
di Giulia Cannada Bartoli e Angelo Di Costanzo
è incoraggiante notare come la passione per il vino e per il territorio che accomuna le persone riesca ad amalgamare e fondere nature e caratteri diversi e a trasformare una serata di degustazione, sia pur prestigiosa, in un’esperienza prima di tutto di vita. Abbiamo lavorato in tre a quest’evento: Angelo Di Costanzo, Primo Sommelier della Campania 2008, sua moglie Raffaella Avalllone, per tutti Lilly, Sommelier professionista e appassionata cuoca ed io. Ad Angelo il compito di raccontare la verticale nelle sue accezioni più tecniche, a Lilly il sapiente abbinamento con i piatti, a me la cronaca commentata di questo straordinario evento . C’èra emozione e curiosità nell’aria, le bottiglie di Montevetrano 2006, 2005, 2004 e 2001 stappate e pronte per raccontarsi e lasciarsi raccontare. Il parterre è misto: appassionati, sommeliers, qualche giornalista, qualche ristoratore. La vignaiola di San Cipriano Picentino mette subito in chiaro una cosa: siamo qui per bere un vino, non è un mito, è il risultato del duro lavoro di persone che tentano di interpretare al meglio quello che la natura esprime a Montevetrano, valorizzando la vite e soprattutto la terra. Mi accorgo, continua Silvia, che l’agricoltura e la terra vengono all’ultimo posto, un terreno agricolo si considera libero e magari idoneo al passaggio della Tav o alla costruzione di un’inceneritore. La storia del Montevetrano è ormai nota a molti: la passione condivisa con amici per il vino e la fortuna di possedere vigne e terra all’ombra del massiccio del Montevetrano hanno cambiato la vita di una donna che da fotografa è diventata negli anni il simbolo della rinascita della viticoltura campana, producendo vino in quella cantina di un casale settecentesco ereditato da nonni e genitori il cui buio tanto la spaventava e affascinava da bambina. Il primo Montevetrano esce nel 1991, il vino in quegli anni non viveva il boom di adesso. Il successo immediato spaventa Silvia, i miti hanno le gambe corte, scompaiono con la stessa velocità con cui sono comparsi, la fatica è resistere al tempo e alle mode. Oggi, dice Silvia, sono più felice di allora, faccio vino da circa vent’anni e mi sembrano pochissimi rispetto a storie di tradizioni centenarie. Qualche volta Silvia ha vacillato sulla scelta di continuare a produrre un solo unico vino, ma poi timori di fare un secondo “figlio” hanno avuto la meglio. In quanto a gambe, chilometri e miglia macinate, Silvia è pari ad Angelo Gaja: instancabile non si ferma mai, racconta il suo vino alla gente che lo capisce e lo beve: <Il mio vino deve essere compreso>. La destinazione delle 30,000 bottiglie di Montevetrano all’anno è costantemente monitorata: <In azienda dobbiamo sapere dove vanno le nostre bottiglie>. Fondamentale l’archivio aziendale, Silvia conserva gelosamente tutte le annate per comprendere nel tempo le diverse espressioni del suo vino. Dal 2008 una scelta importante: finalmente il Montevetrano riuscirà ad uscire sul mercato due anni e mezzo dopo la vendemmia, cioè con sei mesi di affinamento in bottiglia in più. <Un costo che solo oggi posso permettermi> dice orgogliosa Silvia. Veniamo alla serata, impressionante il numero delle macchine fotografiche e degli scatti a go go. Silvia ride: “non avrei immaginato che una fotografa di professione sarebbe finita poi davanti l’obiettivo” e questo la imbarazza.
Arriva il primo vino, il 2006, un bambino ricco di esuberanza acida nota Angelo di Costanzo, lo portiamo al naso, esplosione di frutta, la nota tannica non è ancora perfettamente risolta, ma le premesse di grande complessità nel tempo sono ottime. I primi sorsi vanno giù con deliziosi “tortanelli” rustici preparati da Lilly Avallone. E’solo l’inizio di una sequenza di piatti che questa esile e caparbia ragazza, sommelier professionista e cuoca per passione ha preparato per noi. Arriva la prima entrèe, sformatino di gattò di patate con provola affumicata, mortadella e crema di funghi porcini. Un piatto di notevole equlibrio, soffice, saporito e la crosticina croccante come il gattò delle case napoletane di una volta. Questo è il bello della cucina dell’Arcante: sapori tradizionali, netti, magari che stanno scomparendo, presentati con modernità ed eleganza.
