Michelin e Marchesi, un 2008 da pappa e ciccia

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Magistero mediatico da incorniciare: tu mi rifiuti, io ti elimino e tutti parlano di noi


Fausto Arrighi e Gualtiero Marchesi

Premessa scontata ma notarile: Marchesi è il più grande chef italiano dal Dopoguerra ad oggi, la Michelin è la guida più autorevole del mondo. Nessuno di questi due assunti può essere messo in discussione in un lasso ragionevole di tempo. Cioè, diciamo da oggi sino a quando non ci sarà più questo sito.
Sfugge però a tanti chef, ma vedo anche a qualche collega, che per diventare grandi, immortali, bisogna fare un uso sapiente della comunicazione perché i beni immateriali, o, meglio, il cui uso è nel consumo, come appunto un piatto o un’arma da guerra, hanno bisogno di alimentarsi in continuazione: non sono statue o palazzi da godere quando si passa. Insomma, non si può stare fermi nel proprio locale in attesa del cliente o del critico di turno, è necessario tanto valore aggiunto. Non basta fare il genio, o esserlo, incompreso. A meno che tu non sia già stato notato in giro e abbia avuto la capacità di non farti prendere subito in overdose. C’è un punto, difficile da capire per tutti, in cui questo avviene. Qui va applicato allora il protocollo Mina, sparire per far parlare di sè e alimentare il mito. Anche se sei al massimo della notorietà devi gestire la tua immagine di continuo, senza mollare.
E’ accaduto allora che la rinascita enogastronomica italiana ha allargato il binomio Marchesi-Michelin negli ultimi due decenni ad altre guide e ad altri chef. Ma, a memoria, mai come quest’anno Marchesi e la Michelin hanno ripreso l’assoluta centralità mediatica.
Non sto dicendo che si siano messi d’accordo, in questi casi non c’è bisogno.
Vediamo. Monta l’insofferenza verso le guide, queste, a loro volta, creano nuove star ai fornelli con l’aiuto della televisione? Colpo di genio di Marchesi che annuncia: restituisco le stelle, non voglio essere più giudicato, anzi, nessuno mi può giudicare, nemmeno tu. Così i giornali si lanciano su questa giocata come le mosche sul miele, titoli, commenti, blog impazziti, pasdaran del neopauperismo alla sora Lella che applaudono forsennati con lo stesso entusiasmo nel 1994 con cui i disoccupati votarono il loro miliardario che prometteva un milione di posti di lavoro. Senza pensare che Marchesi, come un provetto e navigato judoka, sfruttava ancora una volta a proprio vantaggio la forza delle guide che non lo celebravano più come lui riteneva dovesse essere fatto. Come una che molla il marito miliardario dopo aver speso i soldi. Già, perché l’unico vero modo per rifiutare un sistema è ignorarlo, non giocarci di sponda altrimenti ne fai parte a tutto tondo, come gli ex rifondaroli che invece di lavorare nelle sezioni e tra la gente facevano politica nel salotto Vespa. Non stare nella guida, in una guida, e strillarlo, resta il miglior modo di esserci.
Passano i mesi, la questione era sepolta. Nessuno l’aveva risollevata. Cosa ci saremmo aspettati in occasione del rito milanese della presentazione della Michelin 2009? La solita protesta per il fatto che le Tre stelle in Italia sono poche e che i francesi non hanno titoli per potere giudicare la nostra cucina. E invece quei geniacci della rossa eliminano davvero Marchesi e rilanciano il tema alla grande. Da manuale, studiare nelle 550 facoltà di scienze della comunicazione, l’ultima fabbrica delle illusioni italiana che non mette nessuno in cassa integrazione: tanto non crea nemmeno un occupato. Così, nota argutamente Paolo Marchi, che come me lavora in un quotidiano e conosce dunque i meccanismi perversi per cui nelle ore serali si decide di mettere questo piuttosto che quello in pagina: nessuno ha domandato ad Arrighi perchè l’Italia non ha avuto qualche Tre Stelle in più.
Sicché i due opposti, giocando di sponda, hanno sfondato nel 2008. Bravi bene. E il bis? La grande riappacificazione, ovvio.
Ps1: andando al sodo, quel che penso l’ho già scritto qui e concordo con Marco Bolasco.
Ps2: se volete, ne parliamo su Facebook