Pizza Hut e l’Italia. Abbiamo perso rovinosamente, e continuiamo a farci del male

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Una sede di pizza hut

di Marco Lungo

Non capisco. O lo capisco troppo bene e faccio finta di non farlo. Nel mio piccolo, porto avanti una serie di sperimentazioni mirate a migliorare i nostri prodotti da tanti punti di vista. Ho coscienza, rispetto ad altri, che esista Pizza Hut. Pizza Hut, nel mondo, è l’entità che produce più pizza al giorno di qualsiasi altra. Se chiedete ad un americano medio chi ha inventato la pizza, ti risponderà convinto Pizza Hut.

Propone pizze assurde per noi che, non si sa più a chi ormai, continuiamo a dire che la pizza l’abbiamo inventata noi. Bravi. Ma chi ci ascolta più? Pizza Hut è una pizza standardizzata, incredibile ma mangiabile, l’abbiamo vista per decenni consegnata a casa nei film americani e perfino nei cartoni animati. Pizza Hut. Niente di italiano. Solo una cosa che non vi descrivo come è fatta, con un topping (condimento) spesso incredibile per noi, una capacità di ramificazione mondiale enorme, apps che si scaricano dovunque per avere la tua Pizza Hut a casa in pochi minuti ovunque sei.

Noi, dico noi italiani, dove stavamo?

Eravamo qui, a discutere ancora di pizza romana, pizza napoletana, pizza non so che… mai di nulla che fosse rappresentativo del nostro modo nazionale di fare la pizza. Non siamo un popolo, siamo una massa di campanilisti deficienti.

Così, nel 2013, ci troviamo ancora a discutere di come è fatta la Guida del Gambero Rosso, piuttosto che indagare sulle reali intenzioni di Oscar Farinetti, invece di capire che è ora di farla finita.

Farla finita, ora o mai più, se non è già troppo tardi.

E’ allucinante, credetemi, fare sperimentazione nel mondo della pizza e ricercare un prodotto unificante. No, ci si divide su delle cavolo di stupidaggini come cornicione, alveoli, pieghe a portafoglio, scrocchiantezza, neologismi di vario tipo. Nel frattempo, il mondo ci ha fottuto. Basta, non si può continuare così.

Era successo già con Starbucks. Un americano entrò in una caffetteria milanese quando stava in vacanza e tornò in America con l’idea di replicarla. L’ha fatto, ora è un impero.

Noi stiamo qui, ancora a discutere se sia meglio una pizza napoletana o una romana, non capendo un cavolo di quello che succede intorno a noi, pensando sempre ai cavoli nostri o ad una buona stella che ci protegga. Pensiamo che il pizzaiolo napoletano vada in America e faccia i soldi? Sì. Ci vada. Ma a noi, che ce ne torna? Niente di niente. Stiamo a discutere della superiorità della pizza napoletana contro il cosiddetto “Resto del Mondo”? E perché? Per i numeri, la napoletana ha perso in partenza. Piace solo ad un ristretto numero di persone nel mondo, non è che si possa contestare più di tanto, perché è così già in Italia. Pizza Hut, infatti, non imita una napoletana ma una specie di romana; per forza, prende la palletta e la mette sotto una spianatrice automatica riscaldata, che vuoi che esca fuori?

Di più. Non siamo neanche ai primi posti come consumo pro capite di pizza. Il primo assoluto è il Brasile. Consuma, nel 2011, 1.200.000 pizze al giorno. Dedica perfino il 10 luglio alla Festa Nazionale della Pizza. Sì, hanno una festa nazionale. Noi,non abbiamo manco quella e neanche ci si è mai pensato. Festa Nazionale. Di una cosa non loro, nostra. Stiamo bene così.

Ora, ragioniamo su questi fatti. Molti dei nomi famosi attuali hanno di fronte un futuro e delle generazioni già cominciate, con figli quanto meno. Come si può pensare che ci sia sempre una buona stella che li protegga a tutti in futuro? E’ finita, c’è la globalizzazione alle porte, non c’è spazio per la superstizione. Ci sono solo i fatti.

