Napoli, la Vigna di San Martino

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Zona “doc” Campi Flegrei

Vitigni: falanghina e catalanesca per i bianchi, piedirosso ed aglianico per i rossi
Vinificazione: acciaio
Fascia di prezzo: il vino non è in vendita ma appannaggio dei soci dell’Associazione Amici della Vigna di San Martino
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di Fabio Cimmino

La Vigna di San Martino è stata aperta per un week end in occasione di maggio dei Monumenti e non mi sono fatto scappare l’occasione per andare a visitarla nella speranza di poterne assaggiare finalmente i vini. Speranza che non è stata disillusa dal momento che l’ ultima tappa dell’interessante passeggiata a piedi nel Fondo della Vigna di San Martino prevedeva una sosta ristoratrice a base di vino, pane ed olio (anche quest’ultimo prodotto dagli ulivi della proprietà). Avrei dovuto e potuto fare una scheda per ogni singolo vino ma trattandosi di prodotti non attualmente in commercio (nè lo saranno a breve e forse mai) mi sembrava fuori luogo. La Vigna dopo essere stata confiscata da Cavour, all’indomani dell’unità d’Italia, all’ordine dei Certosini è stata, poi, successivamente venduta a privati separandola dal complesso monastico della Certosa di San Martino (divenuto nel frattempo museo) con la quale un tempo era un tutt’uno. Dopo vari passaggi mano è giunta nelle mani del gallerista d’arte napoletano Peppe Morra.

Lo stesso Morra con alcuni amici ha dato quindi vita all’Associazione Amici della Vigna di San Martino che vede impegnati i 25 soci ad accudire vigne, uliveti e le altre coltivazioni presenti sulle terrazze che affiacciano su Corso Vittorio Emanuele ed il Golfo di Napoli, un incredibile spettacolo della natura, un fazzoletto di verde miracolosamente illeso, uscito indenne dall’urbanizzazione scellerata degli ultimi cinquanta anni. La manifattura contadina dei vini è evidente anche se risulta abbastanza corretta, inaspettatamente pulita e senza grossolane sbavature. La falanghina si fa apprezzare per le note fruttate intense ma soffre al palato per la presenza di una volatile leggermente sopra le righe.

Una piccola percentuale di catalanesca, che viene utilizzata per il bianco, è ottenuta da alcune vecchie viti preesistenti, ormai abbandonate e lentamente recuperate. Il rosso vede, invece, protagonista un blend tra piedirosso, anche in questo caso da vecchie vigne, alcune di trent’anni, recuperate ed aglianico, da impianti più recenti, di fine anni novanta. In questo caso il vino sembra avere maggiore struttura e coerenza gusto olfattiva con aromi  fruttati e speziati che ritornano al palato. Il frutto è un pò acerbo e ritorna una certa asprezza anche nel finale di bocca (uve forse non perfettamente mature?). Penso che non si possa pretendere di più ed anzi bisogna fare già un grosso plauso per aver raggiunto questi risultati con mezzi di fortuna. Chissà se le bottiglie dovessero diventare un giorno più delle attuali circa 5000 prodotte qualcuna potrebbe fare timidamente la sua apparizione sul mercato… Nell’attesa quando aprono prossimamente la vigna fate in modo di non mancare!
Questa è la Campania felix che vorrei!