Per chi suona il Campanaro

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Quando un enologo, anche il più bravo del mondo, incontra un nuovo vitigno autoctono, ha tre scelte. La prima è abbinare l’uva locale a quella internazionale per tipicizzare il prodotto e vinificare comunque con una rete enologica e commerciale di salvataggio. Questa impostazione ha avuto particolarmente fortuna nella prima metà degli anni ’90 quando, all’inizio del boom vitininicolo italiano, i produttori si lasciavano aperte entrambe le strade. La seconda opzione del nostro enologo è quella di versare chardonnay o merlot dentro un bombino e un gaglioppo lasciando dichiarare in etichetta al produttore che si tratta di uve autoctone vinificate in purezza. Sappiamo infatti che i vitigni internazionali sono tali proprio per la loro superiorità vegetativa e hanno nel blend la stessa funzione che ha il caffè nel latte. Questo trucco è comunque affascinante perchè dimostra come in pochissimi anni la sensibilità dei consumatori sia talmente cambiata, rovesciata, da considerare questo innocuo trucchetto alla stessa stregua di una pericolosa adulterazione chimica. Sappiamo che il vitigno italiano più «lavorato» in questo senso è il sangiovese, con aggiunte di cabernet e merlot che variano in genere dal 5 al 15 per cento. La terza scelta, quella più lineare con le moderne esigenze a nostro modesto avviso, è quella di prendere le misure e, vendemmia dopo vendemmia, man mano che si padroneggiano le caratteristiche del frutto e del territorio, tirare fuori la tipicità, l’irripetibilità, la conoscibilità. Il Campanaro 2003 dei Feudi, molto meno decantato e lodato del mitico 2000, primo tre bicchieri bianco campano della storia, è assolutamente paradigmatico di questa terza opzione di lavoro. Come è successo già con la Falanghina di Villa Matilde, Riccardo Cotarella ha preso le sue misure, adesso non vuole più che questo vino piaccia sempre a tutti, ma che sia invece first of all riconoscibile. Non è un caso che il Campanaro sia passato da igt con il 15% di greco a docg con il 100% di fiano. E il Fiano di Avellino emerge infatti con le sue note minerali caratteristiche sin dalle prime battute mentre con l’aumento della temperatura di servizio ci imbattiamo nella consueta nocciola tostata, il legno conferisce complessità olfattiva e strutturale, al naso è intenso, persistente, in bocca è ben equilibrato, abbastanza morbido, con una bellissima spalla di freschezza, nonostante l’annata siccitosa, che lo abbinabile ad un numero infinito di piatti di mare, di terra e anche di carne. Un grande bianco della tradizione campana, che lascia la bocca pulita grazie alla frustata amarognola replicato «appena» in 26.000 bottiglie. r

Dal Mattino, 11 marzo 2005