Muriel Barbery, Estasi culinarie e il senso del critico gastronomico

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Cristina De Biasio, Estasi. Olio su tela

di Fabrizio Scarpato


Rue de Grenelle, la camera
Monsieur Arthens, il più grande critico gastronomico del mondo, è in punto di morte.
Il re inebriato dal profumo del potere, il despota in tracotante estasi adrenalinica, il console che scendeva nell’arena gustando l’infinita ebbrezza di incutere terrore nel decidere le sorti dei cuochi di tutto il mondo, domani morirà. Ma questo sembra non avere più importanza.
Non hanno peso nemmeno i contrastanti sentimenti di ammirazione e odio, di rispetto e disgusto che, chi gli è stato vicino, nutre nei suoi confronti: morirà, ma il suo unico pensiero è riuscire a ricordare un sapore che gli frulla nel cuore. Il senso definitivo di tutta la sua vita, la verità profonda, il desiderio primordiale, il gusto non ancora contaminato dal fiume di parole e dall’ eccitazione del potere.


Rue de Grenelle, tra il corridoio e la cucina
Non si tratta esattamente di ricordare, non si tratta di riportare alla memoria attraverso i sensi una emozione legata ad un periodo della propria vita: qui si cerca la ragione di una vita, il principio.
Il punto non è mangiare né vivere, il punto è sapere perché. Impegnativo, non c’è che dire.
La faticosa risalita verso il Big Bang di quella vita poi racchiusa nella scorza irritante di mille parole, non prevede fermate intermedie: non la giovinezza evocata dall’orrenda madeleine di Marcel Proust, una lugubre stramberia pasticciera da pomeriggio scialbo, spesso sbriciolata in pezzi spugnosi dentro un cucchiaio di offensiva tisana, né mamme, nonnette e parentele varie di un prevedibilmente svenevole Anton Ego di fronte alla sua minestrina. Forse Davide Oldani sfiora quella impalpabile e incorrotta certezza del piacere primitivo, puro e popolano, quando confessa che, se fosse consentita una “ultima cena”, lui sprofonderebbe dentro un enorme mastello pieno di gelato alle creme, prima fra tutte la stracciatella.

Rue de Grenelle, l’epilogo

Che monsieur Arthens alla fine riesca a dare un nome alla sua ricerca poco importa. Si potrebbe discutere se veramente il mestiere di critico gastronomico può portare ad un angoscioso tradimento di se stessi, o più drammaticamente chiederci quale corruzione, ancor più profonda di quella indotta dal potere, può portare un uomo a deformare il proprio gusto e persino a rinnegare ciò che ha amato davvero. Si potrebbe, se alla fine non irrompesse Dio, ossia il piacere brutale, il desiderio autentico e incontrastato, il cibo puro e incontaminato, espressione della forza di vivere e di esistere di un uomo, il senso della sua esistenza, la sua anima.

Carlo Martini, Estasi


Rue de Grenelle, esterno giorno, grandangolo

Arthens scava nei suoi ricordi, scandaglia le sue sensazioni, esplora il suo cuore in senso verticale, fino a trovare un tesoro nascosto laggiù nel profondo, al principio di tutto: il senso ultimo. Implicazioni trascendentali e spirituali forse eccessive, tuttavia rispettabili, ma con le quali eviterei di misurarmi qui, ora, anche se identificare Dio con un cibo, sembra un bel salto mortale, coraggioso e intrigante.
Ma restando al senso del vivere, non sarà irrimediabilmente e romanticamente superato collocarlo nella profondità? Non sarà più facilmente rintracciabile, quel senso, in una sequenza di emozioni, di conoscenze e confronti, elaborati e raccolti in quel processo mutevole che chiamiamo esperienza?
Possiamo provare a contrapporre la viva molteplicità, in continuo divenire, della superficie del mondo, rispetto all’immobilità, illusoria e senza vita, della profondità?
La stessa professione di critico, non sarà frutto ed espressione di quella esperienza, la traccia che si manifesta quando l’esperienza entra in connessione con altri pezzi di mondo, in urto con altre storie, con diversi linguaggi, fuori da ogni circoscritta sacralità autoreferenziale?
Surfare per vie orizzontali, coprire gli spazi, scartare di lato, interagire velocemente. Vivere.
Arthens, monoliticamente egocentrico, fino all’ultimo cerca una ragione unica nella parte più recondita e profonda della sua memoria: figlio di una cultura borghese ottocentesca, scava in cerca del bene che ritiene più prezioso e autentico.
Pentendosi di averlo rinnegato, non s’accorge di ripudiare e disperdere, in realtà, tutto il senso, vero e vitale, della sua esistenza: l’esperienza accumulata, le connessioni generate.
Infatti muore, anzi era già morto, senza saperlo.

