Mastroberardino: le guide ignorano o svalutano i vini di chi non partecipa a eventi organizzati dai loro editori

Letture: 12170
Mediterranean Wine Festival Piero Mastroberardino
Mediterranean Wine Festival Piero Mastroberardino

Non la manda a dire Piero Mastroberardino, e attacca a muso duro le guide con un post su Facebook

Ho letto diversi commenti di giornalisti del vino critici verso alcuni amici e colleghi produttori che hanno scelto di non inviare i propri vini a quelle guide che hanno dimostrato scarso interesse nei confronti del loro lavoro. Più direttamente, l’addebito è di non mandare campioni alle guide che non li premiano.
Fuor di polemica, mi piacerebbe che gli stessi osservatori parlassero anche di un altro fenomeno: quello delle guide che ignorano o svalutano i vini dei produttori che rifiutano di aderire agli eventi e degustazioni itineranti a pagamento organizzati dai loro editori.
Sarebbe equo riferire anche di questo lato della medaglia.
Per completezza d’informazione. O magari per aiutare a comprendere se i due fenomeni possano essere in qualche modo correlati.

Come giornalista registriamo questa posizione, aggiungendo però che sarebbe sempre meglio fare nomi e cognomi in questi casi altrimenti si scade in un attacco generico che colpisce anche chi lavora seriamente.

Poco dopo Mastroberardino medica e ciacca come si dice in dialetto affondando di nuovo il colpo

Attenzione però, qui non è in discussione la facoltà di un’azienda che si occupa di marketing del vino di fare eventi di promozione a pagamento. Il problema può sorgere quando a mettere a reddito certi eventi è lo stesso gruppo di persone che dovrebbe giudicare i potenziali partecipanti…

Beh, che dire, è iniziata la stagione delle guide. Patatine e pop corn  per tutti:-)

14 commenti

  • Enzo Vizzari

    (3 settembre 2016 - 09:28)

    Sarebbe ora che si smettesse, una volta per tutte, di lanciare accuse senza nomi: “le guide…”, “i giornalisti…” ecc.. Vivaddio, professore, dica chi chiede, pretende, minaccia…, dica chi fa e confonde due mestieri (editori, critici, organizzatori di eventi…). Perché, vede, io che sono critico e editore-direttore di due Guide non sopporto più chi parla e sparla senza documentare le proprie affermazioni (anche perché non ho mai organizzato un evento in vita mia).

  • Piero

    (6 settembre 2016 - 15:33)

    Sono davvero rammaricato che l’amico Vizzari non sopporti più chi parla e sparla… ma non posso proprio sentirmene responsabile. Il chiacchiericcio, se di ciò si può parlare, è semmai alimentato da altri. La mia aspirazione è che vi sia un dibattito serio. E allora provo a fare una pacata precisazione.
    In primo luogo la mia riflessione, che era riservata per inciso ai miei contatti social ed è stata a mia insaputa diffusa oltre la sfera delle mie amicizie, prende le mosse dalla critica che certi giornalisti fanno ai produttori che scelgono di non inviare campioni alle guide, dunque è da lì che bisognerebbe partire per commentare, più che dall’ultimo anello del ragionamento. Invito pertanto, se d’interesse, a rileggere il testo integrale.
    In secondo luogo pressoché tutti i giornalisti di settore, quando parlano in privato, non perdono occasione per sparare ad alzo zero contro i colleghi artefici delle pratiche alle quali io ho invece fatto cenno in modo soffuso, muovendo accuse violentissime verso condotte responsabili della caduta della credibilità della critica enologica. Dunque essi conoscono fatti e nomi molto meglio di me, ma da anni preferiscono tacere. Alcuni episodi eclatanti hanno fatto timidamente capolino sulla stampa nazionale ma sono stati ignorati in modo da restare consegnati ad un rapido oblio. Vi si riferiva di certi incroci societari, commistioni e cointeressenze tra chi produce, chi giudica, chi scrive, chi pubblica. Ma sul punto la frase di Luciano Pignataro credo sia laconicamente emblematica: cane non morde cane…
    E, in ultimo, mi sorprende che certi giornalisti, com’è accaduto altrove in giro per il web, possano risentirsi perché venga sollevato il tema, peraltro antico e già ampiamente dibattuto, dell’oscuro confine tra informazione e comunicazione: chi lavora in maniera trasparente non dovrebbe avere la coda di paglia, poiché consapevole che la questione non lo può riguardare, bensì dovrebbe cogliere questo spunto come un supporto a far chiarezza su ambiti opachi dei quali non perde occasione per lamentarsi. Dovrebbe dunque ringraziare chi, nel silenzio generale, prova a porre una questione all’attenzione di tutti.
    Ed infatti la mia riflessione non è rivolta contro Tizio o Caio, bensì verso un certo tipo di condotta, un modello di business dell’informazione/comunicazione che non ha ben chiaro chi siano i suoi clienti, se i lettori o i recensiti. Questo modello, piaccia o meno, non crea valore. Lo hanno dimostrato anche i mercati finanziari recentemente, quando si è provato a convincerli del contrario, riducendo in pochi mesi il valore atteso dal collocatore quasi a zero.
    Ovviamente di storie da raccontare ne avrei a iosa, e come me tanti colleghi con i quali mi confronto quotidianamente. Ma non tocca a noi. A far luce su certe vicende ci penseranno, se riterranno, i giornalisti indipendenti intenzionati a portare valore alla filiera della vite e del vino.
    Cari saluti ai lettori

