Napoli, Ristorante Pizzeria Acunzo: il locale storico del Vomero

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La margherita di Acunzo al Vomero: ricca in basilico

di Monica Piscitelli
Un’accoglienza familiare e una proposta di pizze variate e piatti della tradizione napoletana creati attraverso l’elaborazione di una materia prima scelta con accuratezza tra quella offerta dai fornitori di una vita.
Sono questi i punti di forza della Pizzeria Trattoria Acunzo di Via Cimarosa. Il locale, nato come ristorante nel 1964, è uno di quei posti che chiunque sia del Vomero, o semplicemente napoletano, non può non conoscere.
Collegata storicamente a esso, la Friggitoria Vomero, incrollabile punto fermo dello street food del ricco quartiere collinare nato sul finire dell’Ottocento e cresciuto a dismisura a partire dagli anni Cinquanta.
In questo locale all’angolo tra via Kerbaker e Via Cimarosa, a un passo da Piazza Fuga, dal 1938 si vendono al pezzo crocchettine di patate (panzarotti), paste cresciute, melanzane e fiori di zucca in pastella e “scagliuozzi” (triangoli di polenta fritta). A crearla espressamente per Felice, uno dei suoi sei figli, la signora Filomena. Me ne racconta la storia, la nipote Caterina Acunzo, dal 1971, con il marito Michele Sorice anima di “Acunzo”.

Nei pressi di Piazza Fuga: la Friggitoria Vomero degli Acunzo

Scomparso prematuramente il fratello Felice, Raffaele, suo padre, avviò la sua conduzione del locale nato nel 1964 aggiungendoci la pizzeria un paio di anni dopo. Alla sua morte ne hanno prese le redini i figli: Felice(che circa dieci anni fa ha creato il suo “Acunzo” a Via Aniello Falcone), Patrizio (che affiancato dai suoi assistenti è il pizzaiolo del locale), Antonio (alla guida della Friggitoria di famiglia) e Caterina, appunto, che in pizzeria si occupa dei rapporti con i fornitori e sta alla cassa dividendosi l’accoglienza dei clienti con il marito.

Michele Sorice e Caterina Acunzo, dal 1971 insieme sono “Acunzo”

Da un quarantennio, vox populi, la pizza di Acunzo passa per essere una delle migliori della città. Di certo è, con quella della Pizzeria Gorizia, nata nel 1916, tra le più antiche del quartiere.
Il locale è noto per rappresentare lo stile di pizza della borghesia in contrapposizione con quella popolare del centro storico dove, di fatto, è nata: più piccola (e non “a ruota di carretto”), con un cornicione ben demarcato e soffice; e piuttosto compatta e croccante.

Acunzo, la Pizza alla genovese

La lievitazione lenta dell’impasto per oltre 12 ore, è uno dei punti di forza di questo locale che è stato tra i primi ad affiancare alle pizze della tradizione alcune creazioni più innovative, frutto della ibridazione della pizza con i contorni di verdure della cucina di casa napoletana (friarielli, peperoni) e che ha saputo guadagnarsi per questo motivo l’apprezzamento dei vomeresi.
Generazioni di clienti hanno seduto ai suoi tavoli accolte sempre con immutabile gentilezza e professionalità.

Acunzo a Via Cimarosa: il locale

Michele Sorice, affettuosamente definito da Caterina “l’unico uomo al mondo che ha preso il cognome della moglie” ha dedicato tutta la sua vita alla cura di questi aspetti. Lo ha fatto con la competenza e passione che gli è venuta da esperienze precedenti nel settore e dal successo riscosso nella sua gestione, con il socio Toni Attolino (ex proprietario di D’Angelo a Via Aniello Falcone) di un locale in gran voga a Ischia negli anni Sessanta: “Il Pignatiello”.

La vetrina dei contorni: Parmigiana di melanzane

Quando tra gli altri pizzaioli, all’epoca, si diffuse la voce che la famiglia Acunzo metteva “le ‘schifezze’ sulla pizza”, raccontano, nessuno avrebbe pensato al successo di pizze diventate nuovi classici, come la pizza Salsiccia e friarielli o della “Pulcinella”. Quest’ultima, insieme a quella con i Fusilli e con la pasta e fagioli, è una sorta di omaggio della famiglia Acunzo alla maschera cittadina magnamaccheroni per eccellenza: un ripieno con mezzanelli conditi al ragù bolognese, uova sode, funghi trifolati, ricotta e fiordilatte. In sostanza “Primo, secondo e contorno in una sola pizza” racconta Michele Sorice.

La creazione di Acunzo: la pizza Pulcinella ripiena di mezzanelli

Affianca l’offerta di pizze in continuo movimento la cucina del ristorante sostanzialmente e piacevolmente immobile con l’eccezione della rotazione necessaria dei piatti dovuta alle stagioni. L’antipasto che precede l’uscita delle pizze è affidato alla immancabile frittura all’italiana e ai “Crocchè” con i quali, neanche a dirlo, gli Acunzo, hanno la mano d’oro.

