Monte di Grazia rosso 2008 Campania igt | Voto 88/100

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Monte di Grazia rosso 2008 igt

MONTE DI GRAZIA
Uva: tintore e piedirosso (10%)
Fascia di prezzo: da 5 a 10 euro
Fermentazione e maturazione: acciaio e legno

Vista 5/5. Naso 24/30. Palato 26/30. Non omologazione: 33/35

C’è un territorio campano che ha proprio voglia di guardare l’Irpinia dritto negli occhi: è quello che si beve quando hai scapolato il Valico di Chiunzi e inizi a scendere verso Ravello o Maiori, il cuore verde della Costa d’Amalfi da cui la maggior parte delle persone sono scappate per la fame nell’ultimo secolo.

Grande escursione termica, depositi di eruzioni vesuviane sul suolo, cura maniacale dei vigneti da parte dei viticoltori, belle persone impegnate a fare il vino, uno degli elementi che alla fine si ritrova sempre nel bicchiere oltre all’altro, pure discriminante, di capire se si lavora per se stessi o per i figli.
Il Tintore 2008 di Monte di Grazia  è uno spettacolo, lo beviamo sull’agnello accompagnato da carciofi e patate preparato da Giuseppe Francese da Antichi Sapori. La nostra ennesima escursione verso la Terra delle Sirene inizia a questo posto di blocco del gusto che sta per trasferirsi in un casale.

Il vino ha una incredibile energia olfattiva, è ricco di frutta, di funghi, di cenere, sottobosco cupo all’ombra dei castagni che tappezzano queste montagne benedette da monasteri e chiese sparsi nelle frazioni del paese senza centro.
In bocca conosciamo bene questo rosso: gode dell’abbinamento al cibo perché da solo è sempre esuberante, fresco, molto scomposto nei primi anni di vita, anche nella versione 2007 è stato così, come forse solo i Taurasi di Castelfranci possono vantarsi.
Struttura, allungo finale benefico e rinfrancante, volume e piacevolezza: un grande rosso nato dalla collaborazione di due persone caratterialmente opposte e forse per questo assolutamente sincretiche, l’esuberante Gerardo Vernazzaro e il silenzioso Alfonso Arpino, medico della biodiversità tramontina. Città e campagna, giovinezza e maturità, movimento e stanzialità.
Come il Monte di Grazia Rosso 2008.

Mai incontro tanto giocò nella bottiglia.
Spero adesso nella loro intelligenza di costruire storia e memoria, di amare la viticoltura tramontina per coloro che ancora non sono stati non dico concepiti, ma neanche immaginati.

Scompaio nella nebbia di questi tornanti, mi aspetta la luna a Marina del Cantone.

Sede a Tramonti, Via Orsini, 36. Tel. e fax 089. 876906. www.montedigrazia.it/ montedigrazia@hotmail.it Enologo: Gerardo Vernazzaro. Ettari: 2 di proprietà. Bottiglie prodotte: 10.000. Uve: biancatenera, ginestra, pepella, tintore, piedirosso

15 commenti

  • Valerio Rosati

    (16 marzo 2012 - 09:26)

    Ho avuto modo di conoscerli in un’escursione poco prima di Natale. Alfonso Arpino era impegnato, così ci hanno accolto i suoi ragazzi. Bellissima famiglia, grande ospitalità, vigne spettacolari che dovrebbero essere patrimonio dell’UNESCO…
    Il vino è davvero unico, un’esperienza da provare…e riprovare, visto che lasciato nel bicchiere ha sempre qualcosa di nuovo e diverso da raccontare.
    Segnalo anche il bianco di cui si parla meno perchè praticamente introvabile, visto che ne fanno pochissime bottiglie, ma se riuscite almeno a prenotarlo è da non perdere!

  • Marina

    (16 marzo 2012 - 09:48)

    Propongo una verticale di questo vino.

    • Paolo

      (16 marzo 2012 - 10:12)

      Bevuti 2005, 2006 e 2007…soprattutto il 2005 mi ha lasciato perplesso per la sua austerità, il 2007 un pò più equilibrato . Tintore comunque sempre interessante per la biodiversità sono ovviamente curioso di provare il 2008.