  • luca

    (7 settembre 2016 - 10:43)

    Condivido la replica di Piero Mastrberardino

    • Diogene

      (7 settembre 2016 - 14:06)

      Salve Sig.Mastroberardino,
      mi posso permettere di farle una domanda di cui per onestà le confesso di sapere già la risposta?
      Ha mai arruolato un qualche noto critico eno-gastronomico per una degustazione dei suoi vini e se si, non lo ritiene una normale
      quanto legittima operazione?
      Il tale critico però lo ritiene – nei suoi confronti e nei confronti di qualunque altro produttore come lei – un giornalista indipependente?

  • Piero

    (7 settembre 2016 - 12:12)

    grazie :)

  • Piero

    (7 settembre 2016 - 17:01)

    gentile Diogene, sono lieto di raccogliere la sua richiesta, ma visto che lei conosce il mio nome mi potrebbe dire il suo, così tanto per sapere con chi si dibatte?
    in secondo luogo, se lei conosce già la risposta (a meno che non si tratti di una errata cognizione), non le pare dal suo punto di vista quanto meno inefficiente porre la domanda?
    e ancora, visto che presume di conoscere già la risposta alla sua domanda, perché non la anticipa ai lettori in modo da lasciarmi il più semplice compito, eventualmente, di confermarla?

  • BlackAngus

    (8 settembre 2016 - 11:54)

    Il mio nome è Diogene e comunque, se per lei l’anonimato non è un valore poiché porta il nome della sua azienda ( che per altro stimo e apprezzo ) e quindi l’esposizione può essere pubblicità, magari per altri l’anonimato è una scelta che permette a persone del “settore” di dialogare in maniera corretta ed imparziale senza subire ripercussioni nella sfera professionale.
    Per quanto mi riguarda scrivo su questo sito in maniera anonima usando sempre lo stesso nickname e sfruttando la possibilità che mi si da per esprimere pareri cercando di farlo sempre in maniera onesta e civile. Sempre riguardo l’anonimato credo che un critico o un ispettore dovrebbe essere sempre anonimo nel visitare un’azienda ed esaminare un prodotto per evitare disparità di trattamento con il resto della clientela mentre una forma di “anonimato” che non mi piace è quello con il quale, usando il proprio nome, si accusa o si addita un settore in generale per colpire il singolo o i singoli e naturalmente lo si fa per sfogarsi senza compromettersi ma offendendo chi si ritiene colpito senza meritarlo.
    Per quanto riguarda la seconda questione personalmente non mi sento di “bacchettare” chi ingaggia critici o blogger per presentare i propri prodotti ne le aziende che forniscono numeri cospicui di bottiglie a redazioni editoriali che scriveranno di vino e che alimenteranno con le stesse bottiglie i propri ristoranti o eventi aperti al pubblico pagante. Per anni la sua azienda è stata premiata dal Gambero Rosso la quale guida le assegnava ( se ricordo bene con una certa costanza ) i tre bicchieri per i suoi ottimi Taurasi. Alle manifestazione di premiazione della guida i banchi servivano i vini Mastroberardino e nei frigo-cantina delle Città del Gusto erano in esposizione a vanto della qualità offerta.
    Poi dal 2015 fino alla guida di prossima pubblicazione niente più 3 bicchieri.
    Perchè questo risultato per tre anni consecutivi? I suoi prodotti non sono reputati più degni dei Tre Bicchieri? E’un problema collegabile a quelli di incroci societari, commistioni e cointeressenze tra chi produce, chi giudica, chi scrive, chi pubblica?
    O lei si astiene da inviare campioni? E se si – perché – considerando che la Mastroberardino si è sempre fatta vanto di tale risultato?
    Sul fatto di “arruolare” critici ( di cui non sono contrario ) ho usato un termine vago perché naturalmente da partecipante e non da organizzatore non posso sapere se tale ruolo è stato renumerato ed in che modo ma ad ogni modo ritengo il suo sfogo giusto ma, mi consenta, ipocrita poiché lei critica giustamente delle forme comuni di “captatio benevolentiae” in un gioco del quale, mi pare, lei è partecipe o almeno lo è stato.

