Luna Rossa a Giffoni, da Combination al vino in anfora

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di Vittorio Guerrazzi

Tiziana Teodoro e Rino Di Maggio

Con la prima verticale di Borgomastro

Era già un po’ di tempo che volevo far un giro alla nuova cantina di Lunarossa e finalmente si è presentata l’occasione. E’ un uggioso sabato di gennaio, di quelli che quest’anno se ne sono visti fin troppi: incontro Rino Di Maggio nel primo pomeriggio, il tempo di due chiacchiere e ci trasferiamo in cantina, che dopotutto sta a poco più di 500 metri da casa mia. Siamo in quella che potremmo definire la zona artigianale di Giffoni Valle Piana, a due passi dal centro del paesino picentino più che famoso.
Rino in macchina mi parla degli immani sacrifici per mettere su la struttura, ma anche della grande soddisfazione, che compensa in buona parte le fatiche, di essere finalmente padroni a casa propria. Val la pena magari di ricordare che fino a due anni fa Lunarossa si serviva delle strutture di Cantine Montepugliano per vinificare ed affinare i propri vini: la chiusura di questa realtà ha “figliato” tutta una serie di realtà produttive, tra cui, per citarne alcune, Casa di Baal e Terra di Vento, che poco alla volta si stanno mettendo in luce.
Le idee son sempre state chiare sulla filosofia di far vino, ed è pertanto innegabile che il dover dipendere da strutture e dinamiche altrui risultasse a volte piuttosto pesante: finalmente la nuova cantina risponde pienamente alle loro ambizioni ed aspirazioni. Chiaramente non è tutto ancora finito, ma c’è abbastanza per far vino, seguendo con scrupolosità tutte le fasi della produzione: il laboratorio analisi, l’ampia sala per la lavorazione e i serbatoi in acciaio, la bottaia climatizzata e la sala di stoccaggio; non mancano gli uffici, i servizi senza barriere architettoniche, e una sala di degustazione che attende di essere adeguatamente attrezzata. Ho seguito quasi dall’inizio l’iter di questa cantina e si può dire che si è quasi cresciuti insieme: a quasi 5 anni dal primo incontro è per me interessante un breve excursus storico che tiri un po’ tutte le fila.
Un solo vino per iniziare, in modo da rimaner concentrati su un progetto che possa acquisire carattere e personalità annata dopo annata: in un panorama regionale che puntava sempre più all’autoctono in purezza, ecco spuntare dalla fantasia di Rino e della capacissima compagna Tiziana una combinazione di Aglianico e Merlot in percentuali variabili a seconda dell’annata. Nome? Combination naturalmente. Il nome è spiazzante, la grafica fredda e spigolosa ma il vino c’è; soprattutto c’è una lavorazione sulle uve e sulle elevazioni in legno, una lavorazione sul taglio e sulla permanenza in vetro che diventa sempre più lunga. Quello che non cambia praticamente mai è il prezzo: il prodotto, presente ovunque nella zona, si offre ad un costo mai superiore ai 10/12€, su esplicita indicazione dei produttori, che ne hanno un monitoraggio costante. Risultato: straordinario rapporto qualità prezzo, soprattutto in considerazione che ogni anno la qualità fa uno step in avanti. I ripetuti assaggi, coperti o scoperti ne danno conferma. Un paio di anni fa si affaccia sul mercato una seconda linea: Costacielo. Anche qui torna la combinazione: Fiano e Falanghina per il Costacielo Bianco, Aglianico e Cabernet per il Rosso. Sono i vini che danno stamina all’azienda, proposti a prezzi più aggressivi ancora del Combination che è ormai una realtà di cui prendono coscienza anche le guide.
Nel 2006 si aggiunge in società Mario Mazzitelli, che apporta competenze, professionalità, entusiasmo e forze fresche. Nel frattempo, in cantina, si preparano i colpi grossi. Senza fretta: c’è da trovare i vigneti giusti perché, guarda un po’, i vini buoni si fanno con le uve… quelle molto buone. Saltano fuori i vigneti che val la pena di vinificare in purezza: se c’è combinazione da un lato, c’è un discorso di cru dall’altro… nessuna mezza misura sulla qualità. Nasce quindi l’idea del Borgomastro: aglianico in purezza da una piccola vigna circa 3000 ceppi di circa 60 anni posta a metà strada tra Giffoni e Montecorvino Rovella. Il tempo di ricondurre la vigna al giusto regime e la prima annata ad essere destinata al Borgomastro è la 2005. poco più di 2000 bottiglie per una vera chicca enologica.