Nel nome del padre, del figlio e del bigné, amen.

estasi culinarie

Muriel Barbery – Estasi culinarie – Edizioni e/o
(Citazioni da I Nuovi Barbari di Alessandro Baricco – Wired /La Repubblica)

Un commento

  • giancarlo maffi

    (12 settembre 2010 - 07:37)

    un libro assolutamente da leggere, per gente come noi.mi capito’ per le mani in una delle mie espiazioni meranesi, quindi una tafazzata clamorosa per chi già è costretto a 500 cal./giorno.

    mi ha fatto pensare a molte cose, la piu’ importante di tutti è la relazione paranoica che molti hanno con il cibo, io di sicuro.

    mi ci sono ritrovato, in piccolo, in quell’essere fantastico ed anche abominevole .

    ho cercato , lo si fa talvolta per semplificarci la vita , un parallelo con un critico de noantri. mi viene in mente raspelli, prima maniera. ma forse anche oggi, nel suo prodigarsi fra un’osteria e una trattoria. forse cerca ancora il SUO sapore definitivo e spera gli capita in quei luoghi ,secondo me oggi molto spesso finti.

    il sapore definitivo non deve essere perfetto. deve avere qualcosa che ti riporta forse a quando eri feto, o giu’ di li’.

    dopo aver letto estasi culinarie ho cominciato a pensarci su. in realtà il libro della barbery mi ha aiutato a capire in cinque minuti che il mio sapore ( e anche l’odore che è importantissimo) l’avevo già trovato da tempo.

    è una risposta facile, non aspettatevi, tornatore e contursi ne saranno contenti ,roba d’alta cucina.

    un formaggio, puzzolente di stalla , ma dolce d’animo : un formaggio di capra, forse anche misto pecora ma poca pecora, affinato il piu’ possibile vicino a stalle di ogni animale produttore di latte .

    deve avere un ” forte profumo” di stalla. diciamola tutta : deve avere un odore di merda. l’ho detto, mi sono levato il pensiero.

    un odore di merda di vacca, pecora, capra… di gente che mangia erba , bacche, libera nei campi.

    sapori e profumi inebrianti per me, droga pura.

    qualche anno fa mi faceva compagnia un molosso francese, un dogue de bordeaux, il parente con la erre moscia del mastino napoletano ,per intenderci. andammo in montagna ,con la mia compagna, in val badia. scorrazzava felice nei campi ed andava a leccare il muso della vacche ,nei recinti all’aperto.

    ma un giorno si beo’ letteralmente ,sbafandosi una “boasa” ( termine bergamasco) insomma una “torta” di una mucca ,ancora tiepida, con grande goduria.

    la mia compagna si scandalizzo’ un po’, ma io le dissi: guarda che muso felice ha.

    non ebbe mai piu’ la stessa espressione, mangiando , per tutta la sua vita. aveva scoperto ,già, da cucciolo, il suo sapore della vita.

    poi ,certo, quel furbone di pignataro ti provoca con quella foto in testa. perchè forse il sapore definitivo stà li’ , in un anfratto di quel corpo.

    ma questa è tutta un’altra storia…..

    bel libro, lo consiglio a tutti.

    grazie fabrizio per avermelo fatto ricordare.

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