Napoli, Champagne in 20 calici a DivinoInVigna: la terza e la quarta serata con le note degustative

Letture: 127

 

Due ospiti giapponesi e Mauro Erro

Questo sito è partner delle degustazioni di 20 Champagne organizzate da Adele Chiagano e Mauro Erro all’Enoteca DivinoinVigna a Napoli. Ecco l’ultimo resoconto resoconto.

Champagne terzo e quarto appuntamento: il terroir

di Mauro Erro

Dobbiamo immaginare il sottosuolo della Champagne come una sorta di catino, una bacinella i cui bordi ad ovest sono rappresentati dal Canale della Manica e ad est dai Monti Vosgi, protettori anche delle vigne alsaziane.

Champagne in 20 etichette

Un’ideale linea geologica parte da Caen (sulla Manica) per arrivare a Reims passando attraverso Parigi, caratterizzando inequivocabilmente la regione della Champagne, parte sostanziale della depressione marittima dell’era Cretacea e Cenozoica, il cui periodo temporale va da 135 milioni di anni fa per arrivare ai giorni nostri, con un periodo intermedio (il Terziario, 70 milioni di anni fa) in cui un consistente abbassamento della temperatura portò all’estinzione di massa di molte specie animali nonché la sparizione dei dinosauri.

Un tempo il mare si estendeva dalle isole britanniche fino a gran parte dell’odierno territorio emerso della Francia e ciò ha contribuito alla formazione e stratificazione dei terreni lasciando, inoltre, un’importante eredità animale composta soprattutto dalla Belemnite – un animaletto marino, incrocio tra una seppia e un calamaro – e il Micraster – un echinoderma; un guscio – fusi nel gesso del Cretaceo.

Le bottiglie della quarta serata

Il gesso – intriso di alghe calcaree, di sottilissime e fragili conchiglie di finissimi organismi galleggianti vissuti nell’era Cretacea – è la boraccia d’acqua delle radici.

È meglio chiarire però che un’analisi della composizione del sottosuolo evidenzia che solo il 40% delle vigne poggia sul gesso, mentre il resto alloggia sopra un sottosuolo diversamente composto: ciottoli, argilla silicea, calcare, argilla calcarea e sabbiosa, marne. È proprio questa diversificazione il motivo della diffusione dell’uno o dell’altro vitigno (Pinot Nero e Pinot Meunier a bacca nera, Chardonnay a bacca bianca) nella varie zone della regione.

In linea generale, non potendo specificare oltre in questa sede, possiamo suddividere la Champagne in due grandi settori viticoli: uno interessa i vigneti della Marne, dell’Aisne e della Seine et Marne, l’altro i vigneti dell’Aube e dell’Haute Marne, i terreni più antichi risalenti a 150 milioni di anni fa ricchi di calcare.

Un momento della degustazione

Gli assaggi

Laherte Fréres, blanc de blancs, Brut Nature
Azienda nata nel 1889  è fortemente legata alla tradizione e ha sposato la filosofia di coltivare le differenze e di lasciar parlare il terroir. I terreni di proprietà si estendono su 10 ettari divisi in 75 parcelle sparse su 10 rifferenti cru. In Cote de Blancs a Vertus e Voipreux, tutte a Chardonnay 1er cru, nella zona sud di Epernay a Chavot, Moussy e Mancy con i tre vitigni e nella valle della Marna a Boursault con il pinot meunier. 

Mineralità nuda e cruda. Pura e sassosa. Bocca grassa, ma tesa. Meraviglioso.

Guy Thibaud Grand Cru brut Blanc de Noirs
Un pinot nero tanto gaio al naso senza essere stucchevole, quanto beverino al palato: dritto e fresco. Da aperitivo, tutto pasto, fine pasto ripulente, semper e comunque.

Marie Courtin Resonance ed Efflorence extra brut
Dominique Moreau si occupa del marchio Marie Courtin che propone due champagnes ricavati da due ettari tutti a pinot nero. Convinta assertrice della necessità del rispetto della natura privilegia l’agricoltura biologica associata a pratiche di biodinamica: La produzione totale non supera le 18.000 bottiglie.

Entrambi Pinot Nero, il primo affinato in solo acciaio (36 mesi sui lieviti) e il secondo in legno (48 mesi sui lieviti), per alcuni degustatori mostra alcuni punti di contatto con lo stile di Anselme Selosse. Nasi stratificati, maggiore complessità del secondo, il Resonance si caratterizza per una beva più spinta rispetto alla versione “legno” che mostra maggiore grassezza.

Laherte Fréres, Rosè de Saignée, Les Baudiers, Vieilles Vignes
Naso croccante e turgido, bocca ricca e succosa, goduriosa e lussuriosa che esige il pasto per farci l’amore.