Stiamo ancora qui, a discutere della napoletana o di altro. No. Discutiamo di una pizza italiana, che racchiuda tutti i punti migliori delle varie pizze che produciamo. Unifichiamo, mettiamo a fattor comune il meglio delle nostre esperienze. Non possiamo stare ancora a fare un campanilismo da Palio di Siena medioevale su tutto. Non siamo un popolo, lo sappiamo. Io sono Romano, sono orgoglioso di esserlo ma non sarò mai Leghista o estremista per quanto riguarda la mia Patria. Germania e Giappone hanno perso la guerra rovinosamente ma, tempo venti anni, senza più una industria bellica che è uno dei motori del Capitalismo Moderno, erano nuovamente delle Potenze Economiche e lo sono ancora. Noi no.

Noi stiamo qui, ancora a discutere se la pizza napoletana è la migliore oppure no. Se la romana si fa in un certo modo o no. Se cinquantacinque milioni di italiani mangiano pizza vera o no. Se Farinetti con Eataly ha fatto bene o no. Intanto, da venti anni, Pizza Hut convince duecento milioni di americani di avere inventato la pizza.

Stiamo a discutere di queste cose. Il tempo passa e non ci assiste nessuno, perché siamo stupidi noi, e molto.

Scrivo questo la notte di San Lorenzo, perché tanto in molti si affideranno a qualche stella cadente per risolvere il problema.

Il guaio è che, se veramente funzionasse e dovesse qualcuno risolvere il problema, lo farebbe eliminandoci tutti.

Marco Lungo

17 commenti

  • Lucariello da Soccavo

    (12 agosto 2013 - 10:51)

    ci si divide su delle cavolo di stupidaggini come cornicione, alveoli, pieghe a portafoglio, scrocchiantezza”… a me non paiono stupidaggini e standardizzare un prodotto artigianale mi sembra solo una enorme fesseria.

    • Marco Lungo

      (12 agosto 2013 - 14:38)

      Beh, se rimetti la frase nel contesto in cui stava, ha un senso. Se la estrai così, no.

  • Giustino Catalano

    (12 agosto 2013 - 11:44)

    Benchè stimi Marco Lungo, ed è noto anche a lui, stavolta non concordo. A me degli imperi di altre nazioni ed in particolar modo di quelli statunitensi, dove ho anche vissuto per 8 mesi e mezzo, importa ben poco. Non trovo che ci sia termine di paragone tra un prodotto, sia esso pizza o altro, standardizzato e un prodotto artigianale. Le discussioni tra napoletana o italiana fanno solo bene alla pizza e al suo mondo. Ne mantengono le rispettive apprezzabili peculiarità.
    Aiutano la preservazione della tradizione delle diversità di lavorazione, dell’affettività familiare intesa come diversità da uomo a uomo di preparazione ed elaborazione del cibo. Non mi piacerebbe un paese con tanta tradizione ridotto ad un luogo dove la pizza o il formaggio (o altro) che mangio a Pordenone sia identico a quello che trovo a Canicattì.
    La diversità è una ricchezza e non un handicap.
    Per quanto riguarda la globalizzazione, termine spesso demonizzato, farei un distinguo profondo. A mio sommesso avviso ne esistono due. Una buona che è quella che accompagna l’umanità da sempre facendo si che da culture diverse ne nascano di nuove frutto di un sano matrimonio tra eccellenze di differenti provenienze. L’altra cattiva che è solo basata su una replica industriale di qualcosa che non ha nulla del meglio nè della propria cultura nè di quella assorbita. Gli USA sono la patria degli spaghetti con ketchup e polpette e di tanto altro. Mi sembra che si guardi ad un modello che non ha alcun valore e che muta spesso a seconda di mode e voleri (FDA in testa).
    Nel 1984 era scoppiata la moda del “Cholesterol free” (libero da colesterolo) e “Vitamin Add” (cibo vitaminizzato). Milioni di americano consumavano accanto a succhi di concentrato d’arancia addizionati di numerosi complessi vitaminici porzioni di gelato da 4-500 grammi e più (“tanto è cholesterol free!!!”).
    Oggi è tutto nel cassetto della memoria statunitense ricoperto di ragnatele.
    Mc Donald’s comincia a vacillare con i propri pranzetti da coronarie otturate e le dosi di caffè da 1 e due litri sono scomparse…
    Ma davvero quello è un modello da prendere come riferimento?
    Per quanto mi riguarda le cose vanno bene così. Meglio 1000 pizze buone a settimana che 30.000 da buttare in pattumiera.

