Macchia dei Goti 2001 Taurasi docg di Antonio Caggiano |Voto 85/100

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Macchia dei Goti 2001 Taurasi docg (FotoPigna)

CAGGIANO

Uva: aglianico
Fascia di prezzo: da 15 a 20 euro
Fermentazione e maturazione: acciaio e acciaio

Vista 5/5. Naso: 25/30. Palato: 25/30. Non Omologazione: 30/35

Primo agosto. In Irpinia c’è un bel temporale mentre sulla costa a 40 chilometri la gente suda sulle spiagge. Ben presto la temperatura si attesta sui 16 gradi quando cala il sole e c’è dunque l’ennesimo vissuto di questo microclima meridionale molto particolare e anomalo, determinato dai massicci del Termino e del Partenio, che cambia le carte in tavola tra uomini e vigne.

Ci si ritrova per una grigliata gestita da Mario Carrab nella storica tenuta di Salae Domini, qui dove c’è l’uva del primo vino passato in barrique della Campania. Ci arrivai, come ho avuto modo di raccontare più volte, nel 1995, lo studio fotografico di Antonio era a piano terra, nulla era attrezzato mentre la cantina era solo accennata ma già ben impostata.
Una serata di quelle che piacciono a me, in cui si riesce a creare la giusta atmosfera nella quale la comunicazione lascia spazio ai ricordi e al vissuto comune, la creazione di una piattaforma psicologica importante. Una grigliata di tradizione, ma che celebra di fatto i successi di quindici anni tra amici taurasini. Le condizioni ideali per riprovare alcuni vini, tra cui il 2001.
La prima conclusione è che questi vini vanno bevuti almeno dieci anni dopo la vendemmia. Sulla pulizia, l’integrità, la freschezza neanche bisogna soffermarsi perché un Taurasi del 2001 può essere considerato alla stregua di un adolescente e le diamo per scontate. Il naso presente ancora robuste e piacione le note di frutta rossa matura ben equilibrate dal gradevole balsamico e infastidite da un eccesso di tostato che domina nei primi minuti per poi dissolversi nel nulla. In bocca il vino è equilibrato, entra in modo abbastanza morbido per poi dilagare nel palato rimandando ai sentori. C’è piena corrispondenza tra naso e palato, segno che il vino è ormai alla soglia della maturità.
Una buona annata questa 2001, eppure non ha il rimbalzo dal centro del palato come la 1999. Non ha altalena di emozioni forti, quanto piuttosto una avanzata metodica e progressiva che deve fare i conti con una materia inesauribile. I tannini sono ben presenti, un po’ secchi nel finale quando tutta la polpa è scivolata via.

Agosto 2011. A Salae Domini con Antonio Caggiano

Scheda del 1 marzo 2007. Buona evoluzione per il Macchia dei Goti 2001 dopo una partenza non particolarmente entusiasmante come si potrà leggere nella nota del primo assaggio di quasi due anni fa. Il top wine di Antonio è infatti migliorato soprattutto al naso dove si è liberato di una certa banale cupezza, in termini tecnici si chiama chiusura, per lasciare spazio a toni abbastanza intensi e persistenti di frutta rossa in conserva, spezie rubate al legno tra cui una dolce tostatura di caffé e un po’ di cioccolato, persino il tipico balsamico e la liquirizia del Macchia sono emerse fuori da questa degustazione in cui Caggiano si è misurato con alcuni tra i migliori produttori di Aglianico a Lecce nella manifestazione organizzata dalla condotta Neretum di Slow Food alla quale hanno partecipato aziende campane, lucane, pugliesi e molisane.

Devo dire che questa evoluzione mi sembra abbastanza tipica della 2001che ai primi assaggi non era sembrata generalmente strabiliante ma che adesso, sia in Irpinia che nel Vulture, comincia a regalare buone soddisfazioni olfattive e papillose. In bocca infatti il Taurasi 2001entra abbastanza morbido e svolge la sua consueta trama gustativa con mineralità e freschezza baldanzose, tannini dolci ben risolti incantina ma presenti e dunque in grado di lavorare bene in caso di abbinamenti, un tono caldo non esagerato ma rinfrancante, direi tranquillizzante. Anche il finale è quello conosciuto dagli appassionati di Aglianico, lungo e persistente, pulito, asciutto, con una chiusura netta senza strascichi dolciastri o tannici. In sostanza dobbiamo dire che se per bere i bianchi irpini bisognerebbe aspettare minimo due anni dalla vendemmia, per stappare  un Taurasi senza sbagliare è necessario attendere almeno cinque stagioni. Ma per lo stato di forma in cui abbiamo trovato il 2001, riteniamo di poter fissare nuovi appuntamenti da qui a dieci, quindici anni, con particolari certezze. Al momento va abbinato a carne di vitello o di bufala in umido o salsata, oppure cotta alla brace ma non speziata. No pomodoro perché compromette l’eleganza in bocca facendo saltare il buon equilibrio faticosamente raggiunto in questi sei anni dal vino.