Francois Billion Cuvee Marie Catherine Extra Brut  e Millesime 2002 Grand Cru brut
Se il primo appare leggermente “avanti” aprendosi però ad una mineralità evidente, il secondo è una sinfonia di finezza e complessità sempre sussurrata e gentilmente posta al degustatore. Palati, caratterizzati dallo stile Billion, freschi, che invogliano continuamente al sorso. Il millesime 2002 è, sicuramente, una delle bolle francesi più buone assaggiate da noi in quest’anno.

Camille Savès Cuvèe Prestige Grand Cru brut
Grassezza e pienezza contraddistinguono Camille Savès. Anche in questo caso. Naso sfaccettato tra note giovanili e sentori tostati, palato che vuole il cibo.

Pierre Peters L’Esprit 2005 Blanc de Blancs Grand Cru Brut 
Discendente da una famiglia contadina da generazioni operante in Champagne Pierre Peters fonda la sua azienda nel 1946 e negli anni seguenti riesce a riunificare le parcelle che si erano frazionate per ragioni ereditarie, a lui succede il figlio Francois che riesce ad aumentare l’estensione dei suoi vigneti fino agli attuali 17, 5 ettari e dal 2008 la gestione dell’azienda passa al figlio Rodolphe.I terreni sono distribuiti su Mesnil sur Oger, Oger,Avize e Cramant con una età delle vigne compresa tra 30 e 60 anni,

Meraviglioso. Semplicemente. Ancora giovane, per chi ne avesse qualche bottiglia consiglio vivamente un pizzico di pazienza. Naso la cui complessa stratificazione s’apre solo in parte. Bocca di rara eleganza: elastica e tesa.

Voirin Jumel Grand Cru “Cuvée 555″
Anche questo ancor giovane, soprattutto nell’integrazione del legno non completamente avvenuta. Palato ricco. Aspetteremo. Sorprese varie

Renè Collard brut Cuveè reserve 1979 e 1985
Naso crepuscolare, ma affascinante nelle note di camomilla ed infuso per il 1979, dicotomico con note di vivida freschezza (mela verde) e note di frutta secca per il secondo. Al palato entrambi si mostrano cremosi e risolti, con il 1985 a regalare magnifici ritorni retrolfattivi.

Moet e Chandon Reserve imperiale Brut
Naso monocorde su una nota di zolfo. Palato diluito, bolla grossolana e spenta.

La prima serata Champagne

La seconda serata Champagne

Jacquesson n. 733 Brut

Naso semplice, palato altrettanto. Buon succo, buona dinamica e lunghezza.

Gosset Grand Rosè brut

Naso leggermente sporco e non centrato. Palato ricco, anche se a tratti rustico. Mostra una buona personalità, anche se tecnicamente impreciso.

Veuve Cliquot Ponsardin La grand Dame 1996

Naso crepuscolare, che non entusiasma il sottoscritto per la troppa semplicità. Palato più vivo, ma troppo semplice.

Voglio personalmente ringraziare tutti gli intervenuti che hanno capito lo spirito di condivisione e che hanno voluto omaggiarmi/ci della loro presenza e delle loro sorprese etiliche e Dario Pepino, mio personale spacciatore ufficiale.

 

 

5 commenti

  • Lello Tornatore

    (18 luglio 2010 - 11:17)

    Bellissimo, Mauro! Interessante anche l’excursus geologico per comprendere le varie sfaccettature del “terroir”. Prima o poi comunque dovrò partecipare ad una degustazione del genere, a condizione che mi metti vicino ad Umberto, voglio capire ad ogni sorso come reagisce…Ti abbraccio

  • Lucio

    (18 luglio 2010 - 12:13)

    E’ stato un seminario davvero bello. La gente ha capito lo spirito e ha anche capito molte delle cose che si celano dietro le bollicine. Saranno state le bolle, ma l’atmosfera era decisamente gaia e la gente è andata via (tardissimo a volte) sempre contenta e con l’aria di chi aspettava con ansia l’incontro successivo.
    Eventi di questo livello raramente si sono visti a Napoli e, nella depressione culturale della nostra città, costituiscono autentiche perle. Insieme agli enolaboratori, ai luoghi comuni e alle serate al Romeo. La cultura può celarsi anche in un bicchiere di vino.
    C’è poco da fare, il Mullah Omaur (vedi barbone talebano) ci sta abituando bene, ovvero male perché diventiamo sempre più esigenti, ed è un enopunto di riferimento certo ormai. Se vuoi bere bene a Napoli, abbandonando le sterili elencazioni di aromi e andando oltre l’edonistico “mi piace/non mi piace” sai dove andare. Mi fermo qua perché fare il fan boy alla mia età è sconveniente.

    • Luciano Pignataro

      (18 luglio 2010 - 14:29)

      Quoto l’analisi
      ma questa del Mullah Omar l’avevo persa:-))

  • roberto

    (18 luglio 2010 - 20:04)

    mullah Omaur, prego :))))

  • tommaso luongo

    (19 luglio 2010 - 18:45)

    @Lucio sulla definizione di Mullah Omaur…rivendico il 50% del copyright! ;)))

I commenti sono chiusi.