L’Ispettore Michelin e l’uomo col cache-col a righe

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Girasoli

di Fabrizio Scarpato

Mi sveglio la mattina con molta voglia di fare. Bruttissimo segno.

Anche la cabrio sembra aver voglia di sgranchire le bielle fiondandomi lungo la strada più dritta, lungo la via più assolata. E’ una bella lotta tra Springsteen che cartavetra il progressivo incalzare di Dancing in the dark e il vecchio Sébastien Chabal che mi guarda incerto da una piccola foto in una pallina da spiaggia che ho abbandonato nell’alloggiamento delle bibite. Non potevo lasciarlo a casa, ma ora ci manca solo che alzi lo striscione “vai piano, pensa a me”. Lo vedo preoccupato. O impaurito. Non me lo facevo così.

Per guidare e sentir musica ci vuole un certo ritmo, un andamento costante: il tipo appollaiato sul suo scooter che mi viaggia a zig zag davanti al muso, non ha né ritmo, né andamento. Rompe solo i coglioni. E gesticola con la mano sinistra, mentre con l’altra dà gas a sprazzi: ora fa il pugno e rallenta, ora agita la mano e accelera, oppure agita il pugno e inchioda la moto. Lo scassacamemberts sta telefonando, l’aggeggio infilato bullescamente a casaccio tra l’orecchio e il casco: per questo forse tiene la testa leggermente reclinata sulla spalla destra. La scena si protrae per qualche centinaio di metri, ne deduco che sta ignobilmente cazzeggiando con qualche suo pari: perciò decido di aiutarlo nella conversazione, e approfittando di un tratto circondato da girasoli, lo butto di brutto fuori strada. Dallo specchietto lo vedo riemergere dal mar giallo tutto intero, col casco in testa. Continuava a gesticolare. Adesso con entrambe le mani.

La signorina dei bicchieri a tracolla ci rimane male quando rifiuto il suo gesto di benvenuto, a dire il vero con tutta la scortesia di cui spesso sono capace. Avevo fretta di verificare se le mie impressioni avevano un senso: faccio un giro largo, la ragazza è qui anche oggi, le passo davanti, la guardo. Lei accenna un sorriso. Non mi sbagliavo. Questa volta accettare un goccio di vino sembra avere un suo perché, quantomeno avrebbe stabilito un contatto. Solo che il vino faceva abbastanza schifo, e il leggero inarcamento del mio sopracciglio destro lo sanciva in modo incontrovertibile. La ragazza non lo poteva sapere, tuttavia accoglie quella mia espressione con un sorriso grande così, in qualche modo contenta non dico del fatto che il suo vino non fosse granché, quanto del fatto di aver rotto finalmente il ghiaccio. O forse entrambe le cose. Così fa per presentarsi stringendomi la mano, quando il tizio che era con lei al tavolo la interrompe sgarbatamente “Geneviève?”.

 

Se c’è una cosa che non sopporto sono gli uomini col cache-col, anche se ben annodato, in equilibrio discreto tra collo e camicia, anche se a pois o a disegni cashmere: non mi fido dei cache-col. E il tizio che avevo di fronte, segaligno con pizzetto e pelle olivastra, un gilet in cotone su una camicia con gemelli araldici ai polsi, portava un cache-col strabordante come un bavagliolo, per di più orrendamente a righe. Ce n’era abbastanza da nauseare il mio scombinato senso estetico, ce n’era abbastanza perché quell’uomo finisse, suo malgrado, con lo starmi poco cordialmente sulle palle.

Cache col

“Cosa pensa del nostro vino?” Ecco una di quelle domande per cui non val mai la pena avvicinarsi a una rassegna vinicola. “Bevitelo tu, cacchina” sarebbe stata la risposta più sincera e accorata. Invece accenno “Fruttato, facile, pure troppo”. Il tipo comincia a cinguettare giulivo che mi trovavo in sintonia con la filosofia produttiva della casa, che il miglior vino è quello che si vende, che finalmente qualcuno aveva il coraggio di accettare un vino semplice e immediato, senza tanti tecnicismi e puzze sotto il naso, ormai assolutamente insopportabili. “Lei converrà con me, non se ne può più delle lobby dei sapientoni, dei vini costruiti: evviva il vino genuino”. E ci piazzò un saltino, come faceva quel cantante conterraneo di mia madre negli anni sessanta: si chiamava Joe Sentieri, era di Genova. Il piccolo moto di nostalgia mi aveva salvato da un attacco acuto di orticaria, quello che di solito mi colpisce quando sento pronunciare la parola “genuino”: per di più, detta da uno con un cache-col a righe, aveva francamente qualcosa di sinistro.

Geneviève teneva gli occhi bassi, spazientita e distratta, come se aspettasse che il tizio finisse una tiritera già sentita migliaia di volte. Poi nel porgermi un biglietto da visita sussurrò: “Venga a trovarci in azienda, oltre al vino coltiviamo frutta, facciamo olio…”. “Ma sì, certamente” disse il cicisbeo strappandole il biglietto di mano e porgendomelo a sua volta, “Faccia un passo… signor? Perbacco, non mi sono presentato: mi chiamo Jean Luc Pulin, amministratore del Domaine Picasso di cui la signorina Geneviève è proprietaria con il padre Marcel. E noi, con chi abbiamo il piacere?” Non sapevo niente di loro, ma, non fosse altro per sincera antipatia, decisi, di pancia, di rompergli i coglioni: “Mi chiamo Michelin, ispettore Michelin, della Gendarmerie di Honfleur, Normandia”. Mi bastò il lampo negli occhi della ragazza per capire che c’ero dentro fino al collo, e la cosa non mi dispiaceva affatto. Pulin, invece, era diventato praticamente giallo e non la finiva più di raschiarsi la gola. S’era fatta un’aria pesante e piazzai il placcaggio d’incontro, di quelli brutti, dritti al plesso solare: “E se avessi detto che il vino era difficile?”.Geneviève non stava più nella pelle e ormai galleggiava a un palmo da terra; Jean Luc, dopo un attimo di esitazione, cacciò una risata elefantina, che più che altro sembrava un grido di dolore.

Espadrillas

In cima alla scalinata della rocca realizzo di aver dimenticato il bastone. Vuol dire che non mi serve più, ho pensato. D’improvviso mi prende il vuoto malinconico post adrenalinico, quella intensa sensazione di forza e sicurezza tanto avvolgente e gratificante da mettermi in soggezione, da farmi paura, annodandomi la gola. Reagisco con gesti lenti e vagamente spocchiosi, sono al centro dell’attenzione, quantomeno di me stesso. Mi piaccio, fino a farmi pena. Mi tolgo le espadrillas di tela e scendo i gradini a piedi nudi. Sono tiepidi in superficie, ma il piede sosta quel tanto da cogliere anche la frescura minerale del cuore della pietra. Lentamente, primitivamente, concludo l’espiazione saltando a piè pari dentro il cabriolet. Scendo a valle cullato dalla voce del Boss che strascica The River a labbra serrate. Grintosamente malinconico. E’ quello che ci vuole.