L’Ispettore Michelin / Gola

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La Grande Abbuffata
La Grande Abbuffata

di Fabrizio Scarpato

E poi, durante la notte, lo smörgasbord si trasformò in rito collettivo. Arrivavano da tutte le parti. Forse erano rimasti nascosti dietro gli angoli dei palazzi di Luleå, forse si erano acquattati alle spalle di grotteschi pupazzi di neve, ma subito dopo l’uscita di scena di Krippnick Scrackalbott si presentarono in tanti al Fiskaren Katt. Erano per lo più giovani e sembravano conoscersi tra loro: allievi, concorrenti degli show televisivi, amanti, ruffiani e scrocconi erano venuti a mangiare, per celebrare il maestro. Alcuni andarono direttamente in cucina, altri si occuparono della mise en place, altri ancora dell’arredo, tutti gli altri cominciarono a bere in attesa della grande abbuffata. Qualcuno mise in loop Bohemian Rapsody dei Queen, il brano preferito di Kripp, spesso sigla dei suoi spettacoli. Magnus era rimasto ai fornelli per attendere al banchetto più importante della sua giovane carriera, lo smörgasbord in onore di Scrackalbott. Si susseguirono, uno dietro l’altro, molti dei piatti più famosi dello chef, fino a riempire il grande tavolo a disposizione dei convenuti, i quali, senza ritegno alcuno, anzi con niente affatto malcelata goduria, presero ad abbuffarsi in maniera vergognosa, disumana.

Mama, just killed a man, put a gun against his head…

Foglie sulla neve prima e dopo la caccia. Raraka. Chawammushi di Ginkgo Biloba, tartufo del Perigord e ricci di mare. Caviale Lojrom da uova di coregone bianco della Baia di Botnia. Cappesante, abete rosso e finger lime. Scampo, riso e maionese con uova di cobra Naja naja. Rombo, squame e pelle di pollo arrostite. Caviale Golden Oscietra, midollo e castagne. French Toast, tartufo di Alba, aceto balsamico tradizionale centenario. Cipolla, mandorla, liquirizia. Petto d’anatra, dattero, zafferano e cannella. Chips di orecchie di maiale di Linderöd. Manzo di Kobe, foglie amare e sorbo fermentato.Yuzu, matcha e bacche spinose. Gelato al fumo e chiodi di garofano.Västerbottenpaj, fiocchi di panna acida di Burträsk e marmellata agrodolce di camemori acerbi.Solo per citare quelli che riuscivo a comprendere, ma soprattutto a vedere, prima che l’orda barbarica avesse il sopravvento. Ad un tratto la folgorazione, niente affatto tranquillizzante: lo stavano mangiando, cazzo. Si cibavano metaforicamente di Kripp, in un rito propiziatorio, quasi a volerne assorbire la forza e l’ispirazione. E forse anche qualcos’altro, a giudicare dalla ressa intorno ai Testicoli di gnu dalla coda bianca, il piatto feticcio, una delle più straordinarie intuizioni e provocazioni  del maestro.

Mama, didn’t mean to make you cry… carry on, carry on as if nothing is really matter…

Avevo invece la sensazione che fosse successo tutto e quella musica barocca ed esagerata mi stava immalinconendo, per eccesso di zuccheri e per mancanza di senso. Ero venuto in questo angolo gelido di mondo e non mi ricordavo nemmeno perchè. Tutti si amavano, si baciavano, mi davano pacche sulle spalle, mi versavano da bere, si abbuffavano sino a vomitare: sembravano felici, a modo loro e per i cazzi loro, ma felici. E io cosa c’entravo? Vallo a chiedere alla tipa che mi si strusciava addosso, ubriaca fradicia e desiderosa d’affetto, perché quando c’è la gola, più o meno profonda, l’ingordigia non fa distinzioni, e nemmeno prigionieri. Per fortuna che avevo con me Ulysse che mi ricompensava con gli interessi di tutto quanto mi stavo perdendo a quel tavolo, dove era in corso una sorta di roulette russa a chi si sparava in vena più colesterolo, con una voracità suicida, fino al collasso degli epatociti, fino all’annientamento delle papille gustative. Magro tentativo di esorcizzare la propria ineluttabile e connaturata inferiorità rispetto al grande Scrackalbott: e di tutto questo, a me, non poteva fregare di meno. Ulysse di cognome fa Collin e produce Champagne, e in quella notte sembrava l’unico che sapesse dove voleva arrivare. Les Roises era il nome della bottiglia.

