Nicodemo Librandi, l’impegno per l’identità della Calabria

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Nicodemo Librandi, insieme al fratello Antonio, è al timone della portaerei del vino calabrese: campi sperimentali portati avanti il supporto dei migliori esperti italiani, lavoro sui vitigni autoctoni e su quelli internazionali, vini conosciuti in tutto il mondo. Insomma un’azienda moderna e importante insediata nel cuore di una delle doc più antiche e importanti d’Italia, il Cirò, da noi molto amata e particolarmente seguita perché la base è costituita dal gaglioppo, uno dei vitigni più affascinanti del Sud, identificativo dell’intera regione. Una regione che si sta affacciando con più determinazione sul panorama nazionale, dal patrimonio ampelografico praticamente inesauribile, il più ricco di tutti sicuramente con i suoi quasi 200 vitigni, in cui Nicodemo riveste il ruolo di protagonista. Sono molti, ormai, gli enologi venuti da altre parti d’Italia impegnati qui, ricordo solo Gianni Venica, Riccardo Cotarella, Mario Ercolino oltre che Donato Lanati: la Calabria si presenta in questo momento come una grande opportunità per chi ama sperimentare e proporre cose nuove senza schemi particolarmente vincolanti. Ma anche un territorio dove, come accade del resto in tutto il Sud continentale, è fisicamente impossibile creare filiera, fare massa, proporsi in gruppo. Solita croce e solita delizia, insomma, per chi vive nel Regno delle Due Sicilie. Ma il mare e gli olivi di Crotone, un bicchiere di Gaglioppo, il sole greco e la spiaggia rossa bastano per catturare per sempre il visitatore e farlo tornare. Certo, e il governo tra le sue priorità mettesse il rapido completamento della Salerno-Reggio forse tutto sarebbe più facile.

La data ufficiale della nascita dell’azienda è il 1950, ci puoi ricordare il contesto in cui viene alla luce questa iniziativa?
Mio padre Raffaele era un piccolo agricoltore. Coltivava principalmente la vigna, ma aveva anche un uliveto ed un agrumeto. L’uva veniva trasformata nella piccola cantina di famiglia ed il vino venduto ai commercianti di zona. In questo contesto, a partire dal 1950, mio fratello Antonio iniziò a commercializzare il vino della famiglia, prima in fusti e poi in bottiglia.

Quali erano le caratteristiche produttive e commerciale a quel epoca?
Si lavoravano essenzialmente il Cirò rosso ed il Ciò rosato ottenuti da Galioppo più una piccola aggiunta di Greco bianco. Il vino era venduto principalmente in fusti, alle mescite esistenti nei vari paesi della regione.

Lavorare e produrre in Calabria: vantaggi e svantaggi.
Vantaggi: il clima; la varietà e la ricchezza dei terreni; la posizione geografica della nostra regione, compresa tra due mari con all’interno le montagne della Sila, posizione che assicura buona ventosità ed ottime escursioni termiche fra il giorno e la notte, condizioni favorevoli alla coltura della vite. In più la millenaria tradizione che si riflette nella grande manualità dei nostri contadini.
Svantaggi: principalmente la difficoltà nel dare linee guida ed una riconoscibile personalità all’intero comparto produttivo regionale e cirotano in particolare. Le nostre operazioni di marketing, giusto per entrare di sfuggita nel merito, si sono sempre rivolte al marchio Librandi e mai al territorio o alla Doc Cirò, per questo motivo. Altro svantaggio è indubbiamente l’immagine negativa che spesso ed a torto, si porta dietro la nostra regione.

Essere azienda leader in questa regione, quali responsabilità comporta?
Io non so se la nostra azienda sia o meno leader in Calabria, non è compito mio stabilire la cosa. La responsabilità più grande che sentiamo è quella verso le persone che credono nella nostra azienda, che ci lavorano con passione, e che hanno propri i nostri progetti. Mi riferisco principalmente ai nostri collaboratori ed ai nostri fornitori storici di uva, che hanno legato il loro destino e quello delle loro famiglie alla nostra azienda. Qualora dovessimo essere o diventare leader, la responsabilità sarebbe invece quella di saper influenzare le scelte degli operatori del settore nella regione.