    • Marco Lungo

      (12 agosto 2013 - 12:03)

      Grazie Giustino del consueto apprezzamento. Vedi, il tuo punto di vista non è lontano da quello mio di qualche tempo fa. Il problema che vorrei evidenziare è un altro. Noi non siamo capaci di fare nulla di unificante neanche nelle nostre eccellenze, ed il mondo intero ci fotte. Per me che sperimento pizza, so che trovare un prodotto che abbia il meglio di tutte le nostre pizze è possibile, lo so fare, lo abbiamo fatto e replicato. Non ha ovviamente confronto con Pizza Hut, ma nessuno lo porterà mai in giro per il mondo perché ci hanno già fregato perfino la primogenitura del prodotto! Questo prescinde, quindi, dal discorso delle particolarità locali. Quelle ce l’hanno tutti i Paesi e se le tengono strette, come noi. Però, riescono ad uscire verso l’estero con qualcosa di rappresentativo ed unificante, ovviamente al loro livello. Noi no. Noi stavamo meglio a Spaghetti e Mandolino, un altro po’, era qualcosa che ci accomunava meglio. Adesso facciamo addirittura polemiche e dietrologia di tutti i tipi dietro a Farinetti, per come abbiamo visto. Lui farà l’imprenditore, farà i cavoli suoi, farà quello che gli pare, però un marchio Italiano all’estero unificante lo ha portato, cazzo. Uno. Praticamente, niente, se poi consideriamo anche la sua diffusione. Il mio intento è far capire che, quando Pizza Hut aprirà in Italia, per molti sarà finita. Veramente finita. In che campo, poi? La pizza. No, non è una cosa che posso accettare più di tanto e, credo, molti Italiani, ad oggi non lo farebbero altrettanto.

      • Giustino Catalano

        (12 agosto 2013 - 12:16)

        Io ci andrei piano a vaticinare un successo di Pizza Hut in Italia Marco. Sarà sicuramente accompagnato da folle di gente ma non ha futuro come non ha futuro un made in Italy massificato. La forza di piccole nazioni ricchissime di diversità alimentare ( e gli americani mi spiace ma non ne hanno nemmeno una che sia loro e giocosamente ti sfido a trovarmene una che ti dò la provenienza esatta e la sua storpiatura americana) come l’Italia sta proprio nel piccolo e nei piccoli numeri di esso. Non siamo una nazione che produce milioni di tonnellate di ogni singolo prodotto come gli Stati uniti o il Brasile dove esistono ranch di bovini da 125.000 capi.
        Spingere il piede su una generalizzazione di un prodotto a mio avviso non aiuta il prodotto e lo massifica. Pizza in testa. Personalmente amo la pizza napoletana ma mi piace tanto anche quella di Padoan, Bosco e Ravagnan. Se sono a Roma mangio ben volentieri pizze al livello di quelle di Casa o altri. E’ questa diversità che ci rende unici. Su Farinetti, per quel che mi riguarda, concordo sulle capacità imprenditoriali ma ne discuto il metodo. E, permettimi, in tutte le cose il metodo è importante. Altrimenti si può giustificare qualsiasi cosa. Dalle gesta di Mussolini a quelle di Berlusconi in politica o financo, per rimanere in tema di cibo anche la mozzarella di Bufala fatta con latte di mucca ed estratto di bufala. Sono i numeri e il brand a giustificare? Non ti credo. Questa è la tua solita arguta provocazione. Con stima.

