Polpette e pallottole: il cibo nei film di mafia da Il Padrino a Quei bravi ragazzi

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Don Vito Corleone (Marlon Brando) in Il Padrino

 di Roberto Curti

«Può succedere che devi cucinare per una ventina di ragazzi un giorno. Cominci con un po' di olio e ci friggi uno spicchio d'aglio. Ci butti dei pomodori, un poco di conserva, friggi e fai attenzione che non s'attacca. Quando tutto bolle ci cali dentro salsicce e polpette. Poi ci metti uno schizzo di vino e un poco di zucchero. È il mio segreto».

Contrariamente a quanto il lettore potrebbe pensare, il monologo qui sopra non è tratto da una trasmissione gastronomica, la persona ai fornelli non si chiama Benedetta ma Clemenza, e non è una giovane donna di bella presenza bensì un corpulento italoamericano di mezz'età. Il suo pubblico – per la verità non troppo attento, e accondiscendente più per dovere e rispetto che per reale interesse – è il giovane Michael Corleone (Al Pacino), e i «ragazzi» per cui Clemenza sta cucinando sono i picciotti della «famiglia» mafiosa dei Corleone, in assetto di guerra contro Sollozzo «Il Turco», che ha spedito all'ospedale con cinque pallottole in corpo il «Padrino» Don Vito (Marlon Brando).

Il Padrino. il matrimonio iniziale

Nel portare sullo schermo il romanzo di Mario Puzo, Francis Ford Coppola interpreta la convivialità come momento rivelatore della cultura mafiosa, spia di mentalità, rituali e comportamenti più emblematica di mille parole. Il Padrino si apre con una festa di matrimonio, un banchetto che ha luogo nei dintorni di New York ma riporta in vita un pezzo di Sicilia, tra piatti tipici e canzoni popolari cantate sul palco. Un'isola impermeabile alla cultura del paese che la ospita: se la villa dei Corleone è presidiata da un nugolo di poliziotti pronti a intervenire al minimo pretesto, nel corso del film è al dialetto siculo che i picciotti ricorrono per comunicare in maniera esclusiva tra di loro, senza pericolo di essere capiti. E proprio il rapporto con la tradizione caratterizza Michael Corleone. Il quale all'inizio è tanto distaccato dalla famiglia da pranzare appartato con la fidanzata Kay (Diane Keaton), totalmente estranea a quel mondo e incredula di fronte al racconto dei metodi di persuasione di Don Vito, la celeberrima pratica dell'«offerta che non si può rifiutare».

Michael Corleone (Al Pacino) in Il Padrino - Parte II

Una sequenza chiave del Padrino ha luogo al tavolo di un ristorante: da Louis, «dove si mangia la miglior vitella della città». Mentre il corrotto capitano McCluskey si ingozza, tovagliolo legato al collo in spregio all'etichetta, Michael e Sollozzo discutono d'affari davanti a un bicchiere di vino rosso italiano. Parlano nel dialetto dei padri, che Sollozzo mastica con una certa disinvoltura – l'attore è Al Lettieri, ottimo caratterista visto anche in Getaway di Peckinpah e approdato nel nostro paese (Vai gorilla di Tonino Valerii e Bordella di Pupi Avati) prima della prematura morte d'infarto nel 1975 – e che invece Michael fatica a padroneggiare, dovendo a un certo punto rinunciare e proseguendo la conversazione in inglese.

Al ristorante ci si rimpinza, si fanno affari e ci si ammazza come cani. Per vendicare il padre, Corleone fredda Sollozzo e McCluskey: l'irlandese, colpito alla gola mentre sbafa la sua vitella, tossisce e annaspa come se gli fosse andato un boccone di traverso prima che Michael lo finisca con una pallottola in testa. Riparato in Sicilia per sfuggire alla polizia e alla vendetta della famiglia rivale, Michael verrà a contatto con quelle radici che fino a quel momento ha snobbato, trandone nuova forza per diventare, tornato negli Stati Uniti, il nuovo Padrino. Ma se la forza di Michael è conciliare i due mondi in una sintesi che consenta alla «famiglia» di proseguire quel processo vampiresco di integrazione che li porterà a legami sempre più stretti con la finanza e la politica, l'anziano Don Vito è invece preda di un decadimento senile che lo porta a crogiolarsi nel ricordo della propria terra, dei suoi odori e sapori («Lo sai che il vino ora mi piace più di prima? Il fatto è che ne bevo di più…» confessa a Michael), e a morire nell'orticello di pomodori piantati incongruamente nel giardino della villa, un fazzoletto di terra che porta in sé la memoria di tutta una vita.

In Il Padrino parte II l'insistita simmetria con il film precedente è il viatico per raccontare l'evoluzione antropologica della mafia. Come il primo capitolo, la narrazione – dopo un prologo siciliano a inizio secolo – si apre su una grande festa familiare, con invitati che mangiano e bevono, cantano e ballano, e un vecchio picciotto in attesa d'essere ricevuto da Michael, il quale come il padre tiene udienza nel salotto mentre fuori si festeggia. Ma le cose sono cambiate: la villa – non più a New York ma nel Nevada – è circondata da auto della polizia non in assetto di sorveglianza ma di protezione: un cameriere porta addirittura un vassoio con un sandwich e un bicchiere di champagne a un poliziotto in attesa. La famiglia Corleone non è più un corpo estraneo ma si è infiltrata nel tessuto del paese, con uno spirito pionieristico che è una perversa mimesi del mito di frontiera americano, e che porta Michael a espandere le proprie influenze oltre i confini del paese, nella Cuba di Batista (e una torta di compleanno tagliata a fette e distribuita tra coloro che partecipano all'affare farà da metafora della spartizione dei dividendi).

