Molettieri rosso antico al top

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Il Taurasi Vigna Cinque Querce 2001 è il miglior rosso dell’anno per la guida Slow Food-Gambero Rosso, così Salvatore Molettieri bissa il riconoscimento ottenuto lo scorso anno dai degustatori dell’Espresso. Un segnale del buono stato di salute del vino campano, anche considerando il fatto che il Greco di Tufo Novaserra 2004 di Mastroberardino è terzo nella classifica dei bianchi e il numero dei Tre Bicchieri è passato da sette a dieci. Tra Regno delle Due Sicilie e Stato della Chiesa, solo la Sicilia ha fatto meglio con dodici riconoscimenti. Al top il Montevetrano 2003, il Pietracalda 2004 e il Serpico 2003 dei Feudi, il Novaserra 2004 e il Taurasi Radici 2001 di Mastroberardino, Terra di Lavoro 2003 di Galardi e tre vini che a nostro giudizio da tempo sono al top: il Cenito 2003 di Maffini, il Fiano di Avellino 2004 di Colli di Lapio, il Fiorduva 2004 di Marisa Cuomo e, appunto, il Taurasi di Salvatore e Giovanni Molettieri. Notiamo la presenza dei vini di Moio e l’assenza di Benevento, citiamo il Gravae More di Fontanavecchia, gli splendidi vini di Fattoria la Rivolta, l’Impeto di Torre del Pagus, i bianchi di Nifo e di Terra dei Briganti, e ancora, in Irpinia, il Greco di Tufo di Torricino e di Benito Ferrara, a Caserta il Calivierno di Telaro, l’Asprinio di Numeroso, il Centomoggia di Terre del Principe. Bisogna aspettare le altre guide per avere davvero il quadro completo dei valori in campo: basta pensare al fatto che in questa edizione Calabria e Basilicata sono state cancellate dai vertici della geografia vitivinicola italiana e che alla Puglia sono andati solo cinque riconoscimenti! Su una cosa non si discute: il Taurasi di Molettieri è grandissimo come abbiamo avuto modo di scrivere questa estate, un 2001 dal frutto violento, cupo, impenetrabile, rosso moderno e antico al tempo stesso, concentrato ed elegante, alcolico e morbido, fresco e strutturato con estratti che superano quota 42. Il rischio era che questa concentrazione eccessiva, partiamo da 40 quintali ad ettaro, un chilo a pianta, potesse sfociare facilmente in un vino da masticare di stile australiano. Il naso è praticamente infinito, l’ingresso è potente, caldo ma non cotto nonostante gli oltre 15 gradi, vellutato, avvolgente, il palato è completamente ricoperto dal vino con una intensità incredibile, ma anche con la freschezza necessaria a sostenere piatti molto strutturati. Il finale è infinito, la bocca resta pulita grazie alla frustata finale tipica dell’aglianico lasciando però una considerevole persistenza capace di durare a lungo. Tipicità meridionale e linguaggio internazionale sono i due elementi di queste diecimila bottiglie praticamente andate esaurite ancora prima di essere immesse sul mercato.