Manuela Piancastelli, Terre del Principe. La mia estate 2009

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di Manuela Piancastelli

Manuela e Maurizio Piancastelli (foto di Rosaria Fiorillo)

Anche i produttori bevono….accidenti se bevono…almeno noi beviamo, eccome. Peppe ed io, infatti, prima di essere produttori eravamo appassionati bevitori e tali siamo rimasti, pieni di curiosità, di voglia di capire e conoscere, senza pregiudizi (autoctoni sì/no, barrique sì/no e così via) oggi anche col desiderio di confrontarci e misurarci con altre espressioni del territorio, altre bottiglie e altri produttori. Dunque, poiché tutto ciò che facciamo, nasce dall’amore, anche la nostra piccola hit parade di assaggi non può che partire parlando di due nostri grandi amici: Luigi Moio e Alfonso Iaccarino. Ambedue sono prìncipi e princìpi, uno dell’enologia, l’altro della cucina.
Di Luigi, straordinario “fratello” (nonché testimone di nozze!) e motore della nostra cantina, abbiamo assaggiato durante una bella festa in famiglia in un casale di Mirabella Eclano, la sua Falanghina “Via del Campo” 2006 Quintodecimo in uno dei rari Magnum della prima annata che tiene gelosamente da parte. L’occasione era davvero speciale, i 40 anni di Laura e la nascita di Alessandro, e il vino era gioioso come tutti noi. Giovinetta con molta vita davanti, questa falanghina è elegante, ricchissima di aromi, un naso complesso e finissimo, morbida e nervosa insieme, e una lunghezza esagerata…indimenticabile!.
Ogni volta che andiamo da Livia e Alfonso è per noi una vera festa, per la loro calda accoglienza e per la straordinarietà di pietanze e vini. Maurizio, sommelier dall’enorme cultura enoica, ci ha fatto conoscere un bellissimo Cinque Terre 2006 di Walter De Batté, il principale artefice della rinascita dello Sciacchetrà: un bianco complesso, ancora fresco, minerale, marino, di straordinario fascino. Non lo conoscevamo e ci ha molto piacevolmente accompagnato con un garpacho con sedano selvatico, prosciutto croccante e finocchietto.
Un altro caro amico, Fabrizio Erbaggio, mi ha invece regalato durante una serata a Sud, un nuovo e coraggioso ristorante di Quarto, uno dei due vini bianchi italiani che più amo: Les Crètes Cuvée Bois 2006. Costantino Charrère, il vignaiolo di Les Cretes, è un uomo alto, fisicamente spigoloso, di una vivacità intellettuale infinita: non a caso si è messo alla testa di una banda di matti, la Federazione Vignaioli indipendenti (di cui facciamo parte). Il suo chardonnay lo rappresenta benissimo: montanaro, dal carattere forte ma di una soavità sovrannaturale. Les Crètes è per me uno dei vini più fascinosi d’Italia.
L’altro vino di cui sono platealmente innamorata è il Vulcaia fumé di Inama. Lo abbiamo bevuto in vendemmia 2007 a Fenesta Verde di Giugliano (sempre più bravi, nella versione estiva light a base di pesce, sulla terrazza adiacente la chiesa) per festeggiare il mio compleanno. Sauvignon vinificato con estrema grazia, questo 2007 è stato però un po’ deludente al naso. Suppongo che l’annata relativamente giovane non abbia consentito a questo vino – che ha caratteristiche uniche nel panorama dei vini italiani – di esprimersi al meglio. Una leggera e controllata micro-ossidazione che si nota già nel colore, note affumicate ed elegantissime, in bocca una suadenza con una chiusura leggermente amarognola: un grandissimo veneto.
Torno in Campania per parlare di un vino la cui potenza è ormai diventata proverbiale: il Moio ’57. Essendo un vino da tavola (don Michele è uomo libero e ribelle), non ha l’annata, anche se suppongo dovesse essere abbastanza giovane. Se il vino racconta il vignaiolo, il Moio ’57 è l’esatta fotografia di questo straordinario produttore, un uomo dagli occhi di mare e le mani grandi che può mandare con estrema durezza al diavolo chiunque (proprio chiunque!) e commuoversi per un cagnolino con la stessa angelica naturalezza. Il Moio ’57 nasce dalle sue uve di Primitivo ed è un signor vino: forte, incurante delle mode, alcolico, con una struttura fenomenale eppure morbido, suadente, capace di accompagnare piatti trucidi (come quelli che mangiavamo in una trattoria di Bacoli, salumi, peperoni imbottiti, parmigiana di melenzane…) o incoraggiare pensieri sublimi davanti al caminetto. Che dire? Don Michele e il suo Moio ’57 sono davvero un mito.