        • Marco Lungo

          (12 agosto 2013 - 12:51)

          Mah, ripeto, al nostro interno abbiamo una diversità invidiabile che è bene tenersi stretta, però non ci sto al momento in cui altri, sui nostri prodotti o, ormai, presunti tali, creano imperi che potranno presto venire ad insidiare qui, a casa nostra, quello che si è fatto. Pizza Hut non metterà mai in crisi i grandi nomi, il problema è che di grandi nomi ce ne sono solo per le dita di due mani. Il resto, quello che lavora con la teglia da 10 euro, avrà il problema, tanto per dare una precisa connotazione del target di mercato. Non è che Pizza Hut abbia mai voluto avere l’eccellenza. No. E’ il basso-medio che colpisce. McDonald’s insegna. In venti anni o poco più, da quando sono sbarcati in Italia, si è rivoltato un concetto importante ma non ce ne siamo accorti. Prima di loro, mangiare carne era più costoso che mangiare, ad esempio, la pizza. Oggi no, perché con un euro mangi carne (evitiamo poi le solite analisi sulle quali non posso che essere d’accordo), carne, un alimento pregiato. L’impatto, perciò, non sarà sulle nostre eccellenze, non ci pensano proprio. Il mercato vero è tutto l’altro, quello che sarà ancora più alimentato dalla crisi. E nessun italiano ha fatto un passo in tal senso. Poi, come sempre, avremmo da discutere sul metodo, anzi, io direi meglio dell’etica se non della deontologia proprio, e qui il discorso Farinetti cade a cecio, però non è questo, secondo me, l’argomento portante. Qui ci stanno spogliando di tutto da anni. Non solo non siamo mai riusciti a portare qualcosa di unificante all’estero ma quello che avevamo, dall’alimentare al tessile, oggi è straniero al 100%. Perfino i supermercati migliori oggi sono catene estere. Se non è una invasione dopo una sconfitta rovinosa, questa, dimmi tu…

          • Giustino Catalano

            (12 agosto 2013 - 13:10)

            E di chi è la colpa di questo guardare al prezzo anzichè al valore intrinseco? E qui siamo in pieno accordo. Ma anche questo aspetto non è un disvalore ma un plusvalore. Io vedo sempre più gente che fa attenzione a cosa mangia (teniamo lontani dal ragionamento quelli che considerano il cibo un carburante e basta). E vedo sempre meno persone disposte a ingerire qualsiasi cosa basta che costi poco e avolerla dire tutta chi fa la teglia a 10 euro merita anche di soccombre in quanto ha scelto un segmento dove le multinazionali sono imbattibili (scarsa qualità a basso costo). Com’è che chi fa qualità non accusa il colpo? Cosa è mai accaduto di così strano che ha fatto si che ad Altamura Mc Donald’s chiudesse? Sommossa popolare? Desiderio dei cittadini di tutelare il proprio patrimonio? Assolutamente nulla di ciò. Semplicemente il pane dei Mc qualcosa faceva schifo. Tu vivi a Roma anche se ho capito sei spesso a Bari ma guardati intorno. Cosa viene offerto ai turisti? Lo chiameresti cibo quello? Se sei capitato a Venezia o a Firenze ti sarai reso conto che la situazione non cambia (ovviamente facendo salvi i tanti che non si piegano a tali logiche in ciascuna di queste città). Se guardi nelle stesse città i Mc Donalds li vede stracolmi e con la fila. Ora vai a Palermo e prova chiedere un panino ca meuza con il ketchup..vedi se trovi qualcuno che te lo concede. O chiedi a Bari di cuocerti le cozze pelose o a Napoli di mettere il parmigiano sugli spaghetti a vongole..il panorama sarà sempre lo stesso. Nessuno ti accontenterà. E non è un fatto di latitudini ma di indisponibilità a piegarsi a richieste che trasformano la tradizione. Cosa voglio dire? Semplicemente che chi ha da temere da un Pizza Hut è chi fa qualcosa che non ci rappresenta. Ed allora se la legge di mercato è quella che conta (e su quello siamo d’accordo entrambi) soccomberà come è giusto che sia.
            Che vengano. Non possono a mio avviso che farci del bene. Ci aiuteranno a far capire la differenza tra qualità e cibo scadente. A me non fa paura chi prende e imita, peraltro facendolo male, ma chi prende e fa meglio. Quello lo temo davvero.