Come mai l’immagine dei produttori calabresi è abbastanza scoordinata vista dall’esterno?
Questa domanda è strettamente legata alla precedente. Per essere leader devi essere riconosciuto come tale e seguito. Così non è nella nostra Calabria. Siamo tutti amici e andiamo in piazza al bar a discutere soltanto se siamo tutti uguali. A Cirò, per citare la nostra zona, non esiste un dialogo su temi legati a strategie e regole comuni di produzione e commercializzazione, o comunque teso a dare linee guide in tal senso, per cui ognuno va per la sua strada.

Già, l’agorà greca di cui siamo eredi diretti. Secondo te bisogna lavorare in direzione degli autoctoni e dei vitigni nazionali?
Attualmente noi siamo più impegnati sul terreno degli autoctoni, ciò non toglie che si possa lavorare con grande profitto su entrambi. In origine noi abbiamo iniziato a lavorare con il Galioppo ed il Greco bianco, tipici della nostra zona. Negli anni ’80 sull’onda di quel momento storico ma anche per aprire mercati nuovi, non ancora pronti ai nostri vitigni, abbiamo investito sugli internazionali, utilizzati principalmente in blend con le nostre uve. Vini come il Gravello, il Terre Lontane ed il Critone, ci hanno dato grande visibilità e ci hanno fatto salire d’immagine. Dall’90 siamo invece impegnati , attraverso un rigoroso processo di ricerca, alla valorizzazione dei nostri vitigni autoctoni. La strategia più importante è quindi quella di dare personalità e unicità ai propri vini, lavorando con serietà per la continuità e la riconoscibilità degli stessi. Ciò non toglie che attualmente l’azienda sia orientata con decisione verso gli autoctoni nella convinzione che sia questo il suo futuro.

Com’è nato il rapporto con Lanati, quali sono le novità che avete introdotto?
Il rapporto con Lanati è nato in un momento storico molto importante per noi. Abbiamo iniziato infatti a collaborare nel momento in cui noi abbiamo deciso di acquistare una tenuta di 160 ettari, da impiantare a vigneti. In quel momento nasceva la decisione di investire sugli autoctoni e di ristrutturare profondamente le dinamiche dell’azienda. Ci siamo quindi rivolti a Lanati sia per il suo straordinario talento di enologo, che per la capacità che ha avuto di creare intorno a se un laboratorio all’avanguardia ed un pool di 40 persone tra biologi, analisti e chimici di livello assoluto. Tale organizzazione, nelle aspettative confermate poi dai fatti, è stata considerata da subito in grado di supportare e spingere oltre le nostre grandi ambizioni.
 
La vostre è un azienda grande, ma a carattere familiare: come vi siete divisi di compiti?
C’è stata una divisione naturale di compiti fra me e mio fratello Antonio, dettata dalle nostre attitudini. Mio fratello si è sempre occupato dell’amministrazione e del rapporto con le istituzioni. Io ho sempre curato produzione e commercializzazione.

Il momento più difficile?
Abbiamo avuto momenti belli e brutti come ce ne sono in tutte le carriere. Nel nostro lavoro forse quelli più brutti sono quelli legati all’imponderabile in vigna. Il sogno è infatti quello di gestire tutto alla perfezione e di scontrarsi soltanto con il limite del terroir o con la variabilità normale dell’annata. Le grandinate o altre calamità non sono previste. Tuttavia anche in questo c’è del positivo, perché ci insegna a rimanere con i piedi per terra e a non pensare mai di poter dominare appieno la natura, principale artefice dei vini.

Le soddisfazioni più grandi raccolte?
Soddisfazioni professionali ne ho avute parecchie. La più importante comunque è quella di rivedere nei miei figli la mia stessa passione.

Quali sono le cose che ti incoraggiano ad andare avanti?
La speranza di raggiungere gli obbiettivi ulteriori che mi sono prefisso. Tra questi, produrre un vino di qualità assoluta da un vitigno calabrese, magari abbandonato.