Ulysse Collin, Blanc de blancs, Les Roises
Ulysse Collin, Blanc de blancs, Les Roises

Forse con l’aiuto di altre sorelle dallo stesso nome, mi stava tenendo a galla in quello spettacolo. Dorato, morbido, echi di patisserie, viennoiseries, tarte tatin, la bagna di un babà, confettura, biscotti, zabaione, crema, fichi, noci, rosolio, miele, propoli, soufflé burroso, il fumé della crosta di una torta. Fatto, in vena. E non c’era veramente altro da dire.

Mama mia, mama mia, mama mia let me go. Beelzebub has a devil put aside for me…Era quasi l’alba di un sabato che, come tutti gli altri giorni, praticamente non sarebbe nemmeno esistito, quando Kripp entrò nel locale cantando a squarciagola il passaggio corale della canzone: lo faceva spesso, e anche questa volta una folla adorante di strafatti si accalcò ai suoi piedi. «Cristo mi tocca partecipare al mio funerale». Beh, non è che un cambiamento in un uomo possa avvenire così, tutto e subito, forse ci vuole tempo, pensai, confortato dalla presenza di Ingrid con lui, ma soprattutto di Bloom che giudiziosamente si teneva leggermente discosto rispetto al padrone. Non lo fare Kripp… Ma lui si fece spazio tra i suoi adulatori, trionfante e smargiasso.

I see a little silhouette of a man: Scaramouche, Scaramouche will you do the Fandango?

«Cosa dovrei fare ai miei assassini?». Sulla tavola c’erano diverse tazze di blåbärssoppa, densa, calda e rossa di mirtilli. Sangue, per una mente stonata. E infatti prese a schizzarne fiotti addosso alla gente, un dripping sulle facce di quegli stralunati, finchè non ne bevve anche lui, chiudendo il cerchio.

Blåbärssoppa
Blåbärssoppa

Chiamò Magnus dalla cucina e disse d’acchito che meritava di dirigere il suo ristorante di Malmoe, non fosse altro perché lui sarebbe rimasto lì, al Fiskaren Katt, con Ingrid. Per sempre. Gli sarebbero bastati un grande tavolo di pino e tante porcellane da portata, perché la condivisione è un bel modo per imparare a rispettare il prossimo. Ci furono applausi stanchi, quasi che una cosa finalmente reale non potesse avere luogo in mezzo a tutto quel bailamme. Solo Bloom, l’husky, abbaiò convinto e soddisfatto. Kripp era un fiume in piena, godeva nel vedere quei ragazzi dipendenti dalla sua volontà, dio e diavolo si erano nuovamente impossessati di lui. O forse non se ne erano mai andati. Qualcuno sosteneva di averlo sentito dire che nel suo ristorante si sarebbe bevuta solo acqua, e che anzi l’acqua avrebbe dovuto essere l’abbinamento ideale per tutta la sua cucina del passato. Qualcosa di vero ci deve esser stato, perché Ingemar si era fatto avanti con un biglietto da visita di una società di acque minerali norvegesi, amici, diceva lui, per i quali, in assoluto disinteresse, prestava la propria consulenza e promozione di immagine. In un lampo di ritrovato equilibrio, Kripp gli afferrò la guancia tra pollice e indice, in un gesto che potevi interpretare come affettuoso. Ma doveva stringere molto forte, perché Ingemar finì col contorcersi con le ginocchia a terra, gli occhi pieni di lacrime per il dolore e increduli per l’ostilità finalmente concreta e interessata di quel gesto. Poi Krippnick Scrackalbott tornò sui suoi passi, scolò il suo bicchiere di Ulysse Collin e prima di uscire, sempre dando le spalle al pubblico, alzò perentorio il braccio, facendo vedere chiaramente il dito medio ben teso. «E adesso, cari amici, andatevene tutti affanculo» e mi strizzò l’occhio, non ricordo se quello azzurro o quello nocciola.

Nothing really matters, nothing really matters, to me…

Uscii dal Fiskaren Katt calpestando corpi ammassati, dormienti nel fango del loro vomito e vaganti nel puzzo nauseabondo delle loro scoregge. Niente più baci, niente più abbracci: lo sbrilluccichio posticcio del cerchio magico era svanito. Erano annichiliti dalla loro pochezza, ammutoliti di fronte a un sentimento di responsabilità e libertà che non conoscevano e che non erano in grado di gestire, ora che erano soli, sull’orlo del precipizio.

SabatoQueen, Bohemian Rhapsody, 1975

Ulysse Collin, Les Roises, Blanc de Blancs, Extra Brut

 

Alcuni dei piatti citati sono inventati, gli altri fanno parte del menu del Ristorante Frantzén, 

chef Björn Frantzén, Stoccolma

Un commento

  • Gianna

    (21 luglio 2016 - 11:11)

    Non si resiste alla struggente potenza narrativa dell’Ispettore così come non si resiste al richiamo di una bottiglia di Ulysse Collin (nomen omen…). Gigantesco, allegorico come sempre!

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