Magico Tintore, verticale ‘A Scippata Costa d’Amalfi doc

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Prisco e Giuseppe Apicella

Il rosso pre-fillossera, tutte le annate di Apicella: 2005-2000

Una delle combinazioni più fantastiche della mente avviene quando la nebbia abbraccia le vigne, i castagni e le querce di Tramonti, così la Costa d’Amalfi diventa più intima rivelando la sua anima contadina, confessando la fame, il freddo, l’isolamento degli ultimi dieci secoli.

In questi boschi ancora mangiucchiati da pecore, scoiattoli, volpi e capre ci sono le tracce della grande fuga prima verso l’America, poi verso il Nord, abitazioni rupestri diroccate, costruzioni realizzate con miseri materiali e brutte da vedere, un po’ di munnezza a bordo strada e nelle interpoderali per ricordarci del problema delle discariche abusive nelle campagne del Sud. Sino agli anni ’60 con i rifiuti si concimava e tutto il ciclo era in mano alla natura. Poi con i diabolici materiali inventati in città si è sporcata la terra e la mente.

Nebbia sul Valico di Chiunzi, Costa d’Amalfi

Siamo archeologi, caro Titiro, scalpelliamo di qua e spennelliamo di là, e qui scopriamo la miniera d’oro sotto la miseria: fagioli di dieci tipi e friarielli mai visti, agrumi pieni di semi, pere pennute, fagiolini magri, ghiande e sciuscelle profumate, pisellini, sfusati, scarole ricce e amare, pomodorini saporiti poco acquosi, laganelle e melenzane dal volto umano, borragine, fiori, origano e rosmarino, timo, castagne. Ogni campagna di scavi una gioia.
Sei senza olio, ti serve il lardo giallo di maiale che ha sgrufolato sotto il tuo letto, Titiro. Doni del Vesuvio, dimenticanze dell’isolamento iniziato con la caduta di Amalfi e durato abbastanza per regalarci Pepella, Ginestra, Ripoli, San Nicola.
E il Tintore della Scippata.

Tintore

Con Peppino era il 1999. Gli feci fare la foto sotto una vite centenaria e finì per la prima volta su un quotidiano, di lui aveva già scritto Mimì Manzon nel 1993 e del suo Tintore Vito Puglia nel 1996 perché il Mattino è il più grande giornale del Sud. Tutti passano, ma noi restiamo per raccontare quelli che vengono dopo.
Lui soffriva e non poteva scommettere nulla del futuro, ma il dio Pan lo ha accarezzato, è stato fortunato, ché il tempo gli ha regalato tante gioie e due figli capaci di seguirlo e pure di cazziarlo per la mancanza di archivio. Fiorina pratica e amministratrice, Prisco enologo di studi fra Torino e Langhe e così Peppino, proprio come Luigi Di Meo della Sibilla, torna proprio lì dove era partito, alla vigna con le potature, la raccolta, il piacere immenso di bere i suoi vini degli anni 90 e adesso quelli fatti dal figlio che ha studiato.

Il vigneto La Scippata sotto la neve. Valico di Chiunzi, Costa d\’Amalfi

La Scippata (significa strappata, nel senso di rubata o meglio sottratta) sta fra i 450 e i 550 metri di altezza, la sua agricoltura è compatibile con la salute della terra e dell’uomo, si segue difatti il protocollo regionale certificato della lotta integrata, pochi trattamenti con zolfo e rame, si concima senza nitrati e non si usano antiparassitari. Un ettaro, poco più, dove il Tintore ha occupato sempre più spazio sul Piedirosso, uno dei pochi cru rossi della Campania, voluto da Prisco fresco di studi nel 2000, 22 quintali. Per fare una cassetta ci vuole un’ora, si fa prima a raccogliere lo zafferano. Quando prolifica arriva a 30 quintali, insomma, mai più di 4000 bottiglie in vendita a 15 euro. Ma vale dieci volte il Supertuscan più blasonato.