          • dario

            (12 agosto 2013 - 14:12)

            Ciao Marco, ho avuto modio di leggerti (molto) quando esprimevi, su Dissapore, le tue giuste idee sulle peculiarità della pizza italiana, fino al dettaglio chimico degli ingredienti e dei lieviti utilizzati. Ho anche disquisito con te, in qualche incontro. Vedo finalmente che il tema Pizza Hut, o Starbuck o NeroCafè etc incomincia, in questa povera e provinciale Italia, a farsi largo.Ebbene noi italiani siamo sempre ultimi perché SIAMO gli ultimi. E modesti nel recepire idee, provinciali nel replicarle, pezzenti nelle visioni, miopi nel focus di qualsiasi attività imprenditoriale degna di questo nome. Quando vendiamo la cioccolateria ai Turchi, il latte ai francesi, et etc non siamo “internazionali” ma solo dei bottegai malati di nanismo, anche intellettuale, soverchiati dalla globalizzazione dei marchi, delle peculiarità ( di cui, diciamocelo, a 100 km dal confine non gliene frega un cazzo a nessuno) ormai massificate o sostituite con altre, moderne, attuali. Il caffè di Edoardo, alla napoletana, stà nei musei, insieme al Ragout di mia nonna cucinato per sette ore di fila mentre recitava il rosario. Quanti giovani, di tutte le etnie, lavorano da Pizza Hut? E da Starbuck? e da Nerocafè? E quanti dopo qualche tempo fanno impresa con quello che hanno imparato? All’estero moltissimi. E in Italia? Si iscrivono all’Accademia della Vera Pizza Napoletana, ultimo rantolo politico di qualche assessore in cerca di voti. E pregano Dio in un posto al Ministero.

          • Marco Lungo

            (12 agosto 2013 - 14:23)

            Eh. Siamo giunti alle stesse conclusioni. Il punto è proprio quello. Il nostro mercato è fatto al 90% o giù di lì di persone che si trovano propinate pizze indicibili. Allora, indicibile per indicibile, ti arriva una catena straniera che te la fa meno indicibile, te la porta a casa in un attimo, sta dappertutto, e vince. Chi è abituato mediamente bene per tradizione locale, non cambia. Però, se vieni a Roma, capisci perché Pizza Hut vince facile. E parliamo di almeno 4 milioni di persone, non di una bazzecola sul totale italiano. Che ad Altamura succeda quello che hai detto, ci mancherebbe pure. Però, quanti sono? O a Palermo? E, se devo fare il campanilista, guarda caso perché succede al Sud? Ora, noi siamo un Paese già in crisi. Ci stiamo in buona parte per colpa nostra. Per un Farinetti che c’è, ci sono mille “imprenditori” che si sentono tali con una Srl da 4-5 persone e si credono “Amministratori” senza che, almeno, nessuno li abbia mai pagati prima in un’altra società per esserlo. Se questo ulteriore avvento porterà una sfida persa in partenza ed una pulizia, beh, in altri tempi ne sarei stato contento. Oggi, con questa crisi, no. Ci hanno già spezzato le reni, non lo abbiamo fatto noi agli altri. E, per quanto riguarda il fare le cose nostre meglio, ti posso dire che i Giapponesi sulla pizza stanno facendo veramente paura. Io li seguo con una certa costanza, uso i traduttori per capire, e quello che fanno esteticamente è già abbastanza irriconoscibile dalle nostre pizze napoletane, solo che hanno già trovato il modo di impacchettarle, metterle sotto vuoto, spedirle, farle al microonde addirittura… un’altra testa. Noi, qui, a discutere di cosa, se non siamo neanche preparati a pensare che qualcuno ci possa rubare il mestiere e farlo meglio?

  • Gennaro De Gregorio

    (12 agosto 2013 - 12:09)

