Nova Serra il Greco di Mastroberardino

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Di fronte all’area archeologica di Eclanum, uno dei tanti centro romani fertilizzati dall’Appia, la prima autostrada italiana voluta da Ottaviano per collegare Roma all’Oriente, Piero Mastroberardino ha costruito la nuova tenuta aziendale: oltre sessanta ettari di colline vitate su terreno argilloso che circondano una masseria con piscina ormai pronta ad ospitare gli amici. Su queste colline a 400 metri la brezza estiva mantiene asciutta e sana l’uva durante tutto il giorno, il fresco la tempra di notte. Da questa filosofia nasce il Greco di Tufo Nova Serra: sapete la mia predilezione per l’acciaio quando si tratta di bianco, ma in questo caso il giovane enologo Vincenzo Mercurio, uno dei pochi in Campania a lavorare a tempo pieno solo per una azienda, ha preso davvero bene le misure con una fermentazione in barrique di legno leggero, l’elevamento per quattro mesi e poi l’affinamento in bottiglia. Così, semplicemente, il classico dei classici della Mastroberardino prende forma nel bicchiere in una versione, questa 2004, ricca di sentori agrumati e di frutta gialla, erbe della macchia mediterranea che occupano subito il posto del floreale. In bocca il vitigno rivela la sua grande personalità: fresco, intenso, persistente, sapido e minerale, davvero difficile cogliere il legno con il retronaso, cosa che invece accade con quasi tutti i vini pallidi del Nord. Una sentinella della tipicità che troverete in circolazione sui dieci euro, un prezzo assolutamente competitivo per un bianco che si presenta tra i migliori da noi assaggiati della vendemmia 2004 in attesa che i vari Fiano di Avellino ritrovino il loro necessario equilibrio in bottiglia, pensiamo dopo l’estate. Questo Greco annuncia squillante la leadership campana di questa azienda storica, confermata da una sterminata batteria di nuovi prodotti che la posizionano in vetta nelle diverse tipologie: parliamo della Falanghina come del Lacrimarosa da aglianico, ma soprattutto del Radici Taurasi 2001 che a nostro giudizio è il migliore in assoluto che sia mai uscito dalle cantine di Atripalda. Un perfetto equilibrio tra gusto moderno, complessità olfattiva e rispetto del varietale mentre il Naturalis Historia ci ricorda di più l’aglianico tradizionale e in questo bicchiere amiamo sempre rifugiarci con passione quando siamo di fronte ad agnelli irpini di qualità, come il cosciotto cotto nel fieno dai ragazzi della Pergola di Gesualdo. Questa rinnovata attenzione al prodotto dell’azienda leader è dunque motivo di ottimismo per tutto il vino campano, impone agli altri lo stesso sforzo e soprattutto di mantenere il giusto rapporto tra la tasca e il palato.