Crocchè di patate
La croccante e leggera fritturina all’italiana di Acunzo

Non manca una ricca scelta di contorni che stanno in bella mostra nella vetrina condizionata che dà sulla strada.
E se proprio non si ha voglia della pizza con circa 25 euro si mangia alla carta dall’antipasto al dolce. Tutti piatti classici: tra primi, dagli Spaghetti a vongole allo Scarpariello; tra i secondi dai Polpi in cassuola alla Scaloppina. Pochi euro per la Parmigiana di melanzane, i Friarielli, le Zucchine alla scapece, i Peperoni in insalata, i Peperoncini verdi fritti e cosi’ via.
Per vino e birra la scelta è limitata, senza pretese, affidata a marchi nazionali e a un paio di aziende vitinicole tra le più note.

Pizzeria Ristorante Acunzo
Vomero, via Cimarosa 60/62
www.pizzeriaristoranteacunzo.com
Tel.081.5785362
Chiuso: domenica

18 commenti

  • Lello Tornatore

    (19 ottobre 2010 - 12:39)

    Mamma mia che dev’essere quella bellissima “pizza pulcinella”!!! L’hai assaggiata, Monica?

    • monica

      (19 ottobre 2010 - 13:55)

      certo come no! ripeto: l’impasto di Acunzo è molto molto buono. io sono un pò tradizionalista nella pizza, ma questa pizza timballo è una bella idea e va per la maggiore.

  • giulia

    (19 ottobre 2010 - 13:13)

    fantastico Monica, che fame, Acunzo fa il paio con Donna Teresa in via Kerbaker, della serie grande Vomero della tradizione low cost:))))

    • monica

      (19 ottobre 2010 - 13:55)

      i due, insieme a Gorizia, sono i tre locali storici del Vomero.

  • dario.iori

    (19 ottobre 2010 - 15:04)

    Purtroppo questa Cucina non è “Concettuale”: Peccato. Si troverebbe sennò tra i pluristellati, tra i pluriforchettati, tra i pluri qualcosa di casa nostra.. Suggerisca pertanto a Michele e Caterina un menù metafisico, magari facendo gustare ai propri clienti un gelato di acqua di pomodori, baccala e melone /(l’ho mangiato io in un noto ristorante concettuale marchigiano) ed altre amenità costosissime. La ribalta (ma so che non gliene frega niente) delle Grandi Guide sarebbe così tutta per loro.

    • monica

      (19 ottobre 2010 - 15:30)

      Ironia allo stato puro, deduco… Gli Acunzo hanno già molte forchette appuntate sul cuore dei napoletani. Non credo (mi piace trasferirvi qualcosa che è una semplice sensazione epidermica) del resto sia nel loro stile la ricerca della ribalta. Sono una coppia di felici ristoratori, mia sensazione, perchè hanno saputo pensare non solo e soltanto al lavoro, ma hanno lavorato duro, pensando alla famiglia. Con uno spirito di servizio per il cliente raro perchè molto semplice, familiare. Senza effetti speciali.

  • dario.iori

    (19 ottobre 2010 - 17:49)

    Concordo pienamente con le Sue idee e valutazioni. In ristoranti di questo tipo, a Napoli come in tutta italia, si rispetta la tradizione culinaria regionale (che il mondo ci invidia) e, come Lei ha giustamente rilevato, una cura per il cliente ormai rara. Che vuol dire non avere personale di sala che ti tratta come un parvenue deficente o che ti assilla con le qualità del cibo e del vino ad ogni pietanza. Li la Cucina è un giocattolo per ragazzini viziati (critici compresi). Da Acunzo e da i suoi sodali una maniera di intendere la vita:

  • fabrizio scarpato

    (19 ottobre 2010 - 18:27)

    Io, che sono un ragazzino viziato, intendo la vita, almeno quella gastronomica, come scoperta, guidato dalla curiosità: in tal senso non faccio differenze. Mi incuriosisce Marianna Vitale come gli Acunzo, Coccia come Esposito. Non se ne può più della cucina della nonna e della mamma intesa come sana, vera e genuina (ho già l’orticaria) rispetto a una cucina contemporanea per contrasto finta e malsana, anche intellettualmente: la cucina tradizionale merita rispetto come la cucina contemporanea, soprattutto quando dietro ci sono storie di uomini e donne che lavorano con passione, esprimendosi secondo sensibilità e cultura. Continuare ad alzare barriere e steccati, a fare distinguo è, quello sì, giochino da bimbi viziati e mai cresciuti, perché privi di curiosità, quindi di esperienza e lontanissimi dalla possibilità di conoscenza. Tutti chiusi in casa, mi raccomando, che così si cresce “genuini”. Basta, per favore.