    L’argomento è interessante e si presta ad essere analizzato sotto molteplici punti di vista. Vi è indubbiamente l’aspetto economico, quello politico ed in fine ma solo per ragioni di spazio c’è anche un aspetto culturale. Vediamo dunque di analizzarli, anche solo superficialmente, uno per uno. Cominciamo con l’aspetto economico; in termini di occupazione ed anche di imposte versate, una realtà come quella indicata nell’articolo produce solo apparentemente maggior ricchezza. In italia esistono decine di migliaia di pizzerie e ristoranti che danno occupazione ad un numero di addetti probabilmente maggiore di quelli direttamente impiegati dalla multinazionale americana, ognuno di essi genera anche un profitto che finisce per contribuire al pil nazionale, molto più di di quanto lo faccia pizza hut, in america, inoltre, fatto non marginale, fare il pizzaiolo all’estero o in italia, è potenzialmente un fattore di ricchezza per ogni italiano che vi si voglia cimentare con professionalità, dubito che dirsi pizzaioli alla Hut costituisca biglietto da visita per un eventuale ristoratore americano che volesse intraprendere, quanto vale già oggi questa ricchezza? Tralascio le considerazioni su cosa potrebbe significare un domani. Consideriamo ora l’aspetto politico. In italia, ma non solo, realtà come quella indicata nell’articolo, stentano ad emergere, anzi ad esclusione di poche iniziative fortunate, notiamo che esse sono quasi tutte nordamericane, almeno quelle che operano nel campo della ristorazione. Non saprei dire con certezza quale ne sia la causa principale, però a me pare indubbio, che simili realtà, per crescere abbiano bisogno di condizioni di mercato molto favorevoli, una tassazione non troppo oppressiva, norme sanitari meno stringenti e meno burocrazia, infine fare notare che anche la Germania si è fatta portare via uno dei suoi patrimoni alimentari (l’hamburger) e questo vorrà pur dire qualche cosa, visto che parliamo di una delle economie più efficienti del mondo, forse le ragioni di questa differenza, sono proprio di natura politica. Infine vi è un ultimo aspetto, che a mio modo di vedere è quello più importante ed anche il più complesso da analizzare, l’aspetto culturale. 1) non è detto che alla lunga la globalizzazione comporterà che il modello pizza hut, si rivelerà vincente.2) la pizza napoletana piace a pochi! Chi lo dice? a parte il fatto che anche quella schifezza di Hut deve il suo successo al fatto di essere una pizza, e quindi “culturalmente” napoletana, ma osservo che anche la pasta al dente, una volta piaceva solo ai napoletani, mi pare che anche qui le cose stiano cambiando, o no. Dunque è indubbiamente vero, che il campanile, è sotto certi aspetti un limite, quando ci contrappone in maniera becera( e questo credo sia il vero punto nodale dell’articolo di cui sopra), è però altrettanto vero che potrebbe un giorno, diventare la nostra principale ricchezza, se solo smettessimo di voler sempre copiare gli altri. L’unica nostra ricchezza(e la pizza ne è una ulteriore prova) è l’intelligenza, usiamola! Pizza Hut in fondo sta lavorando per noi.

  • safie_d

    (12 agosto 2013 - 12:22)

    un punto di vista..un mio amico americano ha lanciato una
    linea di food truck di pizza napoletana a NY. Ha fatto una buona ricerca sugli
    ingredienti, importati dall’Italia, sulla scelta dei forni, ha collaborato con
    un ottimo consulente napoletano per l’impasto. E poi ha scelto di utilizzare le
    presse. Per velocizzare le operazioni? No, perchè le pizze devono uscire tutte
    perfettamente identiche, nessun difetto, questo è l’importante..//..?..;)

  • antonio morabito

    (12 agosto 2013 - 19:03)

    Vivo in centro america e capisco perfettamente l’analisi fatta, è così buona la pizza napoletana per me che sono campano, , anzi cilentano, ma quanti realmente in tutto il mondo avranno avuto modo di provarla e apprezzarla? Quanti realmente sanno che Pizza Hut è solo una pessima imitazione? E soprattutto a quanti potrà piacere più la nostra bella napoletana e non l’americana? De gustibus non disputandum est…ed il mercato globale ci sta mangiando e denigrando!

    • Marco Lungo

      (13 agosto 2013 - 15:57)

      Ecco, grazie Antonio. I contributi dall’estero sono quelli che servono per far capire come stanno le cose.