Così ci facciamo la verticale di studio riscaldando i vini con la stufetta mentre fuori piove a scroscio sulle viti, le case e sulla cantina: tac tac, tac tac, tatatatatatatttta.
Fiorina ha recuperato tutte le annate e Prisco ha scaraffato per prudenza la 2000: tutti e quattro siamo curiosi di vedere un po’ come va, è la prima volta in assoluto per ciascuno di noi e viviamo questa esperienza in modo intimo e colloquiale. Ci sono i discorsi degli occhi attraverso gli anni a spiegarci quando si tratta di stare solo fra noi.

Pane e vino, il Mediterraneo ‘A Scippata dal 2005 al 2000.

2005
Un rosso pieno di energia, naso intenso e persistente di frutta fresca su tappetino balsamico regalato dal rovere con lampi di liquirizia. Non molto mutevole, ma preciso e capace di rinnovarsi sempre in modo dinamico. In bocca la freschezza detta tutti i tempi della beva, a cominciare dall’ingresso non piacione, poi l’occupazione laterale e, subito dopo del centro fino al finale pieno ma austero, lunghissimo. Bicchiere da abbinamento ai cibi, sapido, caldo, molto dinamico. Con l’aumento della temperatura arriva al naso una nota di sottobosco. Non terminerà mai.
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2004
Il naso presenta la stessa carta d’identità del 2005, ma non ha la forza e il vigore necessari per distinguersi e per impressionare allo stesso modo. Ci si accontenta allora di un equilibrio olfattivo privo di intensità ma abbastanza persistente. In bocca ritorna la musica del 2005, freschezza, ancora frutta rossa fresca, lunghezza e intensità garantite soprattutto dall’acidità perché il corpo è una spanna inferiore anche se consente, come prima, il presidio totale del palato con un finale pulito e lungo in maniera più che gratificante.
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2003
I degustatori si avvicinano sempre storcendo il naso a questa annata, non hanno poi torto. In qualsiasi verticale esce sempre penalizzata e a pezzi, solo la 2000 in genere fa peggio. Ma presa in termini assoluti, la Scippata 2003 ha un naso maturo e non cotto, tipo prugne lasciate in estate a temperatura ambiente per un paio di giorni. La frutta è un po’ monotematica, come sempre accade in questo millesimo, ed è aiutata dalle notarelle balsamiche e dalla liquirizia. In bocca l’evidenza della stagione, ovviamente nei cru l’andamento vendemmiale è ancora più sottolineato, con la freschezza sicuramente presente ma domata, non selvaggia e categorica come negli altri millesimi. Complessivamente il vino cammina bene e senza difficoltà, ma se il 2005 e il 2004 corrono, il 2003 procede spedito verso il finale con lampi dolci che ritornano in chiusura dopo essere stati percepiti all’ingresso. Sicuramente uno dei migliori rossi meridionali dell’annata.
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2002
Annata saltata, la viticoltura quando non è incalzata dal commerciale non riesce a mentire.

2001
Qui siamo in presenza del grande vino. Il naso non presenta scissioni, ma legno e frutta si integrano perfettamente e in modo sapiente e saggio, si parte dallo sciroppo di amarena, completato da piacevoli note di tabacco, liquirizia un po’ più accentuata, resina, sottobosco (funghi), appena un po’ di nota fumé. L’olfatto è cangiante, piacevolmente dolce ma non stucchevole, pulito, intenso, persistente, non termina mai il racconto. In bocca il direttore d’orchestra resta l’acidità, ma tutte le componenti sono in equilibrio magistrale, a cominciare dall’alcol, poi il corpo, presente ma non pesante, la lunghezza, la pulizia finale e il ritorno di note di conserva salvaguardate comunque dalla freschezza. Un vino ancora giovane e in grado di crescere ulteriormente.
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2000
Prima vendemmia con un naso terziarizzato e segnato dai sentori di funghi e parzialmente di cuoio, poi torna la conserva di frutta rossa. In bocca è fresco, ma a differenza dei precedenti la materia si avverte un po’ di più e si pensa mentre si beve. I tannini appaiono un po’ scissi e non perfettamente integrati con il resto come nelle altre quattro bottiglie. Un vino che in questa fase appare un po’ stanco, come una persona sotto sforzo, ma ancora vivace e capace di proporsi. Bene in abbinamento.
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Com’era diverso, Titiro, il vino prima della fillossera

