Melizie 2008 Irpinia doc e Babà, una domenica napoletana

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MASTROBERARDINO
Uva: fiano
Fascia di prezzo: da 10 a 15 euro
Fermentazione e maturazione: legno

di Monica Piscitelli

Melizie e Babà

Una domenica a pranzo a Napoli. L’argomento è probabilmente una delle prime cose, anzi è sicuramente la prima cosa, che ho scritto nel web. Si inizia alle 14,00 e si finisce alle 16,00. Se tutto va bene. Caffè, dolce, amaro, limoncello, rosolio. Tutto quello che potete immaginare, insomma. Si mette tutto in tavola e si sceglie.
Non si bada molto al formato del bicchiere. In genere le nonne sfoderano qualche pezzo del “servizio” che hanno chiuso per sempre dietro una vetrinetta che viene aperta in queste rare occasioni o per spolverare. Si tratta, per lo più, di piccoli bicchierini elegantemente molati a gambo corto, quelli del “rosolio”. In queste occasioni se il passito di Pantelleria finisce nel bicchiere da Vodka nessuno si scandalizza. Il passaggio, dalla bottiglia al vetro, è questione di un attimo. Si butta giù il liquido in un lampo, neanche fosse uno shot, o un infuocato “chupito” di tequila.
Alle 17,00 magari si stuzzica un’altra cosetta. Il Grand Prix, la trasmissione domenicale o la partita che sia, hanno stimolato una punta di appetito. Con orrore complice, qualcuno ridacchia all’indirizzo di chi propone uno “spaghettino” aglio e olio, per poi aggiungere subito: “magari, due due”.
Se non avete mai vissuto scene del genere, non sapete cosa vi siete persi. E’ forse questa l’immagine più vera del fanatismo dei napoletani per il cibo e per il pranzo della domenica. Pantagruelica mangiata, abboffata di inciuci, indigestione di zapping. Le donne iniziano dalla sera prima a cucinare e finiscono la successiva con la pulizia della cucina. L’odore di frittura si impasta con quello del più poderoso dei detersivi igienizzanti e sgrassanti che sia in commercio.

Un'altra fissa dei napoletani: la pulizia e il profumo di pulito

Un’altra fissa dei napoletani: la pulizia e il profumo di pulito. Siete mai passati in un vicolo sotto i panni stesi o davanti a un basso di prima mattina? Ecco: ammorbidente e candeggina a go go.
Ho letto recentemente un’intervista al sommelier e amico Andrea Gori che affermava che “Firenze non odora”. Napoli, invece, ti “stende letteralmente”, dico io. Nel week end, nei vicoli del Borgo Sant’Antonio Abate, le donne si affacciano dal basso, mettono in strada un calderone e fanno le pizze fritte ripiene di prosciutto, provola, ricotta, ciccioli e pepe. Sui Quartieri spagnoli il rito è “o pagnutiell‘”, ripieno di salame, ciccioli, formaggio, uova e pepe. Il caleidoscopio di profumi della strada varia di bottega in bottega. Dolce, salato, salato e dolce.
La domenica un must è chiudere il pranzo con il dolce. “Due paste”, “i mignon”, una torta, “due profiteroles”. La gente torna a casa dalla messa o dalla passeggiata del mattino con una “guantiera di dolci”. Adoro guardare questa scena. Figli, generi, nuore e bambini, tutti insieme chiassosamente. Nei quartieri più popolari, si parcheggia l’auto sotto casa di mamma, o della suocera (se necessario anche in seconda fila) con la consapevolezza di scendere di lì a sera. Ci sarà tempo per un riposino, un giro di carte, una chiacchiera tra uomini. Tutto è molto rilassato: si sta come a casa. Meglio e di più, invero: si sta “a casa di mammà”. E i figli son padroni.
Tendenzialmente credo tutto seguiti così la domenica a Napoli, sebbene i miei ricordi di tutto ciò risalgano a qualche anno fa, al periodo in cui ero fortunata ospite di un’enorme famiglia. Guardandomi in giro e ascoltando i discorsi delle donne in autobus, a dispetto del fatto che alcuni dicano con rammarico “non si mangia più come una volta”, mi sembra che nulla sia cambiato. La domenica è sacra e con lei, il pranzo.
Oggi, sapendo di trovare del dolce a casa di miei familiari, ho portato un passito. Amo il Fiano, tra i vitigni a bacca bianca e, devo dire, che trovo il passito ricavato da quest’uva piacevolissimo e originale.
Il Melizie Irpinia Doc 2008 di Mastroberardino è già in fresco. Aspetta solo un’occasione per essere bevuto. Gradisco particolarmente questa bottiglia per la sua bellezza. Il vetro trasparente e la capsula blu cobalto ne evidenziano il colore lucente, paglierino carico con lampi d’oro zecchino. E’ stata la prima cosa che mie ospiti hanno notato. Il nome, poi, trovo che lo rappresenti molto: “attacco dolce” con il “Mel”, e finale “con la svolta”, che attribuirei alla “zeta”. Melizie, con i suoi 12 mesi di barrique, ha naso di albicocca matura, di fieno al sole, miele e mandorla dolce. In bocca è caldo e soave. Ha un’entrata dolce, come è giusto che sia, ma è leggiadro e rinfrescante. E’ un dolce non dolce, con una chiusura pulita e invoglia la beva. Ma soprattutto, abbinato al dolce, lo accompagna con discrezione.
Gioco forza è andato con un Babà adornato con due riccioli di crema pasticcera e amarene e se l’è cavata bene. Ritengo perché il Rum e le essenze agrumate con cui si bagna il babà erano davvero non eccessive. Mi hanno spiegato che hanno chiesto di non “bagnarlo troppo” (al banco, a Napoli, si può far regolare “il bagno” prima che ti servano il Babà). La mano di chi lo aveva lavorato, era evidente, era quella di un panettiere, e non di un pasticcere. Nel complesso, il dolce risultava meno dolce del solito.
Con questa bottiglia, un classico di una famiglia irpina che a fatto la storia dell’enologia campana, insomma, ho messo d’accordo tutti e non ho troppo rischiato nell’abbinamento al buio. Perché quando un vino si regala, non bisogna solo pensare a cosa di sofisticato, estroso e ricercato piace a noi, ma a una bottiglia che incontri il gusto di chi la riceve e magari getti un seme di curiosità.
E siccome sul dolce, inutile negarlo, c’è ancora chi continua a mettere lo spumante Brut, Melizie è un gradevole compagno domenicale che guida i commensali sulla soglia dell’incredibile mondo del Fiano.

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Vitigni: aglianico, piedirosso, fiano di Avellino, coda di volpe, greco di Tufo, falanghina, e sciascinoso a Pompei