    • monica

      (19 ottobre 2010 - 18:45)

      Sono perfettamente d’accordo. Acunzo e la Vitale sono solo due cose diverse. Ci sono i curiosi e i meno curiosi. Il mondo è bello perchè è vario, per dirla con una frase fatta. Quello che importa è la serietà con la quale si fanno le cose. Ogni post di questo sito prova solo a raccontare. Lo ho fatto con Acunzo e in altre occasioni con altri, Coccia incluso. La ricerca di soluzioni nuove, sulla linea della qualità ha fatto di quest’ultimo uno dei migliori interpreti della pizza napoletana non marziana, infatti.

      • Orfeo

        (11 giugno 2013 - 23:31)

        Anch’io sono d’accordo. Sono per indole un curioso e mi piace quando qualcuno “esce dal seminato” e mi offre intelligenti alternative alla cucina della tradizione. Vado spesso a cena fuori e posso affermare senza temere d’essere smentito che Napoli è comunque la patria del bluff ( mi hanno addirittura propinato a caro prezzo una parmigiana di melanzane….destrutturata, cioè frullata!). Inutile accapigliarsi ora. I nostri figli verificheranno fra 100 anni chi sopravviverà!

  • Mario Stingone

    (19 ottobre 2010 - 20:12)

    Dobbiamo dare atto alla Pizzeria Acunzo di avere applicato una trasgressione sia intelligente che meditata al prodotto pizza E’stata la prima a proporre più di trenta anni fa, pizze con arditi accostamenti. All’epoca era difficile pensare a una pizza con pasta e fagioli o a un ripieno al forno con mezzanelli. Secondo me, anche se mi dispiace affermarlo, negli ultimi anni la qualità della pasta e la bontà della materia prima usata non è più eccellente come un tempo .

    • monica

      (19 ottobre 2010 - 21:50)

      Trovo la pasta sempre buonissima. Ha una bella consistenza e gusto ed è molto digeribile. Sugli ingredienti credo che si possa discutere. Nel senso che la famiglia ha voluto mantenere i fornitori abituali, mi hanno raccontato. Questa scelta conservativa può non essere premiante. Ma la pizzeria Acunzo, mi sembra di capire è felice di mantenere lo standard che bene o male ha. Non ha grilli per la testa. Del resto, a meno di non essere un locale che fa un minimo di ricerca sulla materia prima, poi, ritengo, è inevitabile risentire a questo livello dell’abbassamento della qualità degli ingredienti disponibili, cosa che si registra puntualmente nelle nostre dispense di casa. Io, lo ripeto, amo le pizze della tradizione ma l’innovazione Acunzo è serena, ragionata, come dici. Soddisfa una domanda senza avere altre pretese.

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  • simone

    (16 luglio 2013 - 11:33)

    Sono stato da Acunzo la settimana scorsa…incuriosito da questa recensione (memore anche dei fasti della friggitoria Vomero, di quando ero bambino)…e devo dire che, come già capitato per Gennaro a Bagnoli (pure recensito su questo blog in una classifica delle migliori pizzerie), la serata si è rivelata un fiasco notevole. Il locale è squallidino, ma si tratta pur sempre di un posto popolare, quindi andiamo oltre. Essendo stata la prima volta, ho tralasciato stravaganze come la pizza con la pasta e fagioli o con la genovese, e ho puntato su una classica margherita con bufala (in genere evito la bufala, ma non sapevo se effettivamente avrebbero messo il fiordilatte oppure i classici formaggi industriali da pizza), preceduta da una fritturina all’italiana. La fritturina era passabile, niente di sconvolgente…mi sarei aspettato di meglio, visto il legame con la friggitoria di cui sopra. La pizza invece era decisamente cattiva. Salatissima, il pomodoro di bassa qualità (troppo acido), la bufala tagliata a fette, un impasto che ricordava il pane per la consistenza…Il tutto servito in un piatto di alluminio che ricorda più un vassoio o un copriruota di automobile…Non saprei…forse dovrei fidarmi un po’ meno delle guide e dei grandi (o presunti tali) nomi…

    • luciano pignataro

      (16 luglio 2013 - 12:40)

      Grazie per il feedback
      Allora facciamo così: indicaci tu qualche buona pizzeria e noi ci andiamo. Senza preavviso e pagando come facciamo di solito, si intende.

      • simone

        (16 luglio 2013 - 18:46)

        Prego, Luciano. Non capisco il tuo commento però (ti do anche io del tu visto che te lo sei preso). Se vuole sottintendere qualcosa, ti prego di aiutarmi a capire perchè, sarò limitato…ma non ci arrivo. Qualche nome? Secondo il mio (discutibile) gusto, le pizze migliori si mangiano nella zona dei Decumani (i nomi sono quelli arcinoti)…Starita…La Notizia (che frequento ormai settimanalmente). Prima o poi vorrei andare (pagando, anche io) dai fratelli Salvo di cui tutti dicono un gran bene. Locali che sono stati tutti recensiti sul blog. Proprio per questo però mi chiedo come si faccia a citare questo locale (o l’ancora peggiore Gennaro di cui sopra) tra le migliori pizzerie di Napoli. E si badi che, da par mio, non voglio sottintendere niente, esprimo solo dubbi su delle pizze qualitativamente mediocri.

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