Anni ’70: il papà di Peppino al lavoro con le prime bottiglie

Ps: vi interesserà infine sapere come il colore sia sempre rubino con riflesso violaceo ad eccezione del 2000, il grado alcolico dichiarato su quota 14, l’acidità 6,8 ad eccezione del 2003.
Il protocollo prevede 18 mesi di legno grande, tonneaux da 500 litri (niente barrique), poi sei mesi in bottiglia prima della commercializzazione. Un rosso dunque che esce circa tre anni dopo la vendemmia, vera eccezione in una doc dove si può partire subito senza alcun problema perché i vini erano pensati per essere consumati quasi all’istante negli alberghi della costa.
Il terreno su cui nascono queste viti, piantate nel 1933 dal nonno di Giuseppe, è di natura franco limoso, costituito generalmente “da tufi incoerenti e dal rimaneggiamento di frazioni detritiche e piroclastiche”.

Sede a Tramonti. Via Castello Santa Maria 1
Tel. 089.856209, fax 089.876075
www.giuseppeapicella.it
Enologo: Prisco Apicella
Bottiglie prodotte: 70.000
Ettari: 7 di proprietà
Vitigni: aglianico, piedirosso, sciascinoso, tintore di Tramonti, falanghina, biancolella, pepella, ginestra

8 commenti

  • marina

    (7 febbraio 2010 - 09:43)

    Inti Illimani?

  • Sergio Faiella

    (7 febbraio 2010 - 10:00)

    Non conoscevo questo rosso, grazie.

  • Maria Pucci

    (7 febbraio 2010 - 10:01)

    La musica dei contadini cileni

  • Paolo De Cristofaro

    (7 febbraio 2010 - 10:30)

    che spettacolo le vigne di Tramonti, che fuoriclasse il tintore, che divertimento con i vini della Costa d’Amalfi. Come diceva Ferraioli l’altra sera, non saranno i più grandi vini del mondo ma davvero non possono essere confusi con nessun altro.. Di diritto nella categoria dei “vini anti-noia”.
    E se oggi ne possiamo parlare è anche merito di Giuseppe Apicella e del giorno in cui scelse di essere un pizzaiolo in meno e un vigneron in più..
    Grande ‘A Scippata ’05, sta crescendo mese dopo mese..

  • ENRICO MALGI

    (7 febbraio 2010 - 15:20)

    Alcuni anni fa, nel mio girovagare non solo nell’Enotria francese e nell’opulenta Padania – soprattuto dalle parti della dionisiaca Lombardia – sono capitato nell’entroterra amalfitano, proprio nella proprietà di Giuseppe e Prisco Apicella. Le sensazioni e le emozioni che ho provato sono state uniche e irripetibili nello scoprire il tipo di viticoltura che ivi si pratica. Sono d’accordo con te Luciano, per quanto minuziosamente hai desciritto la location (per sicurezza sono andato a rileggermi il capitolo a pagina 19 del tuo volune “Guiida ai vini della provincia di Salerno”) : è qualcosa di eccezionale. Solo qui si può praticare quel genere di allevamento vitivinicolo e in nessuna parte del mondo. Fusti secolari ancora a piede franco, che sembrano veri tronchi nodosi e difficili da contenere nelle braccia di due-tre uomini, per la loro larghezza. Agricoltura e viticoltura che convivono in simbiosi e che ammiccano compiacenti ad un progetto realizzato in double face: sotto l’orto, sopra l’uva. E che uva! Solo qui nascono quei cloni e in nessun’altra parte del mondo. Se Patrick Mc Govern fosse passato di qua, invece di bighellonare intorno alla Mesopotamia, ai monti Zagros, all’Iran, alla Georgia, e all’Armenia, avrebbe scoperto qualcosa di più interessante certamente. Che ne dici? Rispondimi,. Ciao.

  • Sergio

    (7 febbraio 2010 - 18:15)

    Giuseppe sei bravo! Sergio

  • salvatore Donatantonio

    (7 febbraio 2010 - 18:20)

    il segreto di questo vino e’ la fatica dei contadini ke lo coltivano,senza alcuna nuova attrezatura ke si possa usare nella viticoltura .Grazie Luciano ke fai conoscere i vini e i sapori della Costa d’Amalfi

  • Pasquale Brillante

    (8 febbraio 2010 - 13:13)

    magico territorio, e belle persone.

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