Poi il 2005, tannicità opulenta sentenzia Angelo. Ci ritroviamo nella descrizione del Patron, il vino ancora nel bicchiere tira fuori una potente nota vegetale, tante spezie e una bella zaffata balsamica. L’abbinamento è un must della tradizione flegrea, “zuppetta di scarola riccia dei pozzolani, con fagioli e mozzariello”. Si tratta, ci spiega Angelo, della “marenna” (merenda) dei muratori di Pozzuoli impegnati nelle innumerevoli riscostruzioni post sismiche. Un piatto di sostanza, il “mozzariello” è un’insaccato della tradizione locale che si compone delle parti meno nobili del maiale impastate con peperoncino piccante. Un alimento povero e oggi difficile da reperire. Intanto Silvia non si impone, si avvicina ai tavoli se richiesta. Le domande sono tante, tutti vogliono capire qual è il comune denominatore, il fil rouge che lega le quattro annate e in generale, il collante di tutte le annate del Montevetrano. Silvia risponde che non c’è un modello il Montevetrano, come tutti i vini di qualità dovrebbero essere, non è mai uguale a sè stesso, è prima di tutto specchio dell’annata, dell’esposizione delle vigne, dell’andamento del clima, dell’epoca di vendemmia e della mano dell’enologo Riccardo Cotarella. Dopo la seconda entrèe, è il momento della pasta, i paccheri del Pastificio Artigianale Arte & Pasta di Boscoreale, esaltati da una performance strepitosa di Lilly che combatte con spazi ridottissimi in cucina. Il Vesuvio di paccheri ripieni di ricotta di Montella, sinuosamente ricoperto da una profumata passata di pomodoro contadina prodotta da Colle Spadaro piccola autentica azienda viticola dei Campi Flegrei.
Nel bicchiere il Montevetrano 2004, “voluttuosità del frutto” mi annuncia Angelo, il naso, inizialmente piu’ chiuso, si apre con potenza, la frutta avvolge, seguita da note vegetali meno marcate rispetto al 2005, cannella e una nota di cioccolato di pasticceria, aggiunge Gerardo Vernazzaro enologo di Cantine Astroni. Tutti sono con il naso del bicchiere a ricercare note in continua evoluzione: Sdrammatizziamo! Dice Silvia, stiamo parlando di un vino che si deve bere, è finito il tempo del rigore della critica e dei premi che pur fanno piacere e mercato.Mercato, la parola con cui tutti devono confrontarsi. Oggi la selezione è naturale afferma Silvia, la qualità prima di tutto. La gente ha imparato a bere meglio e bisogna sempre girare e parlare con le persone per avere la giusta percezione di come ci si avvicina al vino e che tipo di spazio nella propria vita la gente gli da.Siamo arrivati alla conclusione di questa Verticale che, sussurra Angelo, è la più bella ed interessante serata andata in scena all’Arcante, nonostante il faticoso incastonamento degli ospiti nella piccola e accogliente sala degustazione.
Il Patron ci presenta il 2001, un campione di equilibrio e di armonia. Una fortuna rara poterlo degustare. Non è più in vendita e Silvia non lo concede facilmente. Stasera ha portato una bottiglia in omaggio all’Arcante a sottolineare il piacere di essere con due persone che della passione per il vino e per la propria terra hanno fatto una ragione di vita. L’abbinamento con il filetto di maiale (da suino allevato nei Campi Flegrei) profumato di erbe e spezie in riduzione di Montevetrano e aceto balsamico ha funzionato alla grande. Intanto il 2001 continua a mostrare una complessità da manuale ed una lunghezza interminabile. Angelo ha intuito il fil rouge, ma prima di svelarcelo ci incanta con il dessert preparato da Lilly: piccoli capolavori di cioccolato fondente Venchi al 75% con cereali o con ciliegia sotto spirito, anche questa fatta in casa.Montevetrano 2001 e cioccolato fondente sono predestinati: un matrimonio d’amore.Il fil rouge secondo Angelo? Si può racchiudere nel termine che i francesi utilizzano spesso per definire i loro grandi chateaux bordolesi, suplesse, che può avere diverse inclinazioni tradotto in italiano, una di queste è elasticità, in una parola un concetto estremamente espressivo del Montevetrano che l’accompagna sin dalla nascita. Siamo davvero ai saluti, Silvia si congeda con un invito a Montevetrano in campagna e ci dice: “Ho sempre adorato la campagna e oggi comprendo che la natura ti dà la misura del tempo e la relatività e l’incertezza del nostro essere, fare vino, fare agricoltura serve anche a sdrammatizzare la vita e a viverla con ironia e sano fatalismo.”

