Luigi Parà Vs Luigi Oddero. La storia di una torre, la Specola.

3/2/2017 1.1 MILA
Immagini dal libro 'La vigna in etichetta storia del Barolo di La Morra' - Armando Gambera
Immagini dal libro ‘La vigna in etichetta storia del Barolo di La Morra’ – Armando Gambera

di Erika Mantovan

Langhe, La Morra, qui è regno del Barolo, oggi. Un tempo non era certo cosi. Dopo Giulio Cesare e il suo passare all’Annunziata qui fece pausa anche un papa, Pio VII per ristorarsi prima dell’incoronazione di Napoleone Bonaparte. E in seguito il suo bel castello venne infeudato a Sordello da Goito, il menestrello e trovatore italiano di Carlo d’Angiò ricordato da Dante nel VI canto del Purgatorio.

LaSpecola
LaSpecola

A scorrere le menzioni di questi passaggi si apprende come La Morra sia da sempre il teatro di numerosi colpi di scena compiuti da diversi personaggi che hanno segnato la storia. Le talentuose intuizioni di due grandi uomini vivono oggi nei vini della cantina Figli Luigi Oddero nata nell’agosto del 2006 dopo la scelta dei fratelli Giacomo e Luigi di dividersi equamente le proprietà per intraprendere ognuno un percorso personale. Nel caso di Luigi la scelta presa è frutto del desiderio di esprimere il proprio “io” e di, inconsciamente, continuare a colorare il percorso di innovazione iniziato dal Cavalier Luigi Parà nel1847. Le tracce di questo abile attore si trovano già in scritti divulgati tra i nobili Cavalieri dell’Ordine del Tartufo e dei Vini di Alba a penna di Domizio Cavazza ripresi poi in anni più recenti dal Gran Maestro Beppe Colla. Queste pubblicazioni preziose narrano la vita di un giovane affittuario divenuto poi agricoltore all’età di 18 anni, un moderno affarista che comprese il bell’avvenire della vite in terra di Langa. Con l’avvio della Scuola Enologica di Alba il Parà introduce nuove tecniche e strumenti che portarono invidia e vantaggi economici per i suoi affari. E si parla dell’aratro in ferro, il concime atmosferico, nuovi sistemi di impianto, l’impalatura, la disposizione delle vigne (curve a livello), l’impiego delle propaggini, l‘introduzione del fil di ferro, il riscaldamento delle cantine e molti altri ancora. A questi si aggiunge la comprensione delle sue terre, in cui le uve sono trattate con pochissimo zolfo per restare pure, pronte a diventare Nebbiolo, poi Dolcetto, Moscato e Barolo. E furono poi note le etichette dei suoi vini con in bella mostra il disegno della cascina, un dipinto che raffigura la Figli Luigi Oddero odierna. La casa patronale nata come mensa vescovile albese, acquistata nel XIX secolo venne poi arricchita di un’altana panoramica rivolta a sud mentre a nord, all’inizio del pendio della collina, si erge una torre a tre piani, un belvedere di controllo, la Specola. Dopo le ristrutturazioni, la tenuta Bettolotti, il “Palazzo” del vescovo prima conosciuta come Cascina Plaustra divenne per il Parà il luogo in cui poter sperimentare i propri ingegni. Ed oltre alla ratio c’è anche la posizione, regia, per questa dimora; il Cru Bettolotti compare tra i 18 di La Morra nell’Ampelografia del 1894 scritta dal Fantini. Ed è curioso notare come dopo oltre cent’anni il “Metodo Parà” sia ancora attuale e funzionale. Questa figura è descritta dal produttore Edmondo Adriano di Santa Maria come amante del cioccolato, di imponente struttura che pareva “un banchetto delle feste tanto era agghindato”.

Tenuta Para'
Tenuta Para’

Con la sua morte, avvenuta nel 1890 la tenuta Bettolotti e la Specola passarono di mano all’enologo Paolo Vergiate del Sale, il marito di una delle tre figlie del Parà. E in seguito alla nipote, Eugenia, ed al marito, il Capitano Comin, di stanza a La Morra durante i conflitti mondiali. Nel 1960 la Bettolotti diventa di proprietà  della famiglia Oddero, produttori di Barbera, Dolcetto e Barolo già a quel tempo come conferma il riconoscimento ricevuto alla Fiera di Milano quattro anni prima di questa prestigiosa compravendita.