Il Fiano Quartara
Segue a ruota l’idea del Quartara: fiano in purezza da un piccolo vigneto a Montecorvino Pugliano; prima annata in produzione la 2007 e lavorazione finora unica in provincia di Salerno. Infatti un angolo della bottaia è stato destinato all’interramento di cinque anfore di terracotta appositamente realizzate, in maniera tale che rimangano costantemente a contatto con la nuda terra, per sfruttarne la naturale umidità ed inerzia termica. All’interno delle anfore si accomoda il mosto a contatto con le bucce per una macerazione che non ha un preciso protocollo di tempistiche: non essendoci bibliografia specifica per quel che riguarda il fiano, le prove di assaggio sul prodotto sono maniacali, per vedere fino a quanto prolungare il contatto. La fermentazione avviene senza controllo di temperatura (che resta quella naturale della bottaia), con ridottissime quantità di solforosa e senza l’uso di lieviti selezionati. Alla fine la macerazione del 2007 ha avuto una durata di 4 mesi, poi legno fino ad ottobre 2008, quindi ancora in acciaio… imbottigliamento ancora da decidere. Processi quindi il più possibile naturali, tenendo però l’obbiettivo sempre fisso puntato sul consumatore: non c’è la ricerca dell’effetto speciale conferito dal recipiente inusuale, non c’è il tentativo di giustificare il difettuccio (volatile sopra le righe, torbidità, principio di ossidazione, ecc), che a volta si manifesta in queste lavorazioni, in nome della “personalità” o dello “stile” del prodotto.
C’è piuttosto la voglia di fornire un prodotto sicuramente dal carattere forte, ma senza lasciare il consumatore in balia di mille “pippe” nel capire se il vino mostra o meno il fianco a problemi o piuttosto eccessi di autoreferenzialismo. Tecniche di vinificazioni quindi inusuali per le nostre zone, ma utilizzate allo stesso modo di quelle a noi più convenzionali, e finalizzate ad uno scopo analogo. L’annata 2007, in attesa di passare in bottiglia per l’assestamento finale, si presenta di un paglierino quasi scarico, di buona consistenza nel bicchiere: siamo lontani anni luce dall’ambra/arancione velato che sarebbe quasi lecito aspettarsi. Al naso tradisce ancora la percettibile presenza di qualche nuance dolce dovuta al passaggio in legno, ma confido che si reintegrerà nel quadro olfattivo di apprezzabile eleganza che gli è proprio nel corso dell’affinamento in bottiglia. Note agrumate, sentori mediterranei e di frutta secca appena tostata per ora sono ancora un po’ compressi e non hanno avuto il tempo di rifiatare: sicuramente qualche mese di bottiglia (magari anche anni) gli regalerà una complessità che adesso esprime in nuce. Al palato la tensione acida non è stata mortificata dall’ondata sapida che a volte, in queste tipologie di vini, sembra un po’ spegnere la progressione di un vino; il leggero ricordo tannico ne aumenta il volume, alcol e morbidezza molto ben integrati. Il finale è lungo ed appagante, con chiusura piacevolmente amarognola: qualche piccola scompostezza nella beva è imputabile alla innegabile giovinezza. La prima cosa che ho pensato è che non sembrava un vino “passato in anfora”: Fortunato Sebastiano, l’enologo che passava lì per caso, l’ha preso come un complimento. Assolutamente da non bere freddo per poterne apprezzare le sfaccettature olfattive: un vino buono ed intrigante oggi, ma che ha la stoffa del maratoneta sulle lunghe distanze…Il 2008 ha fatto un percorso più articolato: 3 vinificazioni separate, le prime 2 hanno fatto una decina di giorni di macerazione, la terza 4 mesi. Attualmente è diviso in 2 masse: una metà in botte da 8 hl e un’altra in barriques. La prima ha carattere decisamente più mascolino, colore più carico, maggiore spinta sapida e presenza al palato, il secondo è più femmineo, per certi versi sulla falsa riga del 2007: vedremo il risultato del matrimonio… evidentemente la combinazione qui è proprio una fissa!