  • luca

    (8 settembre 2016 - 16:44)

    “Sempre riguardo l’anonimato credo che un critico o un ispettore dovrebbe essere sempre anonimo nel visitare un’azienda ed esaminare un prodotto per evitare disparità di trattamento con il resto della clientela”
    Vizzari, in un’intervista a Lady Coratella dice che basta non prenotare per diventare anonimo quando va a recensire.

  • Piero

    (9 settembre 2016 - 19:43)

    Gentile anonimo interlocutore,
    devo supporre che sia ancora Diogene a scrivere, poiché il testo si pone in continuazione con il ragionamento precedente.
    Ed è dunque ancora lei che, in modo singolare, asserisce di usare sempre lo stesso nickname, mentre io in questo secondo messaggio leggo che la sua firma si è tramutata da Diogene in BlackAngus… sarà una svista, altrimenti quanto meno dovrebbe correggere il suo commento precedente (“… scrivo su questo sito in maniera anonima usando sempre lo stesso nickname…”: sì, ha scritto proprio così) e dire che adotta invece identità cangianti.
    Questo è un primo elemento che mi lascia supporre che non sia del tutto errata la mia aspirazione ad interloquire solo con chi palesa la propria identità. È un criterio di buona educazione ma anche di tutela nei confronti di terzi.
    Poi c’è un secondo elemento che rafforza questa mia convinzione, scaturente dalla sua ulteriore seguente frase: “… l’anonimato è una scelta che permette a persone del ‘settore’ di dialogare in maniera corretta ed imparziale senza subire ripercussioni nella sfera professionale…”.
    Da questa frase desumerei alcuni aspetti:
    1) che lei è persona del settore (giornalista o blogger, produttore o ristoratore, enotecario o sommelier…);
    2) che, se ha bisogno dell’anonimato per dialogare in maniera corretta ed imparziale, evidentemente quando si mostra nella sua reale identità le cose che dice possono non rispondere a criteri di correttezza ed imparzialità;
    3) che laddove palesasse la sua identità, avrebbe paura di “subire ripercussioni nella sfera professionale”.
    Sorpasserei di volo i primi due punti per concentrarmi sul terzo, che mi sembra il più grave.
    Quella frase racchiude uno stato d’animo che mi pone a disagio: quello di chi, pur essendo consapevole che certe cose vanno esplicitate, sceglie di tacere.
    Oppure, quand’anche trovasse la forza necessaria ad esprimere il proprio dissenso, per farlo avrebbe bisogno di celarsi dietro l’anonimato. Per non subire ripercussioni nella propria sfera professionale. Lo ha scritto lei, Diogene o BlackAngus che sia, sono parole sue.
    Ci rendiamo conto che questo tipo di preoccupazioni circa “le conseguenze che potrebbero derivare per la propria sfera professionale” per effetto della libera espressione del proprio pensiero sono le stesse che alimentano certi fenomeni di silenzio accondiscendente a comportamenti distorsivi della civile convivenza?
    È davvero triste dover constatare che chi “tiene famiglia” debba rinunciare alla più profonda e alta delle libertà che la nostra carta costituzionale garantisce all’articolo 21, ovvero il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, per la paura di subire ritorsioni.
    Perché, Diogene/BlackAngus, per potersi esprimere ha bisogno di celare la sua identità dietro pseudonimi? E poi, ciò accade nel nostro mondo del vino? Io non percepisco questo stato di terrore… Con chi avrà mai a che fare se intrattenere un dialogo aperto su un blog può divenire fonte di rappresaglie professionalmente dannose? E ancora, che genere di rappresaglie? E da chi? Fin dove arriva la capacità di ritorsione di personaggi a cui teme, Diogene/BlackAngus, di far torto?
    Eppure quello che ha detto può anche avere una sua fondatezza… me ne sono reso conto ricevendo le telefonate di amici produttori che, nel ringraziarmi per aver posto un problema all’attenzione, mi hanno anche detto che non si sarebbero mai sentiti di fare altrettanto.
    Io sono nato libero, sono cresciuto in una famiglia indipendente che ha sempre inteso il vino come un valore e spesso per questo è stata ritenuta schiva, proprio perché non ha mai amato regalar bottiglie o foraggiare iniziative spurie. Ma proprio mai. Luciano Pignataro può testimoniare quante bottiglie della mia produzione ha ricevuto in tanti anni in omaggio a casa sua…
    Per il momento vorrei fermarmi qui, tranquillizzandola sul fatto che le altre sue supposizioni sul mio conto sono altrettanto prive di fondamento, e riservandomi eventualmente di dimostrarglielo se e quando riterrà di mostrarsi con la sua vera identità.
    Cordialmente
    Dr. Jekyll (o, se preferisce, Mr. Hyde)

