Madame Martis 1999 Trento doc

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Madame Martis 1999 Trento doc
Vorrei oggi portarvi fuori dai soliti sentieri delle bollicine a cui ci siamo abituati negli ultimi anni, compresa la necessità mediatica di scegliere tra quelle italiani e francesi. Purtroppo siamo ancora il paese delle domande banali in questo campo, del «tipo rosso sul pesce» o «si possono bere vini diversi?». Ma il punto vero, siate o meno degli esperti qui non conta affatto, è trovare qualcosa di appagante nel bicchiere e, possibilmente, di nuovo e autentico, capace di tracimare dalle solite sensazioni standard di crosta di pane, agrumato, eccetera, a cui siamo stati abituati, peraltro bene, negli ultimi anni. Maso Martis è nata da poco, neanche vent’anni, su una collina a ridosso di Trento, una territorio da sempre vocato nelle bollicine ma sopravanzato lo scorso decennio dalla capacità di alcuni produttori della Franciacorta di far parlare di se e dei proprio prodotti. Antonio e Roberta Stelzer curano i dodici ettari da cui ricavano circa 60.000 bottiglie, di cui un buon terzo spumantizzate con il metodo classico. Ma non è della produzione base su cui puntiamo stavolta l’attenzione. La citiamo comunque: buon Rosè brut da pinot nero e pizzico di chardonnay, eccelso Brut bianco dalle medesime uve in percentuali ben diverse, interessante Riserva. No, stavolta vi parliamo di 500 bottiglie in tutto nate nella magica annata 1999, un millesimo davvero da incornciare quando parliamo di vini italiano, espresso da una cuvèe di pinot nero al 70%, chardonnay vissuto in barrique e un pizzico di pinot meunier secondo il più classico dei trittici d’Oltralpe. Antonio e Roberta hanno atteso otto anni di permanenza sui lieviti prima della sboccatura, avvenuta lo scorso maggio. Siamo in presenza di un prodotto di grande complessità sia al naso che in bocca, dotato al tempo stesso di una efficace bevibilità grazie alla insopprimibile spinta acida che lo rende gradevole senza per questo banalizzarlo. La dimostrazione dei livelli a cui le bollicine trentine possono accedere. Una bottiglia impegnativa, siamo sui 55-60 euro in enoteca, che però si afferma grazie alla sua unicità da spendere nelle occasioni importanti. In questo come in altri casi, il tempo è un valore aggiunto per le piccole aziende, quando sono capaci di valorizzare al massimo la loro artigianalità e non ripetibilità. Un esempio questo di Antonio e Roberta, su cui tante aziende irpine di vocazione bianchista farebbero bene a rifletterci sopra: invece di inseguire un modello industriale la salvezza, quando si è piccoli, è sempre nella cineseria enologica di nicchia.