Meursault, il mio campanile. Domaine Roulot

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Jean Marc Roulot

Non avessi deciso per la carriera di Guardiano del Faro avrei optato per l’Eremita della Chapelle dell’Hermitage, o più semplicemente del custode del campanile di Meursault .

Il campanile di Meursault

Che settimana quella settimana after vendemmia! Decisi di rinchiudermi in un umilissimo alberghetto ai margini del centro del piccolo borgo famoso in tutto il mondo per il suo bassissimo campanile ed i suoi altissimi vini e uscire di tanto in tanto a piedi per andare ad esplorare il territorio e le cantine.
A Meursault mi sento come un bambino al Luna Park.
Entro e esco da portoni e cortili coma facevo quando uscivo da scuola alle elementari e volevo far tardi prima di tornare a casa.

Disegno di Meursault

Toc toc … Bonjour…
Matrot, Coche Dury, Comtes Lafon, Arnaud Ente e almeno altri venti interpreti straordinari di questo territorio, di questo vino che fu il bianco più famoso di Borgogna grazie all’interesse rivoltogli da molti stranieri che si avvicinarono con riguardo e circospezione ai vini bianchi francesi, e qui trovarono uno dei bianchi più adatti al lungo invecchiamento, perchè anche 20 o 30 anni non spaventano un Meursault.

Neanche un grand cru a Meursault?
A volte non comprendo, ma sicuramente hanno ragione i mille anni di storia, o forse è bastata qualche diatriba tra proprietari a far si che l’unico clos all’interno del più reputato premier cru non lo diventasse.
Clos de Perrieres, ci passavo ogni mattina davanti a piedi, come in pellegrinaggio verso Puligny e Chassagne. Ma nonostante questo grande terroir esclusivo, raramente Albert Grivault ha colto il bersaglio, e quindi va bene così.

E poi Roulot, la bella proprietà posta alla fine della strada che collega la route nationale all’ingresso del villaggio.
Perché Roulot?
Sinceramente non saprei . Qui in paese potrei entrare in ogni porta e rimanerci.
Forse però Roulot ha delle caratteristiche intrinseche diverse, uno stile di vinificazione riconoscibile per l’apparente semplicità, per il colore tenue e cristallino, per la finezza dei profumi, per la trasparenza d’espressione, per la generica maturità di frutto, per la fresca e controllata acidità, per la verticalità delle sensazioni che raramente si allargano o si appiattiscono, con tutti i limiti naturali delle caratteristiche dell’annata.
Questo è “ il mio vino” . Meursault è il mio vino.
La più originale espressione di un vitigno collegato al suo territorio.


Quando metto il naso in un bicchiere di Meursault ( vinificato comme il faut ) , l’unica sensazione mentale corrispondente che riesco ad esprimere è “ sa di Meursault ” . Il sigillo del terroir è qui conficcato in ogni grappolo di chardonnay. C’è il timbro sopra ad ogni piede di vigna.
Roulot non fa i migliori Meursault (che sono i D’Auvenay Leroy) , però i suoi vini hanno caratteristiche semplificate che lo rendono sempre gradito su ogni tavola. Ovviamente il prezzo è la reperibilità sono fattori altrettanto importanti quanto la piacevolezza di scolarsi la bottiglia con qualche lumaca al burro agliato.

Neppure la gamma di denominazioni è particolarmente ricca , ma ci sono altri esempi di piccoli Domaine ( Arnaud Ente per esempio) che anche avendo a disposizione pochi terroir , e neanche di grandissimo blasone, producono vini indimenticabili.
Roulot possiede circa 7,5 ettari di chardonnay e pochi spiccioli di Aligotè, oltre ad un ettaro e mezzo di pinot noir.
Nonostante questa piccola superficie e la relativa modesta quantità di bottiglie messe in vendita, devo dire che succede spessissimo di incontrarlo in carta nei buoni ristoranti e nelle enoteche di nicchia, grazie ad una politica commerciale avveduta.
Mi è capitato anche di comprarne direttamente sul posto, per conto di un ristorante che ne voleva avere una discreta quantità. Nessun problema: prenotato, pagato e spedito. Senza tante menate .

Una curiosità per nulla secondaria che riguarda questo Domaine è rappresentata dalla produzione di un distillato (alcol blanc) di pere, che è tra i più buoni mai assaggiati in assoluto. Se vi capitasse di vedere l’originale bottiglia non perdete l’occasione.

Ma solamente dopo un buon poulet a la creme accompagnato, potendolo trovare, da un Meursault Perrieres 1999 Roulot.