E quelle che ti frenano?
Le persone che incoscientemente e irrazionalmente cercano di sbarrarmi la strada.

Parlami del progetto di ricerca che sta per arrivare a conclusione e che sarà presentato a maggio.
La viticolture calabrese ha tradizioni millenarie. Coscienti della grande variabilità di vitigni e delle grandi potenzialità del nostro territorio, abbiamo cercato di catalizzare intorno a noi un programma di ricerca serio, che ci dia delle solide basi scientifiche su cui lavorare e che possa rappresentare un volano di sviluppo per il nostro settore. Abbiamo quindi raccolto intorno a noi un pool di indiscussi esperti del settore, per fare chiarezza e capire le potenzialità reali, al di là dei nostri vitigni storici, delle oltre 180 varietà raccolte in giro per la Calabria in tre anni di peregrinazioni tra vecchie vigne. Abbiamo quindi iniziato con la parte genetica e quindi con lo studio del DNA, da parte della dottoressa Grando dell’Istituto di Agraria di San Michele all’Adige. La parte relativa alle descrizioni ampelografiche è stata in vece condotta dalla dottoressa Schneider del CNR di Torino. La parte virologica è stata affidata al Dottor Mannini sempre del CNR. Per quanto riguarda la parte agronomica ci siamo affidati all’agronomo Andrea Paoletti. A Lanati ed al suo laboratorio Enosis invece, è affidata la parte enologica e quindi l’indirizzo generale del percorso di ricerca. Da ultimo, e soprattutto per il lavoro di coordinazione finalizzato nella pubblicazione che sarà presentata a maggio, ci avvaliamo della supervisione del professor Fregoni.

Quale è il tuo giudizio sul ruolo delle istituzioni in questo settore?
In un clima di grande diffidenza generale verso il ruolo dei politici, noi non ci possiamo affatto lamentare. Abbiamo infatti sempre incontrato grande sensibilità verso la ricerca da parte delle istituzioni di settore, che ci hanno supporto, da ultimo, anche economicamente.

Come vedi il vino calabrese nel contesto nazionale?
Ci sono grandi possibilità di imporsi. Il problema è in noi produttori, visto che in molti casi i nostri vini regionali non esprimono abbastanza il territorio e confondono il consumatore. Solo sfruttando appieno la nostra tipicità ed il fortunato contesto pedoclimatico in cui possiamo inserirla, oltre che dando personalità sempre più marcata ai nostri vini, saremo in grado di vincere questa sfida.

Avete subito anche voi la crisi?
Il nostro mercato è ancora in espansione, soprattutto all’estero. Ad essere comunque critici, si può parlare di leggera flessione nella richiesta di prodotti di fascia alta e di innalzamento della richiesta di prodotti base.

Qual è il rapporto con la ristorazione?
Per noi è il canale principale di vendita proprio perché i nostri vini puntano all’eleganza ed all’equilibrio, caratteristiche che ne esaltano il rapporto con il cibo.

Quali sono le tue occupazioni nel tempo libero?
Essendo io un grande irrequieto, questo mia caratteristica si rispecchia fortemente anche nella gestione nel mio tempo libero. Amo quindi viaggiare e fare escursioni, la mia preferita è quella alla ricerca di asparagi su terreni impervi ed in totale solitudine. L’unico momento in cui accetto e mi godo la stasi è nell’imprigionare i momenti nella fotografia, altra mia grande passione.

Il tuo sogno nel cassetto?
Riuscire a selezionare un grande clone di Gaglioppo, che sono sicuro esista e aspetti soltanto di venire alla luce.

Un messaggio ai giovani della tua terra?
Avere il coraggio e la forza di impegnarsi a trovare o a crearsi un futuro ed un lavoro in Calabria. È inconcepibile per me accettare l’idea che la Calabria sia considerata una regione povera, ricca com’è di diversità e  risorse in termini di turismo, di produzioni alimentari, di bellezze naturali e di storia. Gli ostacoli veri sono essenzialmente culturali e quindi, non facilmente, ma un po’ alla volta superabili.