Assaggio del 15 luglio 2005. Sempre buono ma non strabiliante. Comunque alle spalle di Fatica Contadina 1999 di Terredora, Villa Raiano 2001 e Contrade di Taurasi 2000. Questo il responso della degustazione coperta dei vini irpini organizzata da Go Wine il mese scorso con la verifica quando si sono scoperte le etichette e abbiamo riletto le note di degustazione: rosso rubino con unghia aranciata, naso pulito, un po’ tradizionale con note di tabacco, intenso e persistente, elegante. In bocca l’ingresso è abbastanza morbido, ritorna il legno e soprattutto una nota tannica alla quale non eravamo abituati e che ha fatto abbassare la valutazione finale del bicchiere: dove sono finite le fantastiche note balsamiche, la liquirizia, il mentolato delle annate precedenti? Dopo le prime uscite ricche di entusiasmo l’attenzione al prodotto finale di Antonio Caggiano è sempre di alto livello ma non abbastanza maniacale come nelle grandi vendemmie 1994, 1995, 1997 e 1998 che a settembre andremo a riassaggiare con un panel selezionato di fidati comparielli di bevute per stendere una valutazione epocale di questo produttore che abbiamo tanto amato e che ha dato una impronta al territorio facendo conoscere Taurasi agli appassionati. La nostra osservazione critica è sempre la stessa, anche alla luce degli altri risultati della stessa degustazione: il Bechar Fiano di Avellino 2004 è andato decisamentemale, acerbo e poco intenso, magro, appena sufficiente il Greco di Tufo Devon che ci è apparso poco intenso e poco persistente, appena un po’ più grasso e strutturato del precedente. Come se una fretta improvvisa si fosse impossessata del nostro Antonio, che ha portato il mio Salae Domini da 18 a 12 mesi di affinamento.

Perché? Il nostro stile giornalistico evita da sempre di rendere pubbliche valutazioni non positive perché abbiamo troppo rispetto per il lavoro nella terra e conosciamo le difficoltà del mercato, ma ad una persona a cui si vuole bene si perdona meno e un faro dell’enologia campana come Antonio ha il dovere di restare sempre ai massimi livelli perché è l’immagine stessa della rinascita della viticoltura all’ombra del Vesuvio. Forse farebbe bene il ritorno esclusivo ai tre rossi con alcune divagazioni quali erano il semplice e carino Fiagre o lo strabiliante Mel. Solo le grandi e consolidate aziende possono infatti eccellere in più di una tipologia, Mastroberardino e Villa Matilde docent.

Sede a Taurasi, Contrada Sala. Tel efax 0827.74043. www.cantinecaggiano.it. Enologo: Marco Moccia. Ettari:20 di proprietà. Bottiglie prodotte:100.000. Vitigni: fiano, greco,aglianico.

2 commenti

  • claudio nannini

    (3 agosto 2011 - 19:31)

    Antonio Caggiano è forse il produttore che io preferisco in assoluto. Purtroppo però sono fermo al Taurasi 2002, al Salae Domini 2004 ed al Bechar 2005. vini che considero di assoluta eccellenza. <dall'articolo, che ho letto con grande attenzione, mi pare che ci troviamo di fronte. come dire, forse ad una involuzione. Possibile? Che sia un fatto di stanchezza? Sarebbe per me il crollo di un vero mito.

  • Lello Tornatore

    (3 agosto 2011 - 23:02)

    No Claudio, nessuna involuzione. Il problema è che rimanere sempre ai massimi livelli non è semplice per nessuno. Per i ristoratori ci sono le giornate no, e càpitano sovente, il guaio è che per i vitivinicoltori se la giornata no coincide con il periodo della vendemmia, se ne riparla dopo un anno per avere la possibilità di riesprimersi…Ma secondo me il problema non è nemmeno questo. A mio avviso nel settore si stanno facendo passi da gigante, ormai due produttori bianchisti su tre escono almeno dopo un anno dalla vendemmia e fanno affinamento sulle fecce fini, i rossisti ormai usano quasi esclusivamente legni grandi e materia prima eccellente. C’è una generazione fortemente agguerrita di bravissimi giovani enologi che ne sa, e ne tenta, una più del diavolo per fare ottimi vini . Queste sono solo alcune delle positive caratterizzazioni che mi vengono in mente. Insomma l’asticella della qualità si è alzata e non di poco, e quindi in un contesto in cui non basta più l’utilizzo di una buona materia prima ed il sapiente uso del legno per essere al top quallitativo della produzione, è normale che si abbiano delle flessioni temporanee. Sicuramente Antonio saprà prendere le misure, forte anche dell’ingresso in cantina a pieno regime dell’ottimo figlio Pino, e ritornare ai fasti di un tempo…

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