Ray Liotta, Joe Pesci, Catherine Scorsese e Robert De Niro in Quei bravi ragazzi

Un mutamento che ha il suo prezzo: l'anziano picciotto Frankie Pentangeli, invitato al sontuoso ricevimento di Michael, si lamenta: «Ma che schifìo si mangia accà? Perché arriva un picciotto con una crosta di pane con un'ostia di fegato e mi dice “Canapé”. Io ci rispondo: “Canapé'sta minchia, voglio un timballo di melanzane, io!”», e tenta invano di insegnare alla banda sul palco a suonare la tarantella. L'abbandono delle tradizioni è il prezzo necessario per il cambio di pelle, il passo successivo ma inevitabile di una mutazione che ebbe inizio il giorno in cui il piccolo Vito Antolini da Corleone arrivò a Ellis Island e fu per prima cosa privato del suo vero cognome.

In Quei bravi ragazzi, a tre lustri di distanza dal film di Coppola, Martin Scorsese riprende l'immagine dei mafiosi mangiaspaghetti facendone un leitmotiv grottesco. Raccontati dalla voce narrante del protagonista Henry Hill (Ray Liotta), che appena ragazzino entra a far parte della cerchia di Paulie (Paul Sorvino), scoprendo che «non dovevo più fare la fila dal fornaio la domenica per comprare il pane fresco», i goodfellas di Scorsese sono perennemente a tavola; persino in galera, affrontata come una villeggiatura forzata di lusso, trovano il modo di rifornirsi di cibarie d'ogni genere, dai salami alle aragoste, in una delle sequenze più memorabili. «In carcere la cena era sempre un grande evento, c'era sempre un primo di pasta e un secondo di carne o pesce» racconta Henry. Anche Paulie, come Clemenza, ha un suo segreto culinario. «Paulie si occupava dell'aglio. Lo affettava con una lametta, così sottile che si scioglieva nella padella con un filo d'olio. Vinnie era incaricato del sugo. Secondo me ci metteva un po' troppa cipolla, ma era un ottimo sugo. Johnny Dio faceva la carne, non avevamo la griglia e quindi cuoceva tutto in padella. Affumicava tutta la prigione e i secondini soffocavano, ma faceva una bistecca fantastica

L'appetito famelico che contraddistingue i «bravi ragazzi» fa da metafora della sete di denaro che ne muove le azioni, un continuo rubare uccidere e imbrogliarsi a vicenda, inesausti come squali di terraferma in perenne movimento e dallo stomaco senza fondo. Scorsese mescola toni ilari ed efferati con effetti spiazzanti, così come i suoi protagonisti mescolano il nutrimento e l'omicidio, la cucina e il «bisinissi». E se in un'altra sequenza straordinaria, uno strafatto e iperattivo Henry deve conciliare nella medesima giornata la consegna di armi rubate, la spedizione di un carico di droga e la preparazione di una pantagruelica cena di famiglia (ziti al sugo di carne, peperoni arrostiti, fagiolini saltati e costolette fritte a mo' di antipasto) – un episodio che ispirerà il notevole Pusher III del danese Nicolas Winding Refn, altra storia di malavita, cibo e violenza estrema –, l'intercambiabilità di cibo e corpi, nutrimento e violenza è costantemente e provocatoriamente ribadita: un coltello servito per preparare la cena poco dopo verrà piantato nella pancia di qualcuno, cadaveri sono trovati appesi in celle frigorifere come quarti di bue. E quel sugo di pomodoro che ribolle in pentoloni fumanti è il corrispettivo alimentare degli schizzi di sangue che imbrattano volti corpi pareti e pavimenti nelle sequenze di violenza, tra teste che esplodono come pomodori maturi e sangue che schizza come conserva, in un crescendo di efferatezze per palati forti.
Mezzosangue irlandese che per questo non potrà mai diventare boss, per evitare d'essere ammazzato Henry tradisce i compagni, diventando un testimone dell'FBI e rifacendosi una nuova vita sotto un'identità fasulla. Libero e al sicuro, ma costretto a dare l'addio alla bella vita criminale cui era abituato. E anche le battute finali che Scorsese e il cosceneggiatore Nicholas Pileggi riservano al loro mafioso di piccolo cabotaggio riconducono al cibo, in un'analogia fulminante che chiude il cerchio. «Devo fare la vita di tutti gli altri. E si mangia anche di schifo. Appena arrivato, ordinai un piatto di spaghetti alla marinara e mi portarono le fettuccine col ketchup. Sono diventato una normale nullità».

2 commenti

  • leo

    (4 marzo 2012 - 09:42)

    Tre dei migliori film di sempre. E non a caso diretti da due italo-americani, appassionati della nostra cucina come critici gastronomici.

    Leggevo proprio ieri di Coppola e del suo vino http://divini.corriere.it/2012/03/03/coppola-ora-torno-agli-anni-cinquanta

  • enricobotte

    (5 marzo 2012 - 11:27)

    ho amici e parenti negli “States” quasi tutti lavoratori nel settore della gastronomia (pizzerie e ristoranti).
    il piatto forte per tutti è il: Meatballs with tomato sauce.
    se ne preparano chili e chili da riproporre durante la settimana.
    piatto importato con l’importazione della “cultura italomeridionale” della tavola e chiaramente utilizzato trasversalmente sia da i “buoni” che da i “cattivi”.
    non poteva non diventare l’icona della “famiglia” a tavola.

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