Ancora dalle nostre parti, abbiamo bevuto poche sere fa un elegantissimo Fiano 2007 di Pietracupa. Sabino Loffredo è anch’egli un uomo ruvido, di poche parole. Come tutti gli artisti, parla con le sue opere e questo Fiano dai profumi di pietra focaia e frutti bianchi è davvero un’opera d’arte. Ci ha regalato un momento magico, alla faccia di tante storie sui vini bianchi del Sud che sarebbero poco eleganti, sempre un po’ cotti e con poca freschezza. Raffinato, freschissimo, minerale, masticabile ma senza alcun effetto caricaturale (come a noi piacciono i bianchi). Alla fine Peppe ed io gli abbiamo mandato un sms per ringraziarlo, al quale ha risposto con una sola parola (due sarebbero state troppe): obrigado!
Ancora un vino della Campania che ci ha intrigato molto, provato la settimana scorsa a “Grandi vini da Piccole vigne”: il Monte di Grazia bianco 2008, da Pepella, Ginestra e Bianca Tenera, i vitigni della Costiera, è un vino di grande personalità, dai sentori delicati di fiori e frutti bianchi (pera, molto), una buona struttura bilanciata fra una discreta spalla acida e una piacevolezza di beva. Monte di Grazia è un’azienda piccola che lavora con molta dedizione, ha una vigna vecchissima con piante-monumento abbracciate ai terrazzamenti sul Valico di Chiunzi. Una bella scoperta.
Da Sud a Nord, un altro vino che ci ha regalato emozioni è stato il Kerner 2007 di Abbazia di Novacella, una delle più belle realtà altoatesine, cantina di un monastero ancora attivo, con una biblioteca magnifica. Alla guida della cantina c’è Urban von Klebelsberg, uomo generoso e pieno di ironia, che regala sorrisi e grandi abbracci. Il suo Kerner, vitigno autoctono arrampicato su terreni ghiaiosi a 800 metri d’altezza, è un vino profumato, elegantissimo, con una lunghissima persistenza aromatica. Una realtà, l’Abbazia di Novacella, che Peppe ed io visiteremo a novembre, andando al Merano Wine Festival, non fosse altro per vedere la cantina medievale e il giardino storico con 75 diverse erbe aromatiche.
Infine, a sorpresa per chi mi conosce, due francesi. Il primo è uno splendido bianco, il Sauvignon Poully fumé Le Tronsec 2007 di Joseph Mellot, un vino della Loira strutturato e suadente, offertomi dall’amico sommelier Arcangelo del Contemporaneo di Caserta. I Mellot sono vignerons a Sancerre dal 1513, la qual cosa è di per sé fantastica! In Italia si contano sulle dita di una mano le aziende che possono vantare più di cento anni e questa è una delle tante grandezze della Francia che proprio a partire da quell’epoca ci ha sopravanzati nella cultura del territorio e del vino. Il Poully fumé è una tipologia di vino che amo molto, con questi sentori affumicati che ricordano lo speck, la freschezza e la sapidità che permettono di accompagnare alla grande carpacci di pesce e gamberi crudi. Ancora, un ottimo Bordeaux, lo Chateau Clerc Milon 2000 Premier cru di Mouton Rotschild: un vino ancora giovanissimo, abbinato con alici con provola in pastella e salsa di colatura di alici preparate da Rocco Iannone di Pappacarbone a Cava de’ Tirreni. Lo strano matrimonio fra il nobile francese e la popolana alice della costiera è stato riuscitissimo: il vino era vibrante, con un naso piacevolissimo di frutti rossi e caffè, tannini setosi. Una gran bella esperienza.
In ultimo, un vino che segnalo solo per curiosità, perché non avevo mai degustato un Merlot vinificato in bianco. Il Bianco Rovere 2008 di Guido Brivio, un produttore svizzero di Mondrisio, fattami avere da un amico di mio padre, è un vino che non ha digerito per nulla il legno che diventa purtroppo il suo tratto distintivo. Può darsi che il tempo possa aiutare questo vino a portare in evidenza gli aromi del Merlot che al momento sono schiacciati da una barrique troppo invadente.
Insomma, come vedete, non ci siamo fatti mancare niente….