L’Aglianico Borgomastro
Veniamo quindi al Borgomastro: ho avuto la possibilità di assaggiare ben 4 annate che hanno costituito un vero e proprio viaggio nel tempo di quello che può essere il percorso evolutivo di un vino destinato a grandi cose. Affascinante, al di la delle caratteristiche precipue delle singole annate, è stato poi il progresso organolettico, la crescita evolutiva mostrata da ogni campione: via via che ci si avvicinava al campione più prossimo al commercio, il vino si dispiegava e distendeva, si risolveva nelle peculiarità caratteriali. Un iter quasi didattico per comprendere appieno il significato di affermazioni quali “Il Vino è Vivo!”
Veniamo alle annate
Borgomastro 2008: dopo 40 giorni di macerazione ha iniziato il suo percorso in legno, che attraverserà diverse dimensioni, diverse essenze e non vedrà la bottiglia prima di 36 mesi. Ti aspetti al naso un tripudio di vinosità e prorompente vitalità… ti trovi una eleganza così compiutamente definita da essere quasi commovente. Certo, sarà destinato a cambiare mille e più volte prima di incontrare un bicchiere ed un palato, ma se il buongiorno si vede dal mattino… Al palato arriva galoppante tutta la vitalità che ci si aspettava, eppure i tannini non sono aggressivamente immaturi, bensì già definiti e qualitativamente piacevoli; l’acidità è a tavoletta e spinge sulla fruttuosità in coppia massima, bilanciando perfettamente una componente alcolica notevole. Un vino che pure nella sua estrema giovinezza denota già caratteristiche da fuoriclasse.
Borgomastro 2007: un anno di legno e si aprono le danze! All’olfatto è un vero tripudio di aromi, che si aprono in un ventaglio tanto ampio quanto intrigante: dalla frutta nera alle spezie orientali, dalla torrefazione a note scurissime di inchiostro e grafite, per tornare sulla frutta rossa sotto spirito. Via via che il bicchiere si riscalda ed ossigena sono sempre nuove sensazioni che invadono e conquistano il panorama olfattivo, come i movimenti di una sinfonia. Al palato si è già arrivati ad una buona coerenza con le sensazioni olfattive, ma risultano ancora piuttosto addossate, compresse, schiacciate le une con le altre: arrivano tutte insieme e poi frenano di colpo, non riuscendo quindi a dipanarsi e progredire in lunghezza come meriterebbero. C’è ancora strada da fare ma le premesse sono notevolissime.
Borgomastro 2006: il naso non ha la prorompente deflagrazione del 2007, pur rimanendo di pregevole eleganza e compiutezza, ma il palato ha colmato i deficit del predecessore. Si distende con agilità e originalità, cerca strade tutte sue a livello saporifero, tattile e aromatico: gioca di forma e di volume nel palato, cangiante e mai stanco nell’arrivare sempre più lontano. Bellissima dunque la premessa per le annate che seguono: un vino che è riuscito a sintetizzare il carattere e l’eleganza in un sorso appagante e coinvolgente.
Borgomastro 2005: sembra di avere a che fare con un essere umano… onestamente mi riesce difficile non trasporre su carta questa prima riflessione che ho fatto avvicinandolo al naso. Mentre gli altri sono stati chiaramente prelevati dalle botti, qui abbiamo stappato una bottiglia che è in attesa di etichettatura: le annate precedenti hanno mostrato un perfetto crescendo delle caratteristiche organolettiche, sia a livello olfattivo che gusto-olfattivo. In questo caso il vino sembra quasi voler giocare a nascondino con il suo assaggiatore: ma è una sorta di vezzo scherzoso, quasi un tiro mancino da parte di chi non ama concedersi subito. Ma il malandrino si fa subito perdonare e si offre progressivamente con generosità: diventa l’amico che non ti aspetti, quello che magari ad inizio serata sta riservato in un angolo e poi, con una mano tesa, diventa protagonista assoluto. Mettilo in tavola in una cena tra amici e sarà un ottimo affabulatore, una straordinaria compagnia, un prezioso tramite liquido di convivialità. Ma portalo da solo con te: stappalo e iniziaci a dialogare nel tuo privato… ti mostrerà una profondità da lasciarti basito. Si avvita nel palato in una spirale senza fondo, suggerendo continui rimandi aromatici, rotondità e spigolosità: parte dal rosso e si tuffa nel nero, per occhieggiarti all’infinito. E’ un po’ l’incontro di una vita. Mi son portato la bottiglia a casa perchè volevo vedere come si comportava dopo una giornata di bottiglia stappata, acclimatato in casa: finanche superfluo dire che non ha ceduto di un millimetro. Al naso si offre piacevole ma non ruffiano, elegante e non chiassoso, intrigante e non sfacciato: è una continua tensione fra secondari e terziari che sembrano duellare come signori d’altri tempi in una brumosa mattina. Cesellato in bocca, ogni dettaglio organolettico sempra esser stato intagliato da un artigiano affinchè si accosti e supporti il vicino con grazia e decisione. Impossibile prevederne una data di scadenza… virtualmente infinito.

Luna Rossa. Sede a Giffoni Valle Piana, via Santa Maria a Vico. www.viniepassione.it. Enologo: Sebastiano Fortunato. Ettari: 3,2 di proprietà e 4 in fitto.