Poderi Foglia, Concarosso

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Roccamonfina è un terroir straordinario per il rosso, di meglio riusciamo a pensare solo il Taburno e il Vulture: al netto di Galardi, Telaro e Prattico, nuove realtà confermano una crescita grazie alla quale l’aglianico preme sul merlot laziale seguendo la strada già tracciata dalla mozzarella: Delli Colli, D’Isanto, Perrotta Amore e ancora le aziende di Sessa sono i presidi della rinascita vitivinicola campana. Consolidata l’esperienza della Vestini Campagnano, l’avvocato Alberto Barletta e la moglie Maria Grazia si insediano con una bella azienda curata sin nei dettagli proprio ai confini del Lazio lungo la Casilina nel territorio di Conca della Campania: sul terreno vulcanico sorvegliati da una antica cisterna romana i risultati non si sono fatti certo attendere. Concarosso e Concabianco sono i due bicchieri pensati da Paolo Caciorgna, lo stesso enologo dello strepitoso Greco di Tufo di Benito Ferrara, uno dei nostri preferiti con Petilia e Torricino. Rosso con aglianico e pallagrello nero, bianco con falanghina e pallagrello bianco, tutti coltivati nell’azienda appena terminata nella quale ci sono due corpi di fabbrica, quello destinato alla degustazione, gli uffici e piccola foresteria di appoggio e quello per la cantina e la bottaia. Il bianco è buono, ma a colpirci è stato il rosso, sottolineatura del terroir come abbiamo appena scritto: il bicchiere non ha la pretesa di essere indimenticabile, rientra nella fascia tra i 5 e i 10 euro ed è dunque quello di cui la Campania ha bisogno. Sì, perché se è possibile trovare facilmente tanti bianchi buonissimi ad ottimo prezzo è molto più difficile elencare i rossi capaci di dare soddisfazione al palato senza dover ricorrere a un mutuo in banca. L’esempio classico sono sempre stati i Falerno di Moio e Villa Matilde, nella nuova generazione pensiamo al Campole di Alois, al Donnaluna di De Conciliis ad alcuni produttori di Aglianico del Taburno. Il Concarosso ha un naso ricco, in bocca la ricerca della morbidezza tipica dell’enologo toscano è ben equilibrata dalla freschezza e dalla tannicità regalate dal vitigno e dal terreno, il legno non è invasivo adeguandosi alle ultime tendenze del mercato anglosassone ed è dunque un bicchiere sempre da colmare perché non stanca mai, come la persona di cui siamo innamorati. Con queste caratteristiche vince allora la sfida della classica cucina partenopea: la sua morte sono la parmigiana di melanzane, gli ziti di Vicedomini al ragù, il sartù di riso e quanto altro riuscite a pensare. Noi lo beviamo tranquilli sull’arancino di riso di Pietro Rispoli, squillo di tromba della sua nuova avventura che dal Cenacolo di Salerno lo porta a due passi da Montevetrano, in quel di San Cipriano Picentino.