      • Luciano Pignataro

        (16 marzo 2012 - 10:54)

        Marina, a Vitigno Italia si farà la orizzontale con i quattro produttori tramontini
        La verticale di ciascuno nel nuovo casale dei ragazzi di Antichi Sapori il prossimo autunno, in campagna.

  • claudioT

    (16 marzo 2012 - 09:59)

    …ma soprattutto un rosso di vibrante freschezza e succosità.

    Valerio concordo, il bianco è buonissimo e anche dopo 3/4 anni dalla vendemmia si esprime senza toni maturi o marmellatosi ma con una mineralità silicea e gessosa molto personale, ma non dimenticare il rosato scomposto e citrico di pompelmo rosa e pieno di erbe di campo, di quei campi tramontini che nella sua spigolosità è una bevuta esaltante!!!

    • Valerio Rosati

      (16 marzo 2012 - 10:24)

      Hai ragione Claudio, è esattamente come lo descrivi tu. Purtroppo mi dicevano i ragazzi che probabilmente, almeno per quest’anno, non lo avrebbero rifatto.

  • Arturo Terminiello

    (16 marzo 2012 - 15:16)

    quest’anno niente rosato, anche perchè la gradazione alcolica, over 14 ne avrebbe fatto un rosato “difficile”. Comunque affrettatevi nell’ordinare il 2010, ancora per pochi. Il bianco, dove la biancazita la fa da padrona, viene esaltata dalla vena fresca del ginestrella e da quella più marcata di sapidità del pepella. I rossi, bè, al primo sorso ci portano tra i castagneti tramontini, la piccola Bordeaux, come la vedo io. Con il dottor Arpino ne abbiamo aperto qualcuno datato, e vi dico che c’è da stupirsi. Domenica scorsa mi ha fatto sentire un 2003 che si è talmente fissato nella memoria che ancora ne sento i profumi.

  • gaspare

    (18 marzo 2012 - 22:45)

    secondo me quel che manca all’enologia tramontina è l’ironia. mi spiego, se il livello della viticoltura è irraggiungibile certamente (ma dove le trovi piante a piede franco di più di 200 anni in perfettissima forma?), con microclimi e terreni invidiabili, quello enologico manca di un pizzico di verve, purtroppo parliamo di un manipolo di produttori che da soli non riescono a avere la massa critica di creare un movimento, accontentandosi del glorioso passato di nicchia di qualità, ok ok.
    ma quel che voglio dire è che vista *quell*’uva, quell’eccellente uva, così rara nella sua specialità, a livello di cantina ok per il rispetto, ma andrebbe riformulato il taglio, la ricetta. cercare di uscire, insomma, dal cliscé (per quanto redditizio) “il vino di tramonti”, per tornare a qualcosa di più bello, o per andare verso qualcosa di ancora più bello. ok? ;-)

    • luciano pignataro

      (19 marzo 2012 - 08:21)

      Gaspare hai ragione, riesci a cogliere sempre l’anima delle cose perché la tecnica per te è solo strumento e non fine. A ben vedere questa verve manca anche in Irpinia: è la psicologia contadina, chiusra, riservata, timorosa, non esibizionista, seriosa. Un profilo molto diverso da quello napoletano per intenderci.

  • gaspare

    (18 marzo 2012 - 22:46)

    fermo restando che questo bicchiere di monte di grazia resta interessantissimo così com’è..

  • Calogero

    (19 marzo 2012 - 02:24)

    Bella foto!

  • GERARDO VERNAZZARO

    (19 marzo 2012 - 10:34)