E di padre in figlio la tenuta e il savoir faire arrivano a Luigi Oddero, maestro e pioniere anch’egli di fortunate astuzie. L’approccio alla vigna ragionato, con il totale abbandono di tutti i prodotti chimici di sintesi e la scelta d’impiego di vasche in cemento si uniscono all’uso del legno classico, le botti medio-grandi di rovere francese, le uniche secondo Luigi in grado di valorizzare i vini delle Langhe.

E Intanto parlo con Luigi e lo guardo: il suo volto abbronzato, forte e fine, tranquillo e arguto, dal naso diritto e deciso, dallo sguardo intelligente, e la sua stessa persona robustamente nervosa, nel classico pied-de-poule del gentiluomo di campagna, hanno un rapporto con questo Barbaresco.

Cosi Mario Soldati raccontava di Luigi Oddero in una sua intervista del 1975 riportata nel libro Vino al Vino. Un uomo profondamente innamorato del suo essere terrain, un gentiluomo che lavorava per l’agricoltura con pensieri a lungo raggio, dalla visione lungimirante, proprio come il Parà.

Queste due menti carismatiche mosse dal loro stesso progresso, sono fedeli alle origini, e arrivano a noi oggi sotto forma di vini.  Tutti gli elementi della storia rivivono in un simbolo, una torre, la Specola, l’icona grafica destinata a essere l’immagine di un’azienda, la Figli Luigi Oddero. E dal racconto di Edmundo Adriano piace immaginare e rivivere la scena del Cavalier Parà che chiamava dalla Specola i suoi uomini a vendemmiare. Con un grande megafono trovato in soffitta, li controllava e li umiliava. Induceva al canto, cosi da non avere il fiato per mangiare le uve. E monitorando il vento, nascosto nel suono delle campane quest’anfiteatro unico, oggi Cru Rive esposto a sud–est in direzione Serralunga d’Alba, è protetto. La successiva capacità di gestione della vigna di Luigi Oddero non concede spazio agli attacchi di funghi e perturbazioni. Nel grembo del Barolo Specola la pioggia incontra orizzonti misti, formati da strati di gesso, sabbia bianca finissima e marne argillo – calcaree (riconducibili al tipo Marne di Sant’Agata). La finezza e la potenza dei vini, etichettati Figli Luigi Oddero sono la conferma e lo specchio della grandezza delle colline delle Langhe.

Rivoluzione e conservazione non sono necessariamente antitetiche, importa la forza dello spirito, che non è mai egoistica né gretta. Luigi Oddero, un viticultore vitale legato alla tradizione. Il rapporto misterioso tra le Alpi e le vigne.

Proseguiva cosi la narrazione di Mario Soldati su Luigi e ancora, nel termine tradizione le sue geniali attitudini si univano a quelle del Parà ed alle consuete pratiche di Langa in un solo cerchio di vite. Una “fermata tradizionale” è la produzione del Barolo, l’assemblaggio delle uve provenienti dai vigneti più vocati nei comuni di La Morra, Castiglione Falletto e Serralunga d’Alba. Tradizione è la scelta di mantenere vive le produzioni dei vini tipici del territorio quali Moscato, Barbera, Dolcetto e Freisa prodotti ancora oggi per confermare quanto è  profonda e radicata la storia di questa cantina, un simbolo, un modello di riferimento per chi si approccia al Barolo di La Morra.

Figli Luigi Oddero oggi

Oggi le regole di Luigi Oddero scomparso il 7 aprile del 2010 continuano ad esser seguite grazie alla consulenza dell’Enologo Dante Scaglione.

Dal 2006 la superficie vitata, interamente di proprietà della Figli Luigi Oddero è di circa 35 ettari di cui 18 dedicati al nebbiolo.

Il solo appezzamento della celebre Vigna Rionda è stato diviso a metà con il fratello Giacomo e a questa si aggiungono:

  • 2 ettari ca a Treiso (menzione Rombone);
  • 2 ettari del Cru Rive a Santa Maria di La Morra (Specola);
  • 3 ettari a Rocche dei Rivera (selezione del Cru Scarrone a Castiglione Falletto;
  • 1 ettaro ca a Serralunga d’Alba (selezione del Cru Vigna Rionda)

Altri Crus di proprietà per la maggior parte localizzati a Serralunga d’Alba e Barolo sono: Broglio, Baudana, Collaretto, Drucà.

Le esigenze di mercato e la continua voglia di rinnovarsi hanno portato all’impianto di vitigni alloctoni quali Chardonnay, Viogner, Cabernet Sauvignon e Shiraz che insieme ai grandi vini rossi citati concorrono a una produzione annuale di circa110.000 bottiglie.

Per le immagini paesaggi ©Maurizio Gjivovich