GDF

6 commenti

  • Il Guardiano del Faro

    (26 luglio 2010 - 11:24)

    Ora non so se questo sia il caso di Roulot, che da qualche anno è importanto regolarmente da Sarzi, e quindi può darsi che al Domaine non vendano più ad altre società italiane. E’ comunque abbastanza consueto poter comprare i vini al Domaine in Borgogna, salvo quella dozzina di blasonatissimi nomi in perenne rottura di stock.
    La vendita diretta impone qualche sacrificio in più . Frazionamento della vendita, impiegati che seguano la piccola fatturazione, accoglienza dei clienti ecc… però le soddisfazioni non mancano.
    Dare in mano tutto ad un distributore ( e lo dico da ex produttore nel settore alimentare ) è secondo me pericolosissimo perchè ti metti un cappio al collo.

  • Lello Tornatore

    (26 luglio 2010 - 12:50)

    Grazie Guardiano, quanto più tempo passa, quanti più post leggo (e approfondisco), più credo di capirci, in questa meravigliosa ed affascinante vitivinicoltura francese! Quando si realizza un impianto di viti, qui da noi la maggior parte dei produttori non lo fa, ma spesso qualcuno si prende la briga di analizzare il terreno ed insieme ad enologo ed agronomo si cerca di valutarne le diverse caratteristiche chimico-fisiche in relazione al tipo di portinnesto da usare. Quasi sempre il tipo di portinnesto giusto non è immediatamente disponibile sul mercato vivaistico e allora per “guadagnare tempo”, si opta per uno simile. Nel Domaine di Jean Marc Roulot, invece, i portinnesti usati sono più di uno e sono quelli giusti in relazione alla struttura del terreno. Come pure il sesto d’impianto così “stretto”(distanza tra le fila mt 1/ 1,20) è possibile realizzarlo solo grazie ad una ridotta vigoria che geneticamente caratterizza il cosiddetto Courdec 420A 16-149. E non è finita qui, per Jean Marc ” l’impianto è parte del patrimonio della propria identità ” e quindi egli pensa di possedere (ed effettivamente possiede) un bene inestimabile” perchè i suoi vigneti sono stati piantati prima dell’era dei cloni commerciali, rimanendogli così, una diversità che è unica e appartiene solo e soltanto al suo Domaine. Per quanto riguarda la commercializzazione , caro Guardiano, purtroppo,sembra che sia così. Anche il Domaine Roulot, come tanti altri, si sta indirizzando verso ” il distributore in esclusiva” quanto sia lungimirante questa scelta non lo so, può essere una scorciatoia per affermarsi sui mercati, ma come giustamente hai ribadito è pericoloso per un’azienda affidarsi ad un’unico sbocco commerciale.

  • giancarlo maffi

    (26 luglio 2010 - 13:05)

    bel racconto , guardiano , anche se un po’ breve. qualche respiro delle stradine del paese, qualche rintocco della tua memoria, i passi di una gncchetta di paese magari con le gote rubizze. sei rimasto una settimana mi par di capire… dicci qualche cosa di piu’….. umano .

    non fare come il maffi ,per carità, quello è unico anche nella coglioneria. ma un guardiano meno sparagnino nelle sensazioni, e che ccavolo :-))

    • Il Guardiano del Faro

      (26 luglio 2010 - 13:20)

      Settimana filosofica quella trascorsa a Meursault, da solo, assolutamente da solo, senza zavorre ai piedi, solo e senza pensieri, salvo quello di cercare di capire il mistero affascinante che avvolge quel luogo più di altri o perché questo luogo più di altri mi appagava solamente vivendoci dentro qualche giorno.

      Una colazione al bar del paese dove potevi incontrare personaggi che nel mondo del vino sono delle star assolute e li bevevano il caffè gomito a gomito prima di andare a prendere il giornale e ritornare in casa, prima di una giornata di lavoro nei campi o negli uffici.

      La pausa nelle trattorie del villaggio, con un boeuf bourguignonne e una boccia di qualche produttore sconosciuto, scoprendo magari che era buono e allora il pomeriggio era già sistemato, andando a trovare il vigneron sconosciuto… una settimana vissuta così.

      Si, lo potevo mettere anche nel testo ma è mi piace questa linea agile di Pignataro che preferisce una certa agilità di testo per lasciare aperti gli argomenti da sviluppare in seguito con i post.

      Comunque sia tutto rimarrà in eredità al web e se invece nell’edizione cartacea che volete stampare in autunno volessimo integrare anche gli spunti usciti dai commenti , credo possa essere una buona idea, laboriosa ma buona.

      • Lello Tornatore

        (27 luglio 2010 - 18:21)

        Ottima idea, caro guardiano, ma mi sa che ce lo diciamo solo io, te e qualcun’altro!
        Sono tutti a mangiare la parmigiana di melanzane e a degustare il gelato di Monica…

  • Fabrizio

    (28 luglio 2010 - 18:32)

    vabbè va mi porto appresso pure un narvaux di questo qui per l’aperitivo.
    prepara i bicchieri.

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