    gentile sig. Gaspare sul territorio tramontino ci sono solo 4 produttori che pottrebbero coalìizzarsi e fare sistema ,ma questo lei sa bene che e’ molto difficile in tutto il sud italia non solo in Campania, fino al 2004 -2005 molta gente non conosceva nemmeno Tramonti ed il Tintore e le viti secolari , oggi grazie al lavoro dei pochi produttori e di alcuni giovani enologi ( prisco apicella, sebastiano fortunato,carmine valentino ed il sottoscritto) il territorio e’ stato conosciuto ed apprezzato nelle sue varie declinazioni produttive.
    quindi credo che siano stati raggiunti dei traguardi interessanti , certo che non ci fermiamo , ma come lei sa bene i progetti enologici “seri” anno bisogno di tempo e pazienza e credo che tra pochi anni potra’ travare anche un po’ di VERVE enologica , se per VERVE enologica intende SPERIMENTAZIONE utilizzo di legni di diversa grandezza ,diversa tostaura e di eta’ diversa , lunghe macerazioni ed altro ancora , ma come dicevo ci vuole pazienza , cerchiamo di guardare a quanto di positivo fatto sino ad ora e aspettiamo .
    in merito alla “RICETTA” , purtroppo non ci sono ricette ,ma solo prove ed osservazione.
    in merito al ” REDDITIZIO” non credo che sia il termine appropriato ,in quanto se si parla REALMENTE di viti secolari oltre 100 anni di eta’ si producono solo 25-30 quintali per ettaro quindi il vino dovrebbe costare MOLTO ,MOLTO di piu’ .
    in merito poi all’ interpretazione enologica , ogni produttore sceglie il suo stile e la sua filosofia produttiva per quanto riguarda MONTE DI GRAZIA l’ ‘idea e’ VITICOLTURA biologica con LA B maiuscola , pochissimo intervento in cantina e il grosso dell’ affinamento in acciaio , perche’ il produttore ALFONSO ED ANNA VOGLIONO SENTIRE NEL BICCHIERE LE STESSE SENSAZIONI CHE PROVAVANO QUANDO ERANO BAMBINI E LE SESSE UVE VENIVANO VINIFICATE DAI NONNI E DAI GENITORI , ovviamente cercando di eliminarne i difetti , aggiungo inoltre che fin quando si parla di mircoproduzioni meno di 4000 bottilglie di rosso ,1000 di bianco e talvolta 1200 di rosato , credo che il produttore possa permettersi il LUSSO di produrlo come vuole e come gli piace senza dover essere necessariamente succube dell’ enologo e della sua idea di vino , e sopratutto senza l’ ansia di prestazione per conquistare o accontentare gli esperti e/o il mercato.
    comunque la ringrazio personalmente per i suoi preziosi consigli e per l’ apprezzamento del 2008 MDG
    cordialmete
    Gerardo Vernazzaro

  • gaspare

    (19 marzo 2012 - 11:22)

    gentile gerardo, non ti conosco di persona anche se ti vidi al convegno di napoli ed in altre occasioni, ma nessuno ci presento’. cmq sia ti conosco, credo anche bene, attraverso gran parte delle tue bottiglie, e ti trovo anno dopo anno più interessante, più coraggioso, e più libero.
    è questo il senso della mia provocazone, il futuro del tintore (e più in generale dei rossi e dei bianchi di tramonti, di cui mi hai stupito col bianco, appunto, di alfonso arpino, in cui sembra di fare un tuffo nei sapori e profumi del passato..) è questo, più libertà. ma sai perché? perché ve la potete permettere.
    ..allora, in bocca al lupo e.. coraggio!

  • Angelo Di Costanzo

    (19 marzo 2012 - 13:04)

    Onestamente più che pensare al futuro del tintore io sarei felice – mooolto più sereno e felice – se si pensasse solo esclusivamente al suo presente. La vigna, un vino è già di per se un progetto a lunga gittata, e mi auguro che sia la vigna a guidare questo manipolo di produttori e non viceversa. E da mero fruitore, non desidero, non vorrei che si pensassero a troppe “menate” per fare questo o quello o aggraziarsi questo o quel palato. Di stupidaggini a tal proposito in Campania se ne sono fatte già abbastanza. Io lascerei i vari Reale, Bove, Apicella e Arpino continuare ognuno sulla propria strada augurandomi che non necessariamente debba condurre ad un unicum (che sarebbe comunque un appiattimento, non trovate?). Tenuta San Francesco come Apicella, Borgo di Gete e Monte di Grazia fanno cose interressanti proprio perché “costretti” da un terroir difficile ed unico. Amateli così come sono.

  • gaspare

    (19 marzo 2012 - 21:40)

    ni.

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