La degustazione tecnica di Angelo
Montevetrano 2006. Il Montevetrano è prodotto esclusivamente con uve di proprietà, cabernet sauvignon, merlot ed Aglianico nella selezione clonale vicino all’aglianico di Taurasi. Viene vinificato ed imbottigliato nella tenuta, a garanzia del controllo totale di tutto il ciclo produttivo. Il 2006 si presenta con un colore rosso rubino, di bella vivacità caratterizzato da poca trasparenza, segnale questo di grande estrazione che si evince anche dalla consistenza nel bicchiere che manifesta lungo le sue pareti una certa presenza glicerica con "lacrime" ricche e lente nello scivolare. Il primo naso è intenso su note vegetali, immediatamente un riconoscimento peperone, poi si apre su note di piccoli frutti surmaturi, ribes e mirtillo, accentua la sua complessità su lievi sensazioni balsamiche che ne esaltano la vinostà. In bocca è secco, la spalla acida ne accentua la giovine età ma non nasconde una struttura ampia e complessa. La profondità di questo vino solo il tempo potrà esaltarla, dona già segni tangibili di buona longevità; da servire alla temperatura di 16 gradi in calici ampi ma non eccessivamente, risulterebbero accentuare la sua attuale esuberanza olfattiva sulle note vegetali. Lo abbiamo abbinato ad un gattò di patate con provola e mortadella e salsa di funghi porcini, tendenza dolce, succulenza ed aromaticità da contraltare a sensazioni olfattive intense, acidità e lunga persistenza del vino.
Montevetrano 2005. Il colore è di un rosso rubino, carico e caratterizzato da una impenetrabile veste cromatica. Di buona consistenza nel bicchiere. Il naso manifesta note olfattive molto interessanti ed eterogenee, iniziano su sensazioni fruttate dolci accompagnate da eleganti esalazioni balsamiche; Poi confettura di susina, mirtilli e ribes neri, note di spezie sottili ed eleganti, pepe nero in primis. In bocca manifesta la sua giovane tannicità, senza esagerare, sorretta da un frutto estremamente ricco e voluttuoso che gli conferisce un gusto eccezionalmente persuasivo. E’ intenso, persistente e molto lungo anche nel finale di bocca. Da servire in calici mediamente ampi dopo aver lasciato per tempo debito ossigenare la bottiglia aperta magari qualche ora prima di servirla, noi l’abbiamo accostato, giocando con un abbinamento del cuore alla zuppetta di fagioli e scarola riccia con Mozzariello, un piatto povero che trova la sua nobiltà in abbinamento a cotanto vino.
Montevetrano 2004. L’annata è stata essenzialmente regolare dal punto di vista climatico, l’areale di San Cipriano Picentino sempra baciato dagli dei in questo, la vendemmia ha avuto il suo inizio a metà settembre.Il colore è rosso rubino, appena meno accentuato rispetto all’annata precedente, comunque vivace ed invitante. Di buona consistenza nel bicchiere. Qui il naso, il primo naso è di floreale passito, poi un fruttato intenso, maturo quasi marmellatoso di grande finezza e persistenza; vengono fuori note balsamiche, tabacco e note di cacao in polvere. In bocca quasi a sorprendere ritorna una spalla acida sincera ed efficace da non confondere con il tannino che risulta attenuato e ridimensionato dall’evoluzione in bottiglia di questo blend sempre più affascinante quanto esaltante. Da servire, soprattutto per la sua verve in calici mediamente ampi ad una temperatura di 16/18 gradi, noi l’abbiamo accostato per l’occasione con un primo piatto tradizionale rielaborato alla nostra maniera, Vesuvio di Paccheri ripieni con passata di pomodori San Marzano di Colle Spadaio.
Montevetrano 2001. L’annata è stata caratterizzata da un inverno molto freddo e da un germogliamento tardivo che ha concesso una minore quantità di uva. Le piogge ben dosate però hanno consentito un ciclo vegetativo costante e senza stress particolari sino alla raccolta avvenuta in pieno settembre. Innanzitutto alcuni dati tecnici a sostegno della grande impressione che ho ricevuto da questo vino in questa annata: le uve vengono lasciate a macerare con la buccia per circa 20 giorni in acciaio inox previo salasso del 15%, vengono effettuate durante questo processo numerose follature per rendere omogenea tutta la massa. Successivamente il vino rimane per 8/12 mesi in barriques nuove da 225 lt. di rovere di Nevers, Allier e Tronçais. L’ alcool è di 13% vol. sorretto da un pH di 3,65 e da un’acidità totale pari a 5,10 gr/lt. L’estratto secco è di 33. Si presenta nel bicchiere con un colore rosso rubino con appena delle sfumature sull’unghia del vino tendenti al granato, rimane vivace e poco trasparente. Il primo naso è evoluto ed etereo su note balsamiche e di spezie, avvolgente nelle sue senzazioni di frutti in confettura. In bocca è secco e caldo, avvolgente nella sua trama gustativa che non lascia spazio ad asperità o sensazioni di durezza. Impressionante a parer mio l’armonia che caratterizza questo vino in questo millesimo bevuto oggi, prova tangibile che il Montevetrano può tranquillamente essere aspettato negli anni, senza indugi. Da servire ad una temperatura intorno ai 16/17 gradi in calici panciuti, noi lo abbiamo abbinato al filetto di maiale con spezie, erbe ed aceto balsamico e servito con salsa ridotta di Montevetrano.
(Nella foto in alto, da sinistra: Angelo Di Costanzo, Lilly Avallone, Elvira Coppola-prima sommelier campana non professionista, Silvia Imparato e Giulia Cannada Bartoli)
Verticali e orizzontali
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