      • antonio morabito

        (13 agosto 2013 - 16:42)

        Grazie Marco, a parte la pizza potrei farti tantissimi altri esempi come il Tiramisù o la pasta.
        C’è bisogno, da parte di noi italiani, un pò più di apertura mentale, un pò più di flessibilità…sarebbe facile e gratificante avere clienti disposti a cercare di cogliere l’essenza di ogni piatto però la reltà è diversa e la maggior parte delle volte noi chef dobbiamo cercare di andare incontro ai gusti della gente.
        Vediamo la cosa in un ambito puramente italiano, se sei un Cracco o un Don Alfonso o un Alajmo, e non me ne vogliano tutti gli altri grandi chef italiani, è normale che un cliente si sforzi di cogliere l’essenza di una loro creazione, ma se sei uno chef, magari non stellato, appassionato ed originale, le cose si complicano un pò perche saranno poche le persone disposte a capire ed interpretare un tuo piatto ed è lì che entra in gioco la flessibilità di cui parlavo prima, la capacità di adattarsi alle esigenze di diversi palati e di offrire ad ogni cliente esattamente quello che si aspetta da noi.
        Credimi che io ho imparato tutto questo a mie spese, sono arrivato in terra straniera con la presunzione di essere italiano e quindi di avere tutte le porte aperte ma le cose non sono andate esattamente così ed ho dovuto, per fortuna, imparare ha capire di cosa ha bisogno un commensale, fare una ricerca introspettiva ed offrire esattamente ciò che il cliente sta cercando e sta predegustando nella sua mente.
        Si tratta di offrire un servizio personalizzato, a misura di palato…quanti di noi sono disposti a farlo?

  • Marco Lungo

    (13 agosto 2013 - 15:56)

    Purtroppo, caro Gennaro, i numeri di Pizza Hut sono impietosi per noi. Ma mica solo loro. Ho portato un esempio grande, per far capire come stiamo ridotti male a forza di battaglie becere, come dici tu, però basta andare in Norvegia, come mi ha fatto notare un amico su FB, mi ha indicato la pagina di Peppe’s Pizza, che esiste lì da anni, e quella pagina fa da sola più like di tutti i nostri pizzaioli messi insieme. Perciò, adesso che possiamo misurare un fenomeno anche così, facciamolo e rendiamoci conto di come stiamo. E ci sono altre catene a noi sconosciute che, da sole, fanno numeri che non ci immaginiamo. Ora, che tra di noi si possa ancora migliorare come prodotto, prendendo il meglio di quello che sappiamo fare in tutta Italia, l’ho detto e ridetto. Che, però, qui si voglia ancora fare il nostro campanilismo del cazzo, non se ne può più, ci sta portando alla rovina, perché non è mai stato un miglioramento nella diversità ma un continuo scannarsi in modo più o meno velato su questioni, spesso, di lana caprina, invece che crescere. Pizza Hut fa da sola in un’ora i numeri dei nostri ristoranti in un giorno, e li fa 24 ore su 24 perché sta in tutto il mondo. Impiega tanta gente, perché ci sono vari compiti, il lavoro è diverso e impostato in un’altra maniera, per cui li paga anche bene. Noi, per me, adesso, dobbiamo solo stare zitti e capire dove abbiamo sbagliato, perché la colpa è nostra, del nostro sistema, del nostro Governo, delle nostre cavolo di banche ma, in primis, nostro che non abbiamo mai saputo portare avanti un cavolo di cosa del Made in Italy unica, presentabile, esportabile. Non lo abbiamo mai fatto, questi sono i risultati.

  • Marco Lungo

    (13 agosto 2013 - 16:01)

    Eh già!!! Finiscono con le presse perché il mercato non accetta difformità! Però, sotto quella pressa, ci si può mettere di meglio, si può studiare anche da noi come farla al meglio, la conoscenza degli impasti è (o era) nostra, per cui nessuno ci si è mai impegnato! No, la demonizzazione della pressa è stata un’altra cavolata galattica, come se nessuno pensasse che milioni di persone possono volere la stessa cosa. La stessa cosa. In milioni. Tutte le volte. Succede, però tanto qui pensiamo che rimarremo immuni da questo fenomeno, quando già il 90% degli italiani mangia pizze incredibili fatte con preparati, semilavorati, basi da riscaldare… siamo già maturi per Pizza Hut, eccome se lo siamo…

  • eric cartman

    (23 novembre 2013 - 07:47)

    ma lasciate che gli americani facciano quello che vogliono a casa loro con la pizza i panini e il caffè….qui preferiamo mangiare buono e sano

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