Piero Antinori: nella leggenda del Tignanello una storia di successo agricolo


Piero Antinori

Piero Antinori

Il Tignanello è un rosso prodotto dal 1971 in Toscana da Antinori. A chi è appassionato non c’è bisogno di aggiungere altro perché è un punto di riferimento assoluto. A chi invece non è dentro al mondo ormai esoterico degli addetti ai lavori, interesserà sapere che questa etichetta è stata lo squillo di tromba del vino italiano, il simbolo del riscatto di un mondo che stava in crisi, quella agonia culturale, economica e sociale di cui tanto ha scritto Pier Paolo Pasolini. Parliamo della prima bottiglia del Belpaese che i ristoranti hanno potuto esibire con orgoglio insieme ai grandi francesi e che ha capovolto il luogo comune secondo il quale sotto le Alpi era impossibile produrre qualcosa degna di essere imbottigliata.

Tignanello vino
Piero Antinori, venticinquesima generazione al lavoro nel cuore di Firenze, protagonista di questo successo, ha deciso di raccontarlo in poco più di 200 pagine nel libro «Tignanello, 1971. Una storia toscana» (edito da Cinquesensi, 45 euro). Il suo ruolo nella viticoltura italiana può essere paragonato a quello di Adriano Olivetti nella industria o di Enzo Ferrari nei motori. Generazioni di ferro, dotate di una concezione visionaria e totalizzante del proprio lavoro, attenta ai conti ma soprattutto agli obiettivi.

Tignanello

Tignanello

Ma quello che distingue il Marchese Piero dagli altri due è soprattutto il senso della tradizione: il padre Niccolò lo lasciò a soli 28 anni a dirigere l’azienda per ritirarsi in campagna e lui ha interpretato questo ruolo come uno staffettista: prendere il testimone rapidamente, correre il più possibile per lasciare vantaggio a chi viene dopo.
Ora, a 76 anni, può iniziare a tirare le somme con un bilancio più che positivo perché è una delle aziende leader nel mondo, ha appena terminato la costruzione della spettacolare cantina al Bargino dentro una collina scoperta e poi ricoperta. Quali sono i segreti di questa fantastica avventura umana?

Renzo Cotarella

Renzo Cotarella

Il primo è lo stesso Piero Antinori a rivelarlo nella introduzione: «Ho sempre seguito e sempre seguirò questa regola: nei momenti di incerti orizzonti, mai tirare i remi in barca attendendo miracoli o riprese; è invece l’ora di inventare, di rilanciare, di investire. Un principio che andrebbe tenuto sempre presente, tanto più oggi, mi sento di dire, in questa fase di stanca profonda che vive l’impresa italiana. Soprattutto l’impresa legata al territorio, che non può scappare oltre confine e non vuole svendere agli stranieri».
Il secondo segreto del Marchese lo si scopre leggendo il libro: circondarsi sempre delle migliori professionalità, non lesinare sugli investimenti. A partire dal grandissimo Giacomo Tachis, l’uomo che ha inventato la moderna viticoltura di qualità, con cui ha lavorato ben trent’anni insieme. E ancora Emile Peynaud, l’autore di tutti i testi sacri dell’enologia francese e mondiale, Luigi Veronelli, filosofo e giornalista della terra che ha anticipato di mezzo secolo i temi diventati oggi pane quotidiano anche nei rotocalchi. E anche il «vinattiere californiano», così lo definisce, Robert Mondavi che apre la mente a uno sguardo globale ante litteram in agricoltura. Sono loro gli artefici, ciascuno per le proprie competenze, del successo del Tignanello. Ma, ancora, guardare sempre avanti, organizzare il nuovo corso con il mitico Renzo Cotarella, oggi amministratore delegato della Antinori («se fu mio padre a riconoscere a valorizzare le potenzialità di Giacomo Tachis, Renzo Cotarella è stato una mia felice e fortunata scoperta»), le figlie Albiera, Allegra e Alessia. E già i nipoti, ventisettesima generazione, sono in pista.

Giacomo Tachis

Giacomo Tachis

Più che una storia, questo libro è allora un manuale di come si costruisce il successo nel mondo del vino partendo da una situazione in cui il tramonto della mezzadria decretato per legge stava portando all’abbandono della terra e alla sua perdita di valore estestico, aspetto su cui molto si insiste, con decisa pignoleria, in ogni capitolo del libro.
Un grande vino non può che nascere da una viticoltura sana, di grande qualità, in cui il bello e il buono siano compatibili, quasi una rivincita della visione hegeliana del mondo in cui etica ed estetica vanno di pari passi. Ossia, l’esatto opposto di quanto si pensa oggi generalmente in Italia, il paese in cui il bel presentarsi e presentare basta a coprire deficit di studio, di ricerca, di sacrificio. Valga per tutti il capitolo in cui si decide di mettere pietra bianca, l’alberese, ai piedi delle vigne per meglio gestire il rapporto con il calore e la luminosità. Una idea scattata visitando vigne in California dove i viticoltori mettevano teloni bianchi.
Il Tignanello è stato, ed è, un successo mondiale: nasce nel cuore del Chianti ma con una variabile allora non contemplata, ossia il matrimonio tra il vitigno autoctono sangiovese e quelli internazionali. Quella che oggi sarebbe considerata una scorciatoia nel 1971 fu una trovata geniale che svoltò l’attività riuscendo a creare reddito e, dunque, la possibilità di investire.

Ed è esattamente quello che Piero Antinori ha sempre fatto per restare sempre un passo in avanti.
Ecco perché questo libro, ben scritto, curato e con immagini bellissime, può essere letto anche da chi non ha mai bevuto un bicchiere di vino. Anzi, lo consigliamo soprattutto a chi è fuori dall’esoterico circolo del vino italiano.