  • BlackAngus

    (9 settembre 2016 - 21:26)

    Gentile Sig.Piero,
    BlackAngus è il mio nickname e Diogene è il mio nome. Ho solo sbagliato l’inserimento del nickname.
    Ritengo che, anche per non occupare ulteriore spazio su questo sito, possiamo concludere che fondamentalmente siamo d’accordo su molti punti.
    Poi sull’essere liberi credo che l’anonimato sia una forma di libertà se usata con rispetto degli altri e ha dei notevoli vantaggi.; per esempio, quando mi muovo per lavoro, nessuno conosce il mio volto e nessuno mi può “comprare” con bottiglie d’annata o pietanze fuori menù e così posso essere più freddo ma imparziale nei miei giudizi. Secondo lei è facile parlare sacrosantamente male di un locale pessimo nel servizio quanto nella cucina quando sei accolto amorevolmente dal proprietario e quando il personale di sala si fa in quattro per compiacerti? O quando un produttore ti apre le porte della sua propria casa e ti invita a pranzare con la sua famiglia mentre degusti i suoi vini.
    L’anonimato per un recensore è un valore tanto quanto lo è l’imparzialità per un giudice.
    Per esempio, rispondendo anche ad un commento del Sig.Luca, il Sig.Vizzarri è un volto noto e dubito fortemente che a certi livelli non venga riconosciuto appena varcata la soglia del locale; secondo, la prenotazione è fondamentale quando si viaggia per lavoro per evitare ( e non sempre comunque si riesce ) di fare 200 km. e poi restare senza posto.
    Concludendo: siamo nell’epoca di internet dove esistono avatar e nickname ed è scelta di chi, come per esempio lei Sig.Mastroberardino, usando il proprio nome, decide di interloquire con un perfetto sconosciuto rischiando di ragionare con stolti, maleducati o arroganti con poche conoscenze o con qualcuno che, senza esporsi, esprime un parere o alimenta una civile discussione.
    Onore al lei per il suo coraggio e per l’uso che fa della sua libertà.

  • luca

    (10 settembre 2016 - 07:46)

    Ad essere più precisi Vizzari diceva che, pur essendo probabilmente riconosciuto, poteva lo stesso avere un’opinione obbiettiva del locale non avendo il ristoratore il tempo di prepararsi al meglio per ben figurare con un critico che potrebbe recensirlo. Ho trovato le sue argomentazioni deboli, come deboli erano le altre rivolte a Valerio Massimo Visintin trattato con un livore sproporzionato dopo che il critico milanese si era scusato per un errore di aritmetica.
    Non basta autoincensarsi come fa continuamente Vizzari quando interviene per essere credibili.
    Sul tema dell’anonimato condivido molte delle argomentazioni di Diogene.
    A Piero M. vorrei dire che l’Italia è STRAPIENA di PERSONAGGI PUBBLICI(anche influenti sull’opinione pubblica) che “TENGONO FAMIGLIA” in tutti i settori, compresi i blog.
    E’ difficilissimo trovarne uno con le famose TRE C.

  • Piero

    (10 settembre 2016 - 14:53)

    caro Luca, sono d’accordo, troppi sposano quelle logiche. io proprio non ci riesco, spesso a mio danno. sapesse quanti, tra produttori e giornalisti, stanno chiamando al telefono per ringraziarmi di aver condiviso quella riflessione e, ad un tempo, scusandosi per non averla sostenuta pubblicamente…

  • luca

    (10 settembre 2016 - 19:56)

    Piero M, è chiaro che si rischia ma ci sono sempre quelli che apprezzano e… ne bastano anche pochi per essere rincuorati.
    Anche Alessandro Condurro, come te, ha rischiato ma ha dimostrato di avere il coraggio di dire cose scomode.
    Secondo me avere avuto in comune la critica di Vizzari è per voi un motivo di orgoglio.
    Non siete assolutamente soli.

  • Antonio

    (19 ottobre 2016 - 14:31)

    Resta il fatto che, al di là della stucchevole quanto “fuori tema” discussione sull’utilizzo dell’anonimato, il Sig. Piero si è astenuto dal rispondere alle domande del Sig. Diogene.

    <>

    Sono cose che fanno riflettere.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>