, come quel ballo, Mariana trasuda sensualità. Niente e nessuno dovrebbe indurla a rinunciare ad essere donna, anche con una giacca bianca inamidata e minuziosamente sponsorizzata.

Mi fisso su una foto che la ritrae leggermente protesa in avanti, la mano nel gesto di rifinire il piatto, gli occhi neri puntati dritti sulla sua composizione. E sul mio cuore. Ha i capelli raccolti, qualche ciuffo ribelle qua e là, e un leggerissimo, impalpabile velo di sudore sopra le labbra. E’ proprio lei, io la conosco: è la stessa che più volte ha cucinato per me. L’ho vista ai fornelli coi capelli lunghi e una felpa addosso, l’ho vista con una fascia colorata sulla fronte e un giacca nera, l’ho vista cantare, l’ho vista sacramentare, l’ho vista preparare qualcosa di stordente in tubino nero, a piedi nudi, una sera che, per vari motivi, avevamo deciso, all’improvviso, di non uscire più. Era sempre lei, perché non importa dove sia, come sia vestita, per chi cucini: per lei importa solo quello che fa, conta solo la parte di sé che è in un piatto. Ecco, nei suoi occhi c’è entusiasmo, ebbrezza, e una determinazione feroce. C’è la bellezza dell’immedesimazione.

Sono giorni di ossimori: ieri ho inseguito tracce di grazia in una partita di rugby, oggi guardo gli occhi indomabili e rocciosi di una donna. Ma non è un mondo capovolto, sono semplici scie luminose da osservare rapiti. Il mio secondo filosofo di riferimento è Martin Castrogiovanni, pilone destro dell’Italia, argentino d’origine, sangue siciliano e tedesco, un caterpillar con la faccia da orso di pelouche. “Il rugby non lo capisco, ci sono troppe regole. Ma io in campo devo solo abbassare la testa e spingere. Basta, non serve capire altro”. Anche Mariana se ne frega delle voci, delle considerazioni, dei distinguo, tantomeno piagnucola: se c’è una mischia, lei abbassa la testa e spinge. Con terrificante dolcezza. Crouch, touch, pause, engage.

Mischia

“Da uno a dieci quanto sei incazzato? Fammi indovinare: undici, direi”. Routtier fatti un pot pourri di cazzi tuoi. “Ah ecco, allora diciamo tredici…” Mi alzo di scatto, tirando via il giornale. Cadono nell’ordine il caffè freddo, un avanzo di crostata e un posacenere. Il sidro l’avevo finito, e anche il calvados che mi ci era voluto subito dopo. A casa mi preparo un’omelette: è avanzato un pezzo di fougasse, mescolo spinaci e chorizo con le uova e riscaldo la fougasse dopo averla tagliata a fettine. Apro una birra.

Télephone

Al solo patetico tentativo di compiacermi per la mia inconcludente solitudine inzuppata di mediocrità, mi va subito di traverso il boccone. Guardo il telefono, lo guardo soltanto. Sono uno stronzissimo calciatore appeso per le mutande alla bandierina del calcio d’angolo.

3 commenti

  • Rosamaria

    (10 marzo 2012 - 17:35)

    Sempre più bello!

  • Lido vannucchi

    (10 marzo 2012 - 21:06)

    ma come fai, sempre riesci ad attaccarmi al monitor, x un tempo sconfinato. Bravo ciao lido

  • Luca Miraglia

    (11 marzo 2012 - 19:14)

    Da antico esteta dello scrivere, sempre pronto a trovare il pelo nell’uovo, resto ammaliato e rapito da una prosa così classica